Ed eccola di nuovo qui, fotografata sui giornali con quegli occhi malinconici e quella smorfia che è quasi un sorriso. Con quei capelli tanto folti da nascondere metà dello sguardo, antipatica eppure commovente, facile al pianto eppure robusta e ostinata, una roccia, un mulo. Ecco Annamaria Franzoni che ribadisce la sua innocenza con una lingua da bambina (“io non gli ho fatto niente” è la sua ultima frase) e scoppia in lacrime, ma continua a difendersi e quindi, inevitabilmente, ad aggredire chi la ritiene colpevole, a rifiutare il verdetto: colpevole, ma con una sconto di quasi metà della pena richiesta. Con lei, il Giudice è stato compassionevole.
“L’Italia vuole mamme e non regine amazzoni come la francese Segolene o culi di pietra come la tedesca Merkel, l’Italia non ama il cameratismo maschile della donna americana alla Hillary né la tenacissima durezza della inglese Thatcher”. L’ho letto su “La Repubblica” in un commento di Francesco Merlo, scritto così magistralmente da provocare quel piacere acritico, quasi automatico, che provoca la bella pagina. La “mamma” che potrebbe conquistare le simpatie politiche di questo nostro Paese stanco di strepiti è Anna Finocchiaro. Magistrata, figlia di magistrato, mamma di due bellissime figlie, moglie di medico. Eccolo qui, l’identikit cui si deve sottoporre la femmina della specie, le carte da presentare al checkpoint quando si intenda prendersi qualche responsabilità essendo di sesso femminile. Qualcuno sa se D’Alema ha figli e come sono? Si parla mai delle figlie di Veltroni, anch’esse molto carine? E che mestiere fa la moglie di Mussi, qualcuno è interessato? No, naturalmente, potrebbe perfino non averla. La donna, invece, se vuole essere amata da sinistra a destra passando per il potente centro, deve avere i documenti in regola.
Appena sveglia, accendo RaiNews24, per districarmi dall’egocentrismo mattutino( come sto, che cosa ne faccio di me, che cosa ho sognato, perchè, oddio sono un giorno più vecchia eccetera eccetera), c’è un signore anziano ma bello, che parla di quando l’hanno torturato i nazisti, dice che aveva paura di parlare mentre era svenuto per le botte, così ha deciso di ammazzarsi e si è buttato contro una vetrata mentre lo trascinavano su per le scale, allo scopo di buttarsi nel vuoto. L’hanno trattenuto per un piede. L’hanno salvato per continuare a massacrarlo. Non ha parlato.
Aveva, immagino, vent’anni. Come lui ce n’erano tanti. Adesso ne ha certamente più di ottanta.
Non ce ne sono più tanti, vivi, uomini e donne che hanno vissuto quello che ha vissuto lui. Sono gente preziosa. Mi piacerebbe sentirli parlare più spesso. Non soltanto per celebrare il 25 aprile o per il compleanno di qualche carneficina.Tutte le volte che ascolto qualche vecchio partigiano mi pongo sempre la stessa domanda: io, avrei il coraggio? Se criticare il potere politico volesse dire rischiare carcere e salute, rischiare la vita, lo farei? L’avrei fatto? Abbiamo 50 anni e siamo una generazione che ha visto la guerra soltanto nei telegiornali. A vent’anni, come nel poema di Colmegna che ho presentato ieri, facevamo Casino “perchè il totale/ sovvertimento/si sa, è il massimo/divertimento”. Trent’anni dopo, i migliori continuano a cercare di vivere giusti. I migliori dei migliori ci riescono. Ma senza sforzo. E a rischi zero.
Alle sei di pomeriggio, alla Casa delle Letterature (non mi ricordo mai se è singolare o plurale), piazza dell’orologio, presento un libro strano. E’ un poemetto. L’ha scritto un poeta bolognese. Maurizio Colmegna. Dice la quarta di copertina: negli ann settanta fa parte del gruppo che darà vita a Radio Alice. Il poemetto si intito, infatti: La rivoluzione? Mi affascina il punto interrogativo. I versi sono austeri, ritmici, senza retorica, senza compiacimento. Li ha scritti all’epoca, non adesso per il trentennale. Non puzzano di celebrazione. Sono evocativi. Al presente.
Come se. Bene, sono curiosa di conoscerlo, questo poeta poco appariscente, che pubbica con una casa editrice piccola, la Chaikhanà. Un gruppo di ragazzi reciterà i versi. Tutti. Non sono molti. Sono curiosa anche di questo. Quelli nati dopo…
Nei Congressi tutti sembrano avere le idee chiare. In quelli di scioglimento e rifondazione (non comunista) di più. Non c’è intervento che non abbia un tono assertivo, gagliardo, aggressivo e trascinante. Il Congresso sta alla politica, come il comizio sta alla rappresentazione teatrale, ci somiglia ma in chiave di semplificazione. Nei congressi l’impressione è che tutto sia stato già deciso prima. Anche quello di scioglimento dei Ds e di rifondazione del non-comunismo è andato come ci si aspettava: Fassino ha fatto il suo dovere, Veltroni ha fatto sentire tutti migliori, Mussi ha difeso quel rapporto col passato senza il quale lo slancio verso il futuro mette a rischio di dilapidare definitivamente un patrimonio già in via di svalutazione.
“Bisogna andare avanti verso il Partito Democratico, anche se si perdono dei pezzi”, è la frase che ha ferito Gavino Angius. Ha detto: “Come se le nostre compagne e i nostri compagni fossero dei pezzi”. Ha detto:” Non si può costruire un Pantheon e dopo 24 ore demolirlo”. “Non si può ricordarsi degli operai solo quando muoiono in un cantiere. O quando fischiano a Mirafiori”. Applausi. E applausi a Mussi che stronca il manifesto del partito “Nuovo”. Se Angius lo accusava di eclettismo culturale, Mussi va giù duro: da buttare. “I partiti devono avere un’ identità, non solo un programma.” . Con identità corrette o negate ad ogni volgere di stagione, il programma resta “debole pasticciato confuso”. La trasformazione necessaria, l’ha officiata Occhetto, quasi vent’anni fa. Adesso non serve. Sono d’accordo. E sono d’accordo con tutte le cose che dice Mussi.