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caro sindaco ds: dimettiti!

Lidia Ravera | Lavori in corso | 23 Luglio 2007 | 2,051 letture

Avrebbe avuto le sue buone ragioni, il sindaco Salvatore Carai, nel dichiarare di aver anticipato le spese legali a un branco di giovani inquisiti perché “sono tutti minorenni”, perché “non sono in grado di provvedere da soli” e perché sono “presunti innocenti” fino alla condanna definitiva. Le avrebbe se il branco avesse “presumibilmente” rapinato una banca. Se avesse scazzottato o fatto casino. Perfino se avesse, sempre con la garanzia del dubbio, ammazzato qualcuno. Ma il branco è accusato di aver violentato ripetutamente e col vantaggio del numero una ragazzina, sola, nel folto di una pineta, alla fine di una festa.E’ la ragazzina che li ha accusati. E’ lei che li ha riconosciuti, smascherati, inchiodati alle loro responsabilità. A questo punto l’esercizio del dubbio più che di una garanzia democratica a favore dei presunti colpevoli ha il sapore di una mancanza di fiducia nella parola della sicura innocente. Così, Salvatore Carai,sindaco di Montalto di Castro, risulta non avere, ahimè, alcuna buona ragione. Viene da chiedersi se abbia delle figlie. Se abbia una moglie, una fidanzata. Gli uomini, per capire che cos’è uno stupro, devono fare uno sforzo di fantasia. Se amano una donna, una bambina, una ragazza, forse, ci riescono meglio , a immaginare l’orrore. Difficile? Li aiuto io: tu hai 15 anni, hai ballato, ti sei divertita, magari qualcuno ti ha anche fatto un po’ la corte, ti senti grande. Poi è tardi, devi tornare a casa, vuoi riviverti tutta la festa, domani la racconterai alle tue amiche. Ti incammini,ma qualcuno ti segue, non è un ragazzo da solo, sono quattro, sei, otto. Improvvisamente hai paura, non dai corda, allunghi il passo. Ma quelli ti sono addosso. Sono più forti di te, sono tanti e tu sei sola, ti rovesciano per terra con la facilità con cui si schiaccia col piede una formica. Gridi, ma le tue grida li eccitano ancora di più. Ce ne hai uno sopra, senti un gran male. Qualcosa si lacera. Non pensavi che fosse così brutto. Tutti dicono che è meraviglioso. Il dolore cresce, con il dolore la paura. I ragazzi si danno il cambio sul tuo corpo, come se tu fossi una latrina e loro, a turno, facessero i loro bisogni dentro di te. Pensi che non lo dimenticherai mai. E sarà così. Passerai la vita ad avere paura, a sentire disgusto per quella cosa bellissima che è fare l’amore. Quando si stancano di seviziarti ti lasciano per terra, spossata, sporca, vergognosa e dolorante, col terrore di essere rimasta incinta ( a 15 anni, 17, 20 è facilissimo), col terrore di essere una cosa, un utensile, un pupazzo, un pezzo di carne che i maschi si divertono a penetrare. Ha idea, adesso, il garantista signor sindaco, di come ci si sente dopo essere servite ad un branco di mascalzoni per celebrare il loro selvaggio rituale di affermazione e di potenza? Mi crede se gli dico che non si dimentica mai, per tutta la vita? Oppure deve sentire altre opinioni, pagare un principe del foro e provare a ridurre la pena? Lo stupro, caro sindaco, è un reato contro la persona.Nell’area del partito in cui Lei milita, quello dei democratici di sinistra, da trent’anni, le donne conducono una battaglia perché la violenza carnale non sia più considerata come una faccenda da “offesa al pudore”, perché non sia giustificata mai, in nessun caso, nemmeno se chi subisce violenza è una provocante fanciulla in minigonna , a tette nude, senza mutande, nemmeno se è la moglie dello stupratore, nemmeno se è una prostituta. Mai, in nessun caso, gli uomini possono prendersi quello che una donna non ha voglia di dargli. Mai, a nessuna età. Chiaro, signor sindaco democratico di sinistra? Speriamo di sì, speriamo che abbia imparato qualcosa. Ma nel frattempo, la prego, proprio in virtù della sua collocazione politica, dia le dimissioni dal suo incarico. Lo faccia per noi, noi che i democratici di sinistra li votiamo, sotto varie etichette, da quando abbiamo incominciato a votare. Noi che ci illudiamo (ne abbiamo bisogno, non sappiamo farne a meno) che essere parte della sinistra voglia dire essere diversi.Più dalla parte dei deboli, più attenti alle specifiche croci della condizione femminile, più decisi nel perseguire la violenza di gruppo ( fatua, disgustosa). Noi che abbiamo bisogno di illuderci (ancora? Sì, ancora) che essere di sinistra voglia dire qualcosa.
(www.lidiaravera.it)

finito un romanzo se ne fa un altro

Lidia Ravera | In guerra contro il tempo, Rubriche | 9 Luglio 2007 | 1,366 letture

Lo so, non avrei dovuto. Ho appena finito e consegnato ( Nottetempo, a Ginevra Bompiani) un romanzo breve “Le seduzioni dell’inverno” ( un simpatico apologo su amore, gioco, gelo, la neoaridità, le passioni spente, il femminile maschile e via osservando i mala tempora) e già ne ho iniziato un altro ( quattro stagioni?). Non riesco a smettere. Non riesco a fermarmi. Non so stare senza organizzare storie, parole, metafore, non son capace a ” vivere e basta”.E dire che l’acqua oggi era davvero cristallina. Alzavo il braccio e vedevo in controluce le goccioline brillare.Mi sdraiavo fra i sassi bollenti e sentivo l’odore del sale. Vivere sull’isola cosentirebbe un ozio sano, vibrante, pieno. Invece mi devo scontrare con un nuovo inizio. Ventidue pagine. E niente è come dovrebbe…conosco questa sindrome. E’ il ventesimo …questo romanzo…eppure… Qualcuno può consigliarmi un rimedio, per smettere, o almeno per diminuire? C’è un cerotto, un agopuntura, un training autogeno…qualcosa?

Claudio Rinaldi

Lidia Ravera | In guerra contro il tempo, Rubriche | 8 Luglio 2007 | 1,419 letture

La notizia della tua morte l’ha lasciata cadere un ospite che aveva visto il telegiornale, a cena. Qui sull’isola io mi tengo riparata. Non accendo la televisione per giorni, non leggo per giorni i giornali. La notizia così aveva il tono fatuo della conversaizone serale, anche se l’accompagnava il dispiacere di questo signore che non ti conosceva se non per le tue qualità di giornalista, per il rigore politico, per la lucidità, per la coerenza. Anche gli altri commensali hanno espresso una specie di dolore. “Uno di meno, e ce ne sono già così pochi”, ha detto Rossana. Una specie di stupore: “ma se l’ho letto ancora su L’espresso dell’altra settimana!” . Parlavano di te. Ci hanno messo un po’ ad accorgersi che mi ero alzata da tavola e non tornavo. Piangere è inutile e spossante. Piangere di nascosto perchè ti vergogni di una reazione così illogica. Lo sapevo che sarebbe successo non con i tempi naturali che mi aspetto per me. Da un bel po’ di mesi non rispondevi alle mie lettere elettroniche, tanto che avevo smesso di scrivertele, per paura che tu, come mia sorella prima di te, fossi entrato in quella fase di distacco dalla vita in cui non è bene imporsi, imporre la propria presenza, il proprio”io” irriducibile, ancora gonfio di futuro, nonostante l’età.
Non ti scrivevo più, quindi, però continuavo a pensarti. Anzi, ti pensavo più intensamente. E ogni giorno, aprendo la posta Enturage, speravo di trovare un tuo cenno. Anche soltanto le poche parole dei momenti in cui maneggiare il palmare ti era più difficile. Era sempre una delusione, ma, per un attimo, speravo. E poi speravo di nuovo la mattina dopo. Ed è la speranza che tiene in vita, no? Da adesso non potrò più gustare quell’attimo di attesa. So che non mi scriverai più.
Mai più. Non potremo più sorridere insieme del nostro amore giovanile, quando Lamberto Sechi, a Panorama, ci chiamava “quelli di Cotta Continua”, ironizzando sulla nostra appartenenza politica . mai più. Fine. E’ questa la morte, vero? La sconfitta definitiva dell’attesa. Forse per te è stato bene, ti sei liberato dalla galera del corpo. Vorrei poter credere che qualcosa continua da qualche parte, che la tua ironia, la tua intelligenza assoluta( è come l’orecchio musicale, un dono di natura), la tua eleganza di linguaggio non sono andati perduti…Vorrei, ma naturalmente non posso. Continuerò a scriverti, unilateralmente. Ed ad amarti, come ti ho amato.
…e naturalmente mi piacerebbe che chi ha diritto di farlo, facesse pubbicare il tuo romanzo. Quello che mi hai fatto leggere qualche anno fa. Era un bel romanzo.E sarebbe un bel modo di averti ancora fra noi. Ti abbraccio.

il senso del tempo sull’isola

Lidia Ravera | In guerra contro il tempo, Rubriche | 3 Luglio 2007 | 1,218 letture

Vivo a Stromboli, ormai dal primo di giugno. Anzi no: faccio base a stromboli, e mi muovo di malavoglia su e giù per l’italia, tornando sempre qui. Anche cose carine: presentazione del mio libro finalista ad un premio per bene, il “Via Po”, elargito a Torino da L’Unione Industriali. Quindi vai e poi torni. A recitare “La donna Gigante” in un piccolo festival diretto da Emilia Cestelli a Salsomaggiore. Quindi vai e poi torni. In giuria alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro.Una settimana. 8 film, tutte opere prime e seconde. Cinque su otto le registe donne. Un bellissimo film cinese di una trentaquattrenne. Un toccante tarkowskiano intenso e terribile film armeno: regista, una ragazza di 27 anni . Piacere e ottimsimo. bene. Quindi vai e poi torni. Adesso sono tornata. Tre giorni fa. nella mia casa che sembra la tolda di una nave. Circondata dal mare, rumorosa di onde che si frangono sugli scogli, silenziosa di risacca. Tutti i viaggi, i “quindi vai e poi torni”, che hanno massacrato il mio giugno, pur nutrendomi di relazioni e contrastando utilmente la mia vocazione solitaria,tutti i giorni di viaggio avevano una durata. Duravano. Mi sembrava di mancare dall’isola per mesi. Appena tornata,adesso che sono qui, insediata nella bellezza, alle prese con la gioia dello sguardo e con il nuovo romanzo, il tempo ha preso a correre. Di nuovo. E’ sempre sera. Come mai? Bisogna gabbare iltempo con lo spazio?