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“le seduzioni dell’inverno”

Lidia Ravera | In guerra contro il tempo, Rubriche | 24 Gennaio 2008 | 3,047 letture

Clicca per ingrandireE’ uscito. Si dice così. E’ in libreria. Volume bianco. 185 pagine. 14 euro. casa editrice: nottetempo. In copertina c’è un’ immagine elegante. Scacco al re. Il re, nero, è rovesciato sulla pagina. La regina, bianca, sola, trionfa. La quarta di copertina dice: “Con il suo sguardo ironico e tagliente, il suo straordinario talento narrativo, Lidia Ravera ci regala un romanzo in cui i colpi di scena sono le tappe di una curiosa e tardiva educazione sentimentale”. Quando vedo il mio nome stampato sopra un libro provo sempre un leggero senso di straniamento. la faccenda va avanti da 32 anni. Da 21 romanzi. un po’ come ieri sera mentre facevo la simpatica in televisione con Gigi Marzullo (L’appuntamento, andrà in onda di notte fra qualche settimana) e pensavo, guardandomi da dentro: ma chi è questa? ma che va cercando? Piccoli slittamenti nervosi. Capita. La ripetizione non aiuta. La maturità non ama i periodi di sovraesposizione. Ma l’abitudine rende tutto facile, semmai poco poco noioso. Le solite battute con la truccatrice di turno: trucco leggero, solo a copertura (di che? degli anni? dei danni?), non ingrandisca, per favore, la bocca, va bene così com’è, posso vivere anche senza labbroni tumidi. Gli scherzi con gli altr scrttori: siamo qui, con il nostro salame da vendere, con la nostra merce da pubblicizzare. Certo Proust non ce li aveva questi obblighi a comparire. e nemmeno la mia adorata Virginia woolf, che pure, a ogni libro uscito, si nascondeva dietro le sue emicranie. Comunque…”le seduzioni” fruga nella nostra grande collettiva epocale anestesia sentimentale. Maria Giulia Minetti su “La stampa” ha scritto “libertino, divertito, perfino cinico”. trova paragoni con Arbasino, con Catherine Millet…L’intervista ( telefonica) è ricca e benevola. bella anche la recensione che uscirà su Tuttolibri sabato, l’autore me l’ha letta al telefono…Tutto bene. Eppure…ho soltanto voglia di rimettermi a scrivere il romanzo che sto scrivendo “Le 4 stagioni”. Sono già a 130 pagine. Il mio cuore è lì, è lì la mia testa. “Seduzioni” è già dei lettori, non è più mio. Ho sgravato. E, per evitare la depressione post partum, torno al suo successore. Ancora in gestazione. Su uno dei quaderni di quand’ero ragazzina che sto usando per “le 4 stagioni” ho trovato questa frase. “Una volta diviso il mondo in sesso e libri, bisogna passare ai particolari”. E’ tra virgolette, ma, come al solito, non cito la fonte. Se qualcuno sa da dove viene, me lo scriva. Avrà la mia gratitudine eterna.

ma come si fa a leggere un giornale senza piangere?

Lidia Ravera | In guerra contro il tempo, Rubriche | 20 Gennaio 2008 | 2,209 letture

Dunque, questa mattina, domenica di sole freddo, vado a correre a Villa Pamphili. Corro un’ ora. A sei minuti a chilometro, non è granchè ma ci si può stare. Dopo pranzo mi riposo, il corpo lo chiede quando l’adrenalina si ritira. venti minuti, non di più, ma quelli è meglio concederli. Leggo qualche pagina da “Patrimonio” ,il romanzo documento di Philippe Rth sulla vecchiaia e la morte di suo padre. Terribile e sobrio e intenso e scritto con una economia di aggettivi encomiabile. Tutto concreto, materico, tenero fra le righe , implacabilmente vero. Lo metto da parte perchè lo sto centellinando e acchiappo “la Repubblica”…non l’avessi mai fatto. L’editoriale di Ilvo Diamante incomincia così: “settimane come questa lasciano un sentimento di sconcerto di rara intensità”. Segue elenco: i rifuti di Napoli, le polemiche sulla lezione del papa, il procedimento per gravi reati contro la moglie del ministro di grazia e giustizia e contro il ministro medesimo, la probabile crisi di governo, l’inchiesta sulla relazione fra Berlusconi e un massimo dirigente rai ( Saccà), la condanna del governatore della Sicilia per favoreggiamento ( quel bel tomo di Cuffaro) e poi le proteste dei metalmeccanici “fino alla nuova tragedia sul lavoro a Porto Marghera”. Diamante, che è intelligente, e quindi è bravo a mettere in relazione dati , confronta la presente crisi con quella dei primi anni novanta. E deduce che stiamo cadendo ancora più in basso: tutto ciò che andava male va peggio, in più ogni fiducia si è logorata, non regge più niente, nemmeno il sindacato, nemmeno i giudici che allora sembravano “i nostri a cavallo d’un caval ” e adesso vengono vissuti come un potere in lotta con altri poteri.
Leggo fino in fondo, sentendomi sempre più fragile. Poi sfoglio le altre pagine , le prime venti, perchè per finire Diamante, ero saltata al foglio 22…E che cosa vedo? veltroni con il suo ottimismo ormai logoro che promette ( minaccia?) il pd da solo al voto. Prodi che minaccia ( promette?) non mollo. Cofferati, che è più vecchio di me, fotografato con il neonato in braccio e, come tutti i padri/nonni, delira:”deciderà mio figlio se mi ricandiderò a sindaco di bologna” ( bella responsabilità per un cittadino di due giorni.). Sandra Mastella che saluta le folle plaudenti che la festeggiano perchè benchè incriminata è tanto serena. Due pagine sul papa day dove si festeggia benedetto sedicesimo perchè i laici non sono abbastanza papisti e allora facciamogli sentire che lo amiamo ( alè oh oh…),
Totò Cuffaro con un vassoio di cannoli siciliani che festeggia anche lui perchè l’hanno condannato a 5 anni per favoreggiamento però anche lui è molto sereno, Orvieto che ci ha anche lei la sua bella camorra e una “discarica dei veleni” ( viva l’unità d’Italia)…mi accorgo che sto trattenendo il fiato…poi sento due stupidissime lacrime premere dalle parti della palpebra inferiore. Piango leggendo il giornale? Possibile? Che cos’è? La depressione? Macchè, io sto benissimo. Ero di ottimo umore. Sta per uscire il mio libro, “Le seduzioni dell’inverno” (Nottetempo) e ho qui le prime copie, ed è proprio un bell’oggetto…e ho fatto una bella intervista per Panorama ( manuela Grassi) e Giovanni Tesio mi ha fatto una bellissima recensione per Tuttolibri…e poi c’è il sole, ieri sera ho festiaggiato il compleanno di mio figlio e abbiamo bevuto e ci siamo divertiti e rispecchiati e tutto il resto…faccio l’elenco delle occasioni di letizia per capire quelle lacrime di pomeriggio, così imprevedibili…Giungo alla conclusione che ho veramente pianto leggendo il giornale.
E’ normale?

Se fosse successo a Ségolène

Lidia Ravera | Lavori in corso | 9 Gennaio 2008 | 2,136 letture

Affascinanti, slanciati,occhiali scuri e abbigliamento sportivo, sembrano usciti vincitori da un opportuno patteggiamento col diavolo, Nicolas Sarkozy e Carla Bruni, nella fotografia che occupa la prima pagina di “Le Journal de Dimanche”. Lei, a quarant’anni, sembra una ragazza e lui, a cinquantaquattro, un quarantenne di quelli eterni, appena appena appannati di grigio, uno di quelli che riescono a dimostrare quarant’anni fino ad un passo dalla sepoltura. Al modello “for ever young” mancava un bambino (il drappello di ventenni biondi generosamente offerti da Cecilia e il ragazzino prodotto insieme, seppur anch’essi avvenenti, non bastavano) ed ecco che Carla fornisce il piccolo Aurelien, e Nicolas, nella foto, se lo carica sulle spalle , con le mani gli tiene i piedini, forte come un toro, dolce come si portano i patrigni nelle favole moderne. Mezza Francia è deliziata dall’immagine del Presidente con la fidanzata. L’altra metà è scandalizzata dalla rapidità con cui si è consolato della perdita della precedente Madame Sarko e magari anche dalla fama di mangiatrice di uomini che accompagna la futura Madame Sarko . Tutte e due le metà dei francesi sono unite nell’inevitabile invidia: sono, i due promessi sposi, l’incarnazione del modello eterosessuale dominante. Il più ovvio. Quello cui tutti, sapendolo o inconsciamente, non possiamo fare a meno di aspirare. Lei è bella, piena di grazia, canta come un angelo ed è famosa quanto basta perché tutti sappiano che è bella e piena di grazia. Lui è forte, determinato, ricco e potente. Un uomo di successo. La fiaba è una sorta di sequel di Cenerentola: anche se la nostra bella non è mai stata povera, neanche da bambina, il più piazzato è certamente lui. Una ex-mannequin neo-chanteuse conta, comunque, meno di un Presidente. Quindi lo schema del sogno eterosessuale è rispettato: lei conferisce valore a lui nella misura in cui accende il desiderio degli altri uomini. Lui premia il valore di lei, mettendole a disposizione il suo regno. Si sposeranno, pare, a febbraio. La mamma di lei benedice le nozze dalle pagine di quotidiani e settimanali, le vacanze e i weekend dimostrano che l’uomo di potere non trascura le gioie private. Tutto perfetto. Auguri e figli maschi… Sì, proprio figli maschi, perché nascere maschi, ancora oggi, anche qui in occidente, continua ad essere una bella botta di fortuna. Provate per un attimo a immaginare, sempre restando in tema di presidenti francesi, che Sarko avesse perso le elezioni e le avesse vinte, invece, Segolene Royal, anche lei di bell’aspetto, anche lei cinquantenne, anche lei madre, anche lei non proprio perfettamente felice col marito. Ci siete? La vedete passeggiare da padrona per i saloni dell’Eliseo? Bene. Ora immaginate che Francois Holland, scocciato dall’idea di fare il “first lady”, abbia deciso di divorziare due giorni dopo il trionfo della moglie. Verosimile no? Agli uomini le posizioni vicarie sembrano, in genere, piuttosto imbarazzanti (perfino quando hanno parecchio da farsi perdonare come Bill Clinton), non hanno la libidine dell’accompagno. Quindi: immaginate Segolene neopresidente e neodivorziata, un po’ triste, un po’ smarrita e immaginate che, con sospetta rapidità, un grandissimo pubblicitario amico suo (magari lo stesso, Jacques Séguela, che ha fatto la campagna elettorale di Mitterand e ha fatto incontrare Carla Bruni a Sarko), le abbia appena presentato un bellissimo esemplare della nostra razza, un italiano di fascino, chennesò… Kim Rossi Stuart… Raul Bova… immaginate che Segolene lo corteggi e lui si lasci corteggiare. Li vedete? Lei è più vecchia, ma è una bella donna. Lui la ammira. Insieme sono una bella coppia. Eppure… Eppure, la fotografia di loro due, Segolene e Kim, Segolene e Raul, non piace. Lei non è invidiata, perché la bellezza di lui, a lei, non conferisce valore. Lui non è invidiato, perché il potere di lei annulla il suo, e lui è maschio, e i maschi devono essere più potenti delle donne. Di lei si direbbe: se l’è comprato, guarda lì, che schifo, una donna di cinquant’anni che si piglia su un bell’ometto. Di lui si direbbe: ma che uomo è? Vuole vivere all’ombra di una donna Presidente della Repubblica. Ma ce l’ha una dignità? Ma ce l’ha le palle?
Esagero? No, siate onesti, ho ragione. L’uomo “con le palle” è quello che acchiappa Carla Bruni, non quello che acchiappa la prima donna Presidente della Repubblica, anche se un o una Presidente della Repubblica conta più di una/un cantante, di una/un fotomodello, di un attore o di un attrice. Del resto, basta la recente polemica sulle rughe della povera Hillary Clinton a dare la misura di quanto, per le donne, qualunque sia il risultato delle loro ambizioni, sia cambiato, a livello profondo, ben poco. L’immaginario collettivo vuole il Principe Maschio e Cenerentola Femmina. L’ “ordinary people” continua a considerare un uomo che ha molte donne, invidiabile. Una donna che ha molti uomini un po’ puttana. E ciò che rende l’uomo più forte anche in amore, il potere, alle donne continua a costare caro. Segolene non c’è l’ha fatta, per quanto ci sia andata vicino. Hillary, se ce la farà, dovrà tenersi ben stretto il marito, si innamorasse chennesò… di Brad Pitt, il poveretto verrebbe retrocesso a “stagista” nonostante la carriera hollywoodiana. E’ un fatto: il potere, per noi donne, non è eroticamente utile. Sarà per questo che, in fondo, continua ad essere piuttosto limitato il numero di quelle che provano a conquistarlo?

ossessionati dall’aborto

Lidia Ravera | Lavori in corso | 9 Gennaio 2008 | 1,657 letture

Dispiace dirlo, pare esagerato o indelicato, ma l’avversione verso la legge che sancisce per le donne il diritto di decidere se il proprio corpo e la propria psiche (anima?) sono pronti per il difficile compito di dare la vita e poi crescere ed educare un essere umano, è diventata una forma ossessiva, un tormentone di centro destra che da trent’anni, come una malattia nervosa, minaccia l’equilibrio della nostra società. Ad ogni cambio di stagione politica qualcuno la estrae, la legge 194, dal panierino delle nostre, non poi così numerose, conquiste di civiltà e prova a buttarla nella grande discarica dei nostri fallimenti, là dove giacciono buone regole per accedere alla procreazione assistita, ovvie estensioni dei diritti civili ad omosessuali e coppie di fatto, licenza di non essere sottoposti ad accanimento terapeutico, permesso di porre fine alla propria vita qualora condizioni disperate rendano questa decisione necessaria. Come mai? Che cos’ha di così terribile il principio tanto semplice che sta alla base della legge per l’interruzione di gravidanza? Proviamo a ripeterlo per la milionesima volta: le donne e soltanto le donne, in quanto tocca a loro prestare carne e sangue alla procreazione, possono valutare se portare a termine o no una gravidanza. Lo faranno con coscienza, cercheranno in tutti i modi di non doversi avvalere del diritto d’aborto, ma devono sapere che possono farlo. Non sono macchine, sono persone. Non sono proprietà né della Chiesa né dello Stato, sono libere cittadine, le donne. Sanno bene che saranno loro e i loro figli a pagare per tutta la vita un errore di valutazione. Il mondo è pieno di infelici, ne volete degli altri? Volete altri neonati avvolti nel cellophan e abbandonati a morire di freddo nei cassonetti dell’immondizia? No, naturalmente. Voi volete delle belle famiglie, coese e responsabili, dove circolino affetto e cura. Le volete voi, cari avversari della nostra buona legge 194, ma le vogliamo anche noi. Noi: femministe, progressisti laici e cattolici, democratici illuminati dalla ragione e non da preconcetti e/o supersitizioni. Che cos’è, allora, che ci divide? La diversa valutazione dell’età del feto, il fatto che per noi sia materia grezza e per voi “bambino non nato”? Oppure la diversa valutazione della madre: il fatto che per noi sia una persona e per voi un divino strumento in cui Domineddio soffia quando gli pare i suoi ordini? Forse tutte due le cose. O forse nessuna delle due e l’anima dei bambini, come l’autodeterminazione della mamme, viene tirata in ballo soltanto quando serve, per il cinico gioco della politica. Quando Giuliano Ferrara, materialista pentito, assimila la pena di morte, barbarico residuo di culture precivili, all’interruzione di gravidanza, il sospetto dell’uso strumentale di un dilemma etico si rafforza. Quando Papa Ratzinger definisce l’aborto “un delitto abominevole” si sente risuonare sinistra l’antica crudeltà della Chiesa, quella che metteva certe donne al rogo con l’accusa di stregoneria, che torturava e ammazzava in nome dell’amore di Cristo chiunque le si opponesse, chiunque credesse ad altro o avesse l’umiltà di non credere a niente di non dimostrabile, o osasse coltivare l’intelligenza del dubbio.
Delitto abominevole: che insulto per le donne che non ce l’hanno fatta a prendersi la responsabilità d’essere madri! Le troppo giovani, le troppo fragili, le malate, le instabili, le abbandonate, le troppo povere. Ma non si prova vergogna a chiamarle assassine? E’ veramente difficile, con tutta la buona volontà, mantenere aperto un dialogo con i cattolici, quando il loro Pastore Massimo si esprime con frasi così dure. E’ difficile e forse c’è chi non lo vuole veramente. Non lo vuole Ratzinger che continua a rifilare le sue scomuniche “urbi et orbi” come se tutta la società italiana facesse parte della sua Ecclesia. Non lo vuole Ruini, non lo vuole Giuliano Ferrara, il neofita entusiasta. Non lo vogliono quelli che non rispettano la libertà di coscienza e pretendono di imporre la loro fede come se fosse l’unica visione del mondo accettabile. Non lo vuole chi ritorna, ciclicamente, instancabilmente, a mettere in discussione tutte le battaglie vinte trent’anni fa (quando ancora avevamo la forza di vincere qualche battaglia) nel tentativo di adeguare l’Italia ad altri “paesi avanzati”, dove si può divorziare, procreare con l’aiuto della scienza o non procreare con il permesso dello stato, sposarsi anche se si è pastori d’anime, pagare le tasse per il bene di tutti, sostenere i più deboli con le tasse dei più ricchi, farsi una famiglia anche se ci si ama fra persone dello stesso sesso e così via. Cari lettori dell’Unità, e cari anche voi che leggete l’Unità solo per criticarla, confesso che questo ritorno di crociata antiabortista, mi ha messo addosso una certa tristezza e, oltre alla tristezza, anche una gran paura. Ho paura per il Partito Democratico, quel coraggioso tentativo di mettere insieme, per una volta, cattolici e laici, credenti e non credenti, quelli del Vangelo e quelli dell’utopia di una società libera ed egualitaria. Ho paura che non ce la facciano. Scusate: che non ce la “facciamo”. Noi, laici di buona volontà e loro, cattolici capaci di rispettare la libertà di tutti.
(www.lidiaravera.it)

un anno nuovo o un nuovo anno?

Lidia Ravera | La domanda, Rubriche | 1 Gennaio 2008 | 2,083 letture

Siamo sempre lì, in bilico. A spostare l’aggettivo qualificativo più agognato “nuovo”, al di qua o al di là del nome: un nuovo partito o un partito nuovo? Un nuovo anno o un anno nuovo?Un anno in più, uguale a tutti gli altri, che si deposita sugli altri, ad aumentarne il peso…oppure un anno diverso, in cui cambierà davvero qualcosa…in noi stessi, negli altri, nel mondo…La speranza è sempre che l’aggettivo abbia ragione di posizionarsi dopo il nome. Che l’anno sia nuovo, che sia diverso, che si possa ricominciare. E’ il desiderio della pagina bianca. Per questo , per tutta la vita ho amato e odiato il capodanno. Ci arrivo sempre con i capelli lavati, il mio vestito migliore, un quaderno e una penna. Costringo chi incomincia l’anno con me a scrivere i suoi proponimenti sul mio quaderno. Tutti si scansano,da una ventina d’anni a questa parte. Da quando, cioè, non sono più giovane e quindi, ahimè, frequento gente non più giovane. Fino a vent’anni fa la mia vitalità era considerata una risorsa. La mia incrollabile fede nella possibilità/necessità di essere ogni anno migliori di come si era stati nell’anno trascorso, era condivisa, incoraggiata, invidiata. Adesso ricevo sorrisini imbarazzati: ancora con i proponimenti? ma sù, dai, è una serata come tutte le altre. Si beve un po’ di più, si mangia un po’ di più , si spende un po’ di più…se proprio vuoi metterla sul rituale comprati un paio di mutande rosse…
Ieri sera è andata diversamente perchè ero a cena da una famiglia parigina, gente sconosciuta, amici di amici. Un appartamento un po’ delabrè dalle parti di Bois de Boulogne. Lei impegata in una compagnia d’assicurazione, lui scrittore, la sorella pediatra à la retrait…il figlio e la fidanzata del figlio…quando ho estratto dalla borsa il quaderno e l’ho fatto girare tutti si sono applicati a scrivere.
Eva, la padrona di casa ha scritto: “Gardez la capacité d’exister”…Ho provato una specie di senso di riconoscenza. Dove meno te l’aspetti, trovi qualcuno chi ti è simile…conservare la capacità di vivere…E’ questo il compito. E’ questo l’incarico per il nuovo anno. Resistere al tempo, alla rassegnazione, alla sensazione ( terribile nel nostro paese) che ogni anno tutto vada un po’ peggio, la società sia un po’ più avvelenata. le relazioni interpersonali un po’ più dure, un po’ più fredde, un po’ più superficiali, un po’ più ciniche. Resistere…Ogni anno ricominciare come se fosse il primo iorno di scuola. Con i quaderni intonsi, il grembiulino pulito, e una insopprimibile voglia di studiare, di fare del proprio meglio, di promuoversi, di essere promossi, di andare avanti.
Alle tre di notte ero ai Champs Elisees. Il grosso della folla era già andato via. Restavano un paio di centinaia di poliziotti in assetto di guerra e un paio di centinaia di ragazzi dalla pelle scura che calpestavano stanchi un paio di centinaia di bottiglie rotte…silenzio e il rumore del vetro che si sbriciola…Gli alberi nudi per il lungo inverno erano fioriti di luci puntiformi…lampade più lunghe simulavano la neve.Il sentimento dominante: la festa è finita.