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Buon primo maggio…

Lidia Ravera | Lavori in corso | 30 Aprile 2008 | 1,633 letture

Mai Primo Maggio è caduto in un momento meno adatto a far festa, a celebrare e celebrarsi, a far sventolare le bandiere rosse, squillare le trombe e scorrere la retorica sulle magnifiche sorti dei lavoratori. Con il ritmo assunto, negli ultimi anni, dagli incidenti sul lavoro, si potrebbe gemellare con il 2 novembre, il Primo Maggio. Tre al giorno, è la media. Tre operai morti ogni 24 ore. Infatti è dedicato a loro, a quelli che rischiano la pelle per 1000 euro al mese, il tradizionale concerto di Piazza San Giovanni. Che cosa diranno, dal palco, fra un cantante e una band, che cosa dirà il segretario della Cgil, che cosa potrà promettere?
La destra è al governo del Paese e, da pochi giorni, anche della Capitale. La destra, non un centrodestra, non una sinistra moderata, non una rinata democrazia cristiana, no, una coalizione di partiti destra.
Si farà carico del problema delle morti bianche? Molte delle vittime sono immigrati, spesso precari, indeboliti dal non conoscere le regole, dall’essere gli ultimi arrivati.
A trionfare, quindici giorni fa, alle elezioni politiche nazionali, è stato un partito, la Lega, che sull’immigrazione ha elaborato soltanto un progetto: buttarli fuori, il più presto possibile, il più possibile radicalmente. Non farne entrare altri. Lo festeggeranno, il Primo Maggio, quelli, fra gli operai, che hanno votato Lega? Oppure opteranno per un sobrio raduno padano, a bere ampolle di acqua benedetta da Federico Barbarossa?
Mai il Primo Maggio è stata una festa così poco scontata, così lontana dalla riposante ritualità.
Viene da chiedersi, come per le occasioni mondane, chi ci sarà: quelli che ci sono sempre andati per abitudine e continuano per scaramanzia? Quelli che siccome era diventata un abitudine non ci andavano più ? O, magari, quelli che non ci sono mai andati e che, quest’anno, decideranno di andarci, per l’insopprimibile desiderio di rispondere, da una piazza gremita, allo sconcerto di questo lungo “day after”.
Piazza San Giovanni faticherà a contenerci tutti.
Lì per lì, la botta ci ha tramortiti, riuscivamo a scambiarci soltanto messaggi di incredulità. Di perdere il primo incontro, quello nazionale, i più accorti se lo aspettavano. Di perdere anche quello simbolico, romano, dopo 15 anni di buon lavoro amministrativo, se lo aspettavano soltanto militanti e simpatizzanti della corrente Cassandra, i compagni del bicchiere mezzo vuoto, gente che se tutti fanno il coro non canta, se si aprono le danze e si promettono poltrone, resta seduta sul suo strapuntino, a sorseggiare meditabonda l’amaro calice dell’autocritica. Io ho inoltrato regolare domanda per essere ammessa, in questa énclave di realisti, voglio imparare a prevedere le sconfitte, eventualmente ad evitarle, e, nel caso siano inevitabili, a farle fruttare in termini di consapevolezza degli errori, coscienza dei ritardi e percezione dell’ipotetico protrarsi di illusioni datate. Non so se passerò l’esame, ma intanto mi applico con zelo. Per esempio ho incominciato ad ascoltare con molta umiltà quelli che hanno vent’anni e trent’anni. Non “ i giovani” comparsi, per decisione unanime delle segreterie, nelle liste dei Partiti politici, che sbandierano la loro età come se fosse un diploma di eccellenza, no, non loro. Io ho incominciato ad ascoltare i giovani che vivono vite reali, precarie ma appassionate, che danno vita a giornali on line (come il bellissimo “Crak”), che si riuniscono e discutono e leggono Latouche e si interrogano sulla necessità della decrescita e sull’equilibrio ecologico e sulla povertà d’acqua nel pianeta, che lavorano a un progetto di televisione libera, che si sbattono per aprire nuovi canali di circolazione delle idee e dell’informazione… sono questi i giovani che hanno qualcosa da dire. Sono, e ancora si sentono, “di sinistra”, ma non sanno neppure che cos’è l’ideologia. Non si riconoscono nei partiti ma non si riconoscono nemmeno nel vaffa-day. Infatti sono andati a votare. Hanno votato Veltroni e hanno votato Rutelli, controvoglia ma disciplinatamente. “Qui non tratta di tapparsi il naso, noi stavamo proprio in apnea”, mi ha detto uno di loro. Ma è lo stesso che mi ha telefonato in preda alla disperazione per la vittoria di Alemanno. Beh, ho detto, tanto a voi Rutelli non piaceva. Li per lì non ha risposto, poi ci ha ripensato: “Adesso sarà tutto più difficile, ma bisogna farlo lo stesso, bisogna che ci diamo una mossa.”. Non ho indagato oltre, ma, per la prima volta in quindici giorni, ho percepito un alito di vento tiepido, un po’ di ottimismo. Forse il tanto implorato ricambio generazionale doveva passare proprio per l’amara radicalità di questa sconfitta. Dovevamo percepire, con dolore, la fine dell’epoca in cui siamo cresciuti, veder scomparire le varie rifondazioni comuniste, veder barcollare le nuove formazioni, ancora incerte nelle loro identità moderne. Dovevamo sentir dire a un leader politico “è una sconfitta” e a un giovanotto sconosciuto “è il momento di fare qualcosa” per farci tornare la voglia di festeggiare il “Primo Maggio”, di andarci, tutti insieme, non per partecipare al gran gala del sindacato, ma per guardarci in faccia, per contarci, per mettere in comune, sia la tristezza che la determinazione, sia la pazienza che l’ironia. Come ogni “buon rivoluzionario” deve saper fare, soprattutto in assenza di rivoluzioni.

avviso per chi abita a Roma

Lidia Ravera | Lavori in corso | 20 Aprile 2008 | 1,285 letture

Questa sera ( domenica, 20 aprile 2008) si conclude il Festival della Filosofia, dedicato quest’anno al sessantotto, con una tavola rotonda su Valle Giulia…io non c’ero, ero a Torino, ancora a casa, al primo anno di liceo. Però, invece, a parlarne, 40 anni dopo ci sarò. Sono curiosa di ascoltare che cosa dicono quelli che c’erano: Franco Piperno, Massimiliano Fucsas Claudio Petruccioli ( ohibò!) e Ennio di Francesco, poliziotto democratico? ma… Sono curiosa perchè tutto lo show è introdotto dalla famosa poesia di Pasolini, quella sul fatto che noi ( loro) eravamo (erano) figli di papà e quelli che ci(li) menavano erano figli di poveri. Sono curiosa perchè il sessantotto è stato un momento di glorficazione della giovinezza, di invenzione della giovinezza come categoria politica, come patente di innocenza , come modello per comportamenti eroici e antagonisti. E a raccontare quell’epoca a chi vive la giovinezza adesso, sono quelli che Anna Bravo (nel suo bel libro ” A colpi di cuore. Storia del sessantotto”) definisce “corpi invecchiati”…Che cosa succede quando adultità e maturità e poi addirittura vecchiaia raggiungono la generazione dei figli contro i padri? Quando la caricatura di maturità che hai costruito per liberarti di autorità e famiglia ti ritorna addosso, come un boomerang…e, per schivarla, sei costretta a incarnare una eterna giovinezza…nei linguaggi, nei comportamenti…Che cosa succederà sta sera….?

I can’t get no satisfaction… and I try, and I try, and I try…

Lidia Ravera | Lavori in corso | 16 Aprile 2008 | 2,054 letture

“In giro ci sono un sacco di fessi che vogliono fare gli scrittori e io sono uno di loro, ma che bisogno ho di stare con della gente che ha il mio stesso sogno e che mi ricorda quanto sono mediocre, illuso, disilluso, geloso, coglione e patetico? M servirebbe a conoscere nuova ‘ggggente’, però io non ho bisogno di conoscere dei nuovi cazzoni, mignotte, isterici, noiosi, folli e bambini col pallino della scrittura… ci sarebbe, a dire la verità, un valido motivo per investire due mesi del mio tempo in un corso di scrittura. Una tipa con due gran belle poppe e un gran faccino da porca, ma in questa fase della mia vita sono così sfiduciato che non mi si alza nemmeno. Mi scusi la franchezza”. Così la folgorante prima lettera che Francesco Ceccamea, nato a Vetralla nel 1978, e lì rimasto nei successivi 30 anni, diplomato ragioniere dopo un paio di bocciature, studente universitario anomalo (frequenza: anni 4, esami: zero), segretario in un laboratorio di analisi e impiegato part time di un agenzia di pompe funebri, ha inviato a Massimo Onofri, docente di letteratura italiana contemporanea e critica letteraria all’Università di Sassari, critico letterario fra i più fini e appassionati ma, soprattutto, ex professore di lettere presso l’Istituto Commerciale Pietro Canonica di Cura di Vetralla dove il giovane Ceccamea ha vissuto la sua contorta esperienza scolastica.

in morte della sinistra.

Lidia Ravera | Lavori in corso | 15 Aprile 2008 | 1,625 letture

Chi l’avrebbe mai detto? chi, anche nei più funesti presagi, poteva immaginare, un parlamento senza sinistra? Non la prozia di mio padre, Camilla, che , nel 1921, lo fondò, quello che è stato per decenni, il partito comunista più forte d’Europa. No, lei no. E meno male che non è più fra noi( i morti non possono ricevere delusioni). Ma nemmeno io, di due generazioni più giovane, io, iscritta alla Fgci a 14 anni, movimentista e poi extraparlamentare e poi femminista e poi sinistra Ds e poi aprile e poi sinistra fuori dai Ds e poi girotondina e poi madre costituente del piddì, disposta a inghiottire dubbi e critiche per far vincere almeno uno straccio di democrazia, se di meglio non si può fare, nemmeno io, potevo immaginare lo sterminio della sinistra. Non potevo immaginare l’affermazione del razzismo leghista proprio fra i ceti una volta rappresentati dalla sinistra. Non potevo immaginare che chi 30 anni fa voleva il comunismo adesso vuole il federalismo, l’egoismo fiscale, roma ladrona, che il sud crepi nella monnezza e viva il celodurismo, gaglioffo e spietato…Allora: mi pare evidente che non ho immaginazione. Forse vivo troppo circondata da amici. Dovrei osare una relazione coraggiosa e spregiudicata col vasto mondo. SE non altro per smetterla di cadere dal pero, tutte le volte che la “moderntà” si esprime con il voto.

Patrizia Zappa Mulas legge Lidia Ravera

admin | Video | 12 Aprile 2008 | 2,365 letture

Patrizia Zappa Mulas legge brani da “Le seduzioni dell’inverno” di Lidia Ravera (edizioni nottetempo).

Firenze, fuorilegge la solidarietà

Lidia Ravera | Articoli, l'Unità | 6 Aprile 2008 | 2,546 letture

Vignetta di Mauro Biani“Nei giorni scorsi una signora non vedente ha urtato contro un mendicante, è caduta e ha riportato diverse ferite. Poteva inciampare in una delle migliaia di buche di cui è costellata la città del Giglio. O in una delle centinaia di transenne che proteggono l’incolumità dei cittadini dai lavori piccoli e grandi che incominciano sempre e non finiscono mai”. L’ho letto su “Liberazione” che, giustamente, concede titolo e “copertina” alla nuova trovata di Graziano Cioni, Assessore alla Sicurezza di Firenze: “Achtung Banditen: A FIRENZE L’ELEMOSINA è REATO… un nuovo regolamento della polizia municipale per combattere la piaga dei mendicanti”.
Posso associarmi all’indignazione dell’ultimo “giornale comunista” (così sta scritto in alto a destra, sopra la testata) dell’Italia post moderna? Sì, posso, anzi, devo.

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