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Er bullo der Pigneto

Lidia Ravera | Lavori in corso | 31 Maggio 2008 | 1,305 letture

“Er Che Guevara der Pigneto” ha i capelli bianchi, tatuaggi sulla pelle e rapine sulla fedina penale, ha un passato da orfanello e un presente da precario, conserva gelosamente ed espone con piacere tutta la mitologia di chi si nutre di fumetti o di B-movie violenti. Concetti tipo: io so’ bbono e caro ma quando m’incazzo sfascio tutto. Io per mia madre, mia sorella, mia figlia, mia nonna, la mia donna, il mio quartiere sono capace di fare qualunque cosa, anche la peggiore. Sottotesto: e faccio benissimo a farlo (anche se poi mette in guardia dall’imitarlo), in quanto esercito il punto primo del diritto selvaggio applicato. Cioè: menare e sfasciare chi, a suo insindacabile giudizio, si comporta male è come pisciare ai quattro angoli del proprio territorio, delimitandolo.
Nel territorio detto “il Pigneto”, “Ernesto”, al secolo Dario Chianelli, ci è nato, ci è vissuto e ci morirà, nessuno deve pestargli i piedi, perché quelle quattro strade, quei bar, quelle botteghe sono casa sua. Quelli che sono arrivati dopo, sono degli ospiti. E gli ospiti devono comportarsi bene, sono in casa di Dario, perché tutti lo conoscono, perché chi lo conosce lo rispetta, perché chi non lo conosce ancora imparerà a conoscerlo e a rispettarlo, cioè ad aver paura di lui.
Perché lui è buono e caro ma i senegalesi, i bengalesi, i marocchini, i tunisini devono rigare dritto. Come tutti gli altri.
Perché lui può “rubare per fame” e non lavorare (“E che uno nato il 1 maggio po’ lavora’?”) e restare un santo, ma loro se rubano un portafoglio lui li gonfia. Perché nel quartiere suo non si deve rubare, ci vuole “rispetto”.
C’è quasi da invidiarlo il Che Guevara del Pigneto per le sue incrollabili certezze, in un momento in cui noi, nutriti da altri film e da altre letture, abbiamo il cuore pesante e la testa piena di dubbi. C’è da invidiare lui e i “pischelli” che gli ronzano attorno perché l’ignoranza e il bisogno di scaricare la rabbia per una vita grama, conferisce loro un’identità collettiva, un sentimento comune, una sorta di epos delle loro loro giornate sgangherate.
C’è da invidiarli perché si sentono eroi del cartone animato che hanno in testa. Per questo rifiutano di etichettare come razzista la spedizione punitiva contro il negozio del nemico. “Razzista” è un aggettivo che non sta nel linguaggio del fumetto. Devi essere proprio un naziskin per accettarlo e gloriartene. Ne ho sentiti tanti (anche certi politici che hanno sempre qualcosa di verde addosso) e tanti ne posso immaginare che, appena finito di dare fuoco a una ipotetica Moschea , già dichiarano al telegiornale che loro rispettano tutti, ma quando è troppo è troppo: questi sono barbari, addirittura pregano col sedere per aria! Fascista io? Ma per carità… Solo perché ho sfasciato il negozio di un bengalese che non mi ha fatto ritrovare il portafiglio di una mia amica? Ma per carità: il nonno della mia ex moglie era socialista, il mio tatuaggio preferito è Che Guevara… come fate a dire che sono fascista? Soltanto perchè mi vendico personalmente dei torti subiti invece di rivolgermi alla giustizia? Solo perchè esercito la violenza e la sopraffazione, mi vendico da me senza disturbare “le guardie”, solo perché non credo nelle istituzioni? Solo perché faccio la voce grossa e impongo il rispetto con la forza?
Sì, solo per quello. Basta e avanza.
Esistono comportamenti “fascisti” , e chiunque abbia qualche consuetudine con la storia può documentarsi in merito. Non è un’attenuante che le squadracce del presente non abbiano alibi ideologici. E’ un aggravante. Se nel ventennio poteva esserci qualche povero gonzo che davvero credeva in Mussolini e si comportava male di conseguenza, oggi, che nessuno crede più in niente e se ne vanta, non ci sono giustificazioni, per assalti, aggressioni, incendi e persecuzioni.
E’ la nuda e pura responsabilità individuale. E’ un atto criminale, punto e basta. E, personalmente, riterrei opportuno un giudizio severo anche nei confronti di un eventuale manipolo di giovanotti “di sinistra” , se andassero a randellare in giro questo o quello, a scopo di ritorsione.
Quando, nei tardi anni settanta, alcune teste marce di “Prima Linea” ( terroristi e di sinistra) decisero di andare a gambizzare e intimidire a colpi di pistola , qui a Roma, sospetti spacciatori di quartiere, per salvaguardare la peggio gioventù e per continuare a scrivere col sangue la loro stupida epopea, ricordo bene, benchè fossi una ragazzetta, la vergogna che provai per loro e la repulsione, per il fatto che si conclamavano “comunisti”.
Oggi il comunismo è defunto e la parola “sinistra” è stata pensionata a forza.
Che Guevara, pace all’anima sua, abita stabilmente sulle T-shirt di chiunque, pochi sanno qualcosa del suo pensiero e delle sue azioni, ma molti conoscono la sua barba e la sua motocicletta.
Oggi, forse, se vogliamo provare e tracciare un discrimine fra “noi” e “loro”, fra i buoni e i cattivi, è meglio ripartire dai fondamentali, è megli metter giù , nero su bianco, pochi principi, da condividere e, soprattutto, da mettere in pratica.
Uno potrebbe essere, se i cattolici mi consentono questa incursione nel loro territorio, questo: ‘Non fate agli altri, quello che non vorresti fosse fatto a voi’.

Il comun senso del fascismo

Lidia Ravera | Lavori in corso | 31 Maggio 2008 | 1,432 letture

Piccola soddisfazione dell’altro ieri: “Il prorettore dell’Università La Sapienza di Roma,Luigi Frati, dopo una giornata ad alta tensione, ha detto no a Forza Nuova: il convegno dal titolo ‘L’unica verità’, non si farà” . L’ho letto su “Il corriere della sera”, e ho tirato un sospiro di sollievo. Primo perché di un convegno sulle Foibe in cui “l’unica verità” sarebbe certamente stata che i comunisti erano tutti degli assassini non si sentiva la necessità. Secondo perché anche dell’ars oratoria di Roberto Fiore di Forza Nuova su una materia nella quale, peraltro “ non eccelle per una bibliografia conclamata” (La repubblica), facciamo volentieri a meno. Terzo perché a reagire con una compatta protesta sono stati gli studenti di Lettere “determinati nell’occupare la Presidenza della Facoltà ” e decisi a rifiutare l’iniziativa di “un’organizzazione di stampo neofascista e razzista”. E’ sempre consolante sapere che i giovani montano la guardia a un paio di principi. Coi tempi che corrono. Con l’aria che si respira… Piccola preoccupazione di oggi: “Sangue, cortei, attacchi squadristi, e l’università ritorna una polveriera”. L’ho letto su “la Repubblica”, sopra “il racconto” di Conchita De Gregorio, un sobrio e toccante resoconto della punizione comminata a un gruppo di studenti da parte di un manipolo misto che ricorda certe atmosfere di tanti anni fa: picchiatori professionisti della destra estrema e studenti di Forza Nuova. Chi non muore ci riprova. E magari, tanti anni dopo, trova un humus più propizio al prosperare delle sue male piante. Avete letto Sandro Portelli su “Il Manifesto”? Dice: “il raid squadristico al Pigneto ‘non ha matrice politica’.Non hanno matrice politica l’assassinio di Verona, il rogo di Ponticelli, la morte dei due ragazzi ammazzati in motorino a via Nomentana, la morte di Hasan-Nejl, una ‘non-persona’ abbandonata e ignorata nel centro di accoglienza, l’aggressione a Christiano Floris di Radio DeeGay. Non è una consolazione. E’ peggio.Non c’è più bisogno di ideologia e militanza fascista per praticare la prepotenza,l’aggressione dei tanti contro i soli, degli armati contro i disarmati, dei forti contro i deboli. Il fascismo non è più politica, è senso comune”. Parole pesanti, che fanno riflettere.Parole che ci costringono a vigilare, a cogliere il sottotesto di tutte le sparate bi-partisan, a smascherare i buonismi e i democraticismi, a soppesare le esternazioni conformiste che aiutano i lupi a confondersi con gli agnelli.
Nessuno vi dirà mai: i negri puzzano, i gay mi fanno ribrezzo, le donne sono esseri inferiori, i cinesi mangiano i bambini bolliti, i rumeni rubano e stuprano e via cianciando. Nessuno dichiarerà mai: un italiano che non vale niente, vale comunque di più di un immigrato (e meno vale l’italiano più ha bisogno del livore xenofobo per non sentirsi l’ultimo). Sono cose che non si dicono più. Figuriamoci se nel Paese che chiama “non vedenti” i ciechi e i disabili “diversamente abili” per mettere in scena una sensibilità e un rispetto che non prova, qualcuno dirà mai la cruda verità sul sentimento razzista ( perché di un sentimento si tratta, attiene più alla cultura emotiva che alla politica).Il razzismo palese non si porta più, non è di moda. Quello che invece va tanto è il pacato discorso dal titolo: “arrivano qui questi sfaccendati e metteno a repentaglio la nostra sicurezza”. Oppure: “ ce n’è di bravi e onesti lavoratori, ma bisogna che ce lo dimostrino, bravamente e onestamente lavorando, fino a spaccarsi in due, bisogna che cadano da un’ implacatura e ci restino secchi, bisogna che brucino in un rogo di fabbrica, allora sì, allora li rispettiamo, ma finchè sono semplicemente esseri umani come tutti gli altri è meglio se stanno a casa loro”. Razzismo e fascismo espliciti, sono out. Razzismo e fascismo mascherati, sono in. Così come “tutta la verità sulle Foibe” . Omaggio all’obbiettività firmato Forza Nuova. O addirittura “Terza Posizione”

Il dio zitto

Lidia Ravera | Lavori in corso | 29 Maggio 2008 | 1,330 letture

Sta per uscire in libreria, ci sarà il 4 o 5 giugno, ma mi è arrivata la prima copia. E’ viola. E’ piccolissimo, sta in tasca, te lo leggi in un giro di autobus, di metropolitana..costa 3 euro. E’ uscito in quella collana carina delle edizioni Nottetempo ( le padrone di “casa” sono Ginevra Bompiani e Roberta Einaudi), che si chiama ” i sassi”. E’ un racconto. C’ è dentro la morte di mia madre, anche se non è un racconto autobiografico. C’è dentro un mio bisticcio con Dio, anche se non ci frequentiamo molto, io e lui…C’è una specie di silenzio, che si annida fra le parole, fra i fatti,fra i personaggi…
Quando l’ho letto mi sono sorpresa…scopro sempre qualcosa, che non sapevo di aver scritto.

la passione politica non muore mai

Lidia Ravera | Lavori in corso | 25 Maggio 2008 | 1,311 letture

Avevo giurato: mai più. Mi ero ripromessa di mettermi in salvo dalle illusioni, dalle speranze di cambiamento, dalla fiducia nelle possibilità infinite della ragione di migliorare le vita di tutti. Dopo le elezioni mi sono detta: basta con la politica. Prima mi dicevo: a me la politica non serve ( non è una carriera), ma io posso servire la politica ( la militanza mi è rimasta appiccicata all’inconscio, come se fosse normale, la gratuità dell’impegno, dedicare energia, mescolarsi al pensiero degli altri). Invece no. Invece : remi in barca e fila via. Scrivi e vai, naviga nella tua solitudine, ogni romanzo una zattera( (quelli che leggi, quelli che scrivi), nella vita a un certo punto ci si arrende. Invece ieri mattina, sabato, un sole magnifico, ero di nuovo lì. Nella sede di Megachip, ad ascoltare Giulietto Chiesa ( pessimista, ma avveduto) che parlava della catastrofe della sinistra, e anche di altre catastrofi più concrete, più materiche. Ero lì, a prendere appunti,a scandagliare problemi, a sperare che il format, che una televisione nostra, di azionariato popolare…che si potrà…con un telegiornale diverso…informare…rimotivare…analizzare…ripartire…e poi mettersi giù a studiare…e mettere insieme un comitato di scienziati che ci aiuti a capire…e approfondire…per cambiare…per migliorare…Sono uscita dopo più di tre ore…di buon umore.

quello che sogni sono affari tuoi

Lidia Ravera | Lavori in corso | 19 Maggio 2008 | 2,002 letture

…infatti: se ti svegli con un sogno impigliato nella memoria, e lo racconti a marito, figlio,amante, concubino, amica del cuore, insomma con chi condivide con te lo spazio del risveglio, ti appare evidente il suo disinteresse, vorrebbe sentirlo miracoloso e illuminante come lo senti tu, ma in realtà pensa ad altro. I sogni riguardano soltanto il sognatore ( inteso come colui che ha sognato, non come sinonimo di utopista e/o anima bella). Infatti: per attirare l’attenzione dell’interlocutore e poter condividere l’emozione, lo infili nel sogno. Tipo” C’era questo drago che mi buttava in faccia lingue di fuoco…e poi arrivi tu e lo spegni con uno schizzo di cocacola”. Lui ,per un attimo, si interessa, poi dice.”vado a fare un altro caffè e sparisce”. I sogni sono faccende intime, solipsistiche, non comunicabili. O ti paghi lo psicanalista. O ti apri un sito. wwwcavolimiei.it
Il mio caso.
Sta notte ho sognato.
Comperavo ad un banchetto due cornetti, li facevo riempire di marmellata, avevo in animo di portarli a casa prima che tutti( tutti chi? mio padre, mia madre, Nino Vento, con cui sono stata fidanzata dai 16 ai 23 anni) si svegliassero, come gesto carino. Avevo solo due euro.Pagavo, ma non ritiravo la merce, dicevo che l’avrei presa al ritorno. Mi accorgevo di non avere il telefonino nè altri soldi e dovevo andare dal parrucchiere allora decidevo di tornare a casa. Per tornare a casa dovevo passare per la scala interna di una casa popolare in disfacimento, già all’andata mi ero imbattuta nel doloroso spettacolo della miseria, salivo per una scala fetida e stretta…ad un certo punto vedevo che su ogni gradino c’era un neonato, erano moltissimi, bambini di pochi mesi, qualche bambino di un anno, chiedevo che accendessero la luce perchè avevo paura di pestarli. La luce si accendeva e conoscevo la mamma di tutti quei bambini. Era una ragazza. Mi diceva: ho 24 bambini, sì, sono tutti figli miei. No, non sono tutti qui, ne ho anche di più grandi. Il più grande dei miei figli ha un anno più di me. Io ho 17anni e lui ne ha 18.
Stupita dall’artimetica di quella vita gravida ( 24 figli in 17 anni!) di gravidanze, prendevo tra le braccia il bambino che mi piaceva di più e incominciavo a giocare con lui, gli toccavo i piedini, lo facevo ridere…si affacciava alla scala Mimmo ( mio attuale compagno) e mi invitava ad andare a ritirarare i cornetti e a muovermi, che dovevamo partire.
Il banco dei cornetti era già chiuso.
Era l’una dopo mezzogiorno. Troppo tardi.

Liberaci dal male

Lidia Ravera | Lavori in corso | 8 Maggio 2008 | 1,246 letture

Concussione truffa peculato: in Italia non è un novità. Pare che fra chi possiede un qualche potere sia maledettamente frequente, la tentazione di usarlo, per incrementare ulteriormente il proprio capitale. Anche la detenzione di materiale pedopornografico, imputazione ancora non del tutto chiarita, allude a un vizio ormai abbastanza diffuso: l’estetica deviata del consumistismo che vede belli soltanto i minorenni , più la certezza di poter prevalere, necessità tipica dei vigliacchi. Il professor Marcelletti Carlo, quindi, non sarebbe che uno dei tanti, e la sua vicenda l’ennesima deprimente conferma dell’immoralità diffusa che avvelena il nostro Paese. Ci sono due dati che, tuttavia, accrescono il tasso medio di sconcerto, fanno lievitare l’indignazione abituale verso qualche scomoda domanda. Il primo dato riguarda il potere particolare che Marcelletti esercitava: era un cardiochirurgo, specializzato nella cura dei bambini, spesso molto piccoli. Sempre molto malati. Era ai loro genitori, assediati dall’angoscia, disposti a tutto pur di veder tornare il sorriso sul volto dei loro figli, di vederli di nuovo giocare con gli altri, di strappare, per loro, il lungo futuro cui avevano diritto, era a padri e madri affranti, che il professore spillava tremila o cinquemila euro. Prometteva “comfort particolari”, illudeva che il loro bambini non sarebbero stati “trattati come tutti”. E come vengono trattati quelli che non possono comprarsi un privilegio nella sanità Pubblica Italiana? Male. Sono costretti a lunghe attese. E chi ha un figlio cardiopatico una lunga attesa non se la può proprio permettere. Non è questione di fretta, non salta la vacanza o il ponte di carnevale…è questione di vita o di morte. Chi di noi, noi che abbiamo figli, direbbe “no, guardi, io quei cinquemila euro non glieli do”. Nessuno. Chiunque si venderebbe casa e se non ce l’ha andrebbe a chiedere prestiti agli strozzini, a umiliarsi con i parenti e gli amici, a rubare. E gli darebbe quei maledetti soldi.Per fortuna non va sempre così:mio figlio,a 32 giorni di vita, fu ricoverato al Policlinico Umberto Primo, per una grave forma di polmonite, il virus che l’aveva colpito si chiamava “sinciziale”, quell’anno, il 1979, ne erano già morti alcuni bambini. Avevo poco più di vent’anni ed ero terrorizzata. L’incubo durò soltanto nove giorni. Mio figlio fu ricoverato subito, gratuitamente, e guarito. Se mi avessero chiesto dei soldi, sarei stata capace di tutto per procurarmeli e li avrei consegnati a chiunque. A una “onlus” nobilmente intestata alla cardiopatia pediatrica, ma anche, direttamente, nelle tasche del medico che me li avesse proposti come soluzione ai disservizi della pubblica sanità. E con ciò arriviamo al secondo fattore di sconcerto di questa storia italiana: il fatto, incontrovertibile, che i genitori dei piccoli pazienti del professor Marcelletti, pur vittime di un odioso ricatto, difendono il loro ricattatore. Rifiutano di accusare. Minimizzano. Sperano che non se ne parli più, che il polverone si posi e l’indagato torni, sereno e con la mano ferma come prima, a operare. Se chiedesse loro altro danaro, ormai apertamente per le sue vacanze e le sue cene di lusso o le sue eventuali amanti minorenni, glielo darebbero. A costo di vendersi un rene. Vogliono, le madri e i padri di bambini malati, che i loro bambini guariscano. E non c’è spazio per altro. Né giudizi morali né calcoli economici. Sarebbe lo stesso se Carlo Marcelletti curasse gli adulti? Se fosse un endrocrinologo, un bravo internista, un otorino, un gastroenterologo? No, non proprio lo stesso. Ma , secondo me, non sarebbe poi molto diverso. Viviamo immersi in una cultura dell’immanenza. Siamo, chi più chi meno, tutti convinti di avere una vita sola, questa che corre via, giorno dopo giorno, anno dopo anno, usurando i nostro organi e assotigliando la nostra pelle. La nostra unica religione è il benessere. Vogliamo godere e quindi dobbiamo star bene. La malattia è diventata, rapidamente, il più temibile dei nemici. Una mattina ti svegli con un dolore al petto e addio viaggi, vacanze, carriera, cene luculliane, illusioni di giovinezza, fitness e eros. Nessuno è più disposto a vedere nella sofferenza la strada che porta al paradiso, nessuno se ne frega più granchè del Paradiso. Non di quello promesso come eterno riposo dopo la morte. Vogliamo tutti vivere, il più a lungo possibile, essendo, nei limiti del possibile, al nostro meglio. Ecco che, allora, una delle malattie più diffuse diventa l’ipocondria, seguita a ruota dalla frenesia analgesica ( una sorta di orrore del dolore, fino alla dipendenza da farmaci e droghe dell’oblio). Ed ecco che il medico, dispensatore di soluzioni al problema dell’ammalarsi/usurarsi/invecchiare, diventa l’unico “padre nostro”, quello che, da solo, può “liberarci dal male”. Non è uno e trino. Ma di certo è onnisciente. E, se può strappare nostro figlio dalle grinfie della morte, non ce ne importa niente se è disonesto.
Del resto, i cinquemila euro richiesti come incoraggiamento ad operare per il bene degli umani, non potrebbero essere l’offerta votiva, l’obolo che, nella superstizione popolare, rende il Dio benevolo verso di noi, poveri mortali?
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