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sensazioni da stromboli

Lidia Ravera | Lavori in corso | 29 Agosto 2008 | 1,808 letture

C’è nell’aria un sapore d’autunno. L’isola ridiventa solenne. Sulla spiaggia, pochi. Ombre allungate. A Forgia Vecchia, che si raggiunge soltanto per un sentiero scavato fra le rocce e il fianco della montagna, non c’era davvero nessuno. Una baia a forma di mezza luna lunga,composta di sassi grigi, il volo largo dei gabbiani, cespugli gialli che dirupano fino al mare. Sento avvicinarsi la fine di questa sospensione dell’ansia, mesi di felicità corporea: nuotare a lungo, fino a sentire le braccia gonfiarsi, come per un’ impellenza dei muscoli. Il viso che affonda sotto il pelo dell’acqua trasparente, gli occhiali per guardare, sul fondo sassoso, pesci gialli e meduse rosa. Il silenzio, il silenzio assoluto del nuoto. Disfarsi nell’altro elemento, umilmente. Il sole è caldo come per abitudine, al mattino. Nel pomeriggio si fa più discreto, la sera rinfresca. Gli amici che stanno per ripartire organizzano aperitivi. Si mangia, si parla di niente, o di poco. Una pigrizia mentale assorbe belle intelligenze ( l’isola è frequentata da intellettuali, psichiatri ,psicanalisti, professori, economisti, professoresse, economiste, piscanaliste…). Ieri sera ho presentato “le seduzioni dell’inverno” nella piccola libreria , nel giardino, fra cuccioli di gatto e bambini ben educati. Una Violista, con la sua viola da gamba, ha suonato musica barocca. Patrizia Zappa Mulas, in un video, ha recitato, complice il primo buio delle otto e mezza, certe parti del romanzo. Quando Sergio, cuore in inverno, si innamora di Sophie. Bellissimo. L’effetto straniamento dato dalla perfetta partecipazione empatica dell’attrice, mi ha svelato il mio stesso romanzo, come se l’avesse scritto qualcun altro. Ci ho sentito, fra le righe, un bisogno di fusione, una malinconia di disamori passati, presenti, futuri…Insomma: bella esperienza, rivelatrice… mentre l’autunno si insedia dentro di me, come un superio scolastico…

l’oro delle donne

Lidia Ravera | Lavori in corso | 23 Agosto 2008 | 1,611 letture

L’Italia, paese martoriato da una campionario di crisi (da quella economica a quella politica passando per quella della voglia di lavorare e dei valori condivisi), si sta, tutto sommato, facendo onore sul palcoscenico mondiale dello sport. Dal televisore, sempre acceso ma muto, vedo giubilare o, brevemente, disperarsi, le belle facce pulite e i corpi magnificamente espressivi degli atleti e delle atlete. E’ uno spettacolo consolante. E’ consolante vedere la Pellegrini (oro nei 200 stile libero) che si bacia la medaglia. La Vezzali (oro nel fioretto) che guarda il suo bambino mentre le manda baci immortalati dalle telecamere. La Quintavalle che nessuno se l’aspettava (oro nel judo), nemmeno lei. La Cainero (oro nel tiro a volo) che vuole dividere il premio coi compagni della squadra. E’ consolante che le ragazze d’Italia abbiano conquistato 4 medaglie d’oro e i maschietti 3. Corrado Sannucci su “La Repubblica” parlava di “un ribaltamento epocale”. Ora le percentuali si sono riequilibrate: su 25 medaglie, 10 le hanno conquistate le donne e 15 gli uomini. Ma le donne hanno un oro in più. Come dire: l’eccellenza è femmina, e l’equilibrio di genere è rispettato. Metà donne e metà uomini,circa, sul podio. Come dovrebbe essere ovunque: in Parlamento, al Governo, ai vertici delle aziende, degli enti pubblici, delle televisioni e dei giornali. Come potrebbe essere se il merito valesse anche quando in gioco sono la competenza professionale, la qualità intellettuale, il talento artistico, la creatività, l’intuizione scientifica, la preparazione culturale. Purtroppo non è così. Nella vita vera, fuori dalla simulazione di realtà che contraddistingue i giochi tutti, anche quelli olimpici, le ragazze non godono il privilegio di una gara pulita, dove ciascuno parte senza vantaggi pregressi e può contare solo su sé stesso e le regole sono uguali per tutti e se bari sei squalificato e se sei più forte, se hai lavorato più duro, se sei più dotata, vinci. Ma se non vinci, va bene lo stesso, perché ha vinto una più brava di te. E allora non c’è umiliazione, c’è ammirazione. Non ha vinto una che è andata a letto con l’onorevole Porcello, col Potente Arrapato di turno e ne ha tratto gli ovvii vantaggi. Ha vinto una che è più veloce di te e tu devi soltanto ricominciare ad allenarti, e la prossima volta andrà meglio. E’ questo il bello del sport. Ed è per questo che milioni di italiani restano inchiodati allo schermo televisivo per ore a godersi mondiali, europei, campionati nazionali, olimpiadi, incontri di boxe, di biliardo, gare di golf, maratone… e tutto lo sport che passa il palinsesto e che è parecchio, ogni anno di più. Davanti allo spettacolo dello sport si ridiventa bambini perché si può di nuovo credere alla più bella delle fandonie: “vince il migliore”. Nella ruvida realtà non è così. Vince il più furbo, quello che ha capito come si gioca: allineati e coperti, obbedienti, al servizio di chi conta, senza recare disturbo, meglio se un tantino mediocri, abili nell’uniformarsi, come camaleonti, al colore dominante. Se si ha un corpo di donna, poi, l’affare si complica: finchè si è giovani è d’obbligo offrirlo, innanzitutto, al desiderio maschile. Meglio se qualificato a imprimere una svolta decisiva alla carriera di Bella Ragazza (consultare l’elenco delle intercettazioni telefoniche per credere). Quando non si è più giovani, poiché è sul corpo-oggetto-di-desiderio che si viene discriminate, si può anche scomparire, dato che abbastanza raramente, le “nate in un corpo di donna”, riescono a raggiungere, usando altri attributi, posizioni di rilievo nel nostro paese (in altri paesi europei la situazione è meno avvilente, per esempio la Spagna, o la Scandinavia).
Alle Olimpiadi, femmine e maschi non gareggiano insieme, perché i maschi hanno gambe più lunghe, muscoli diversi, un’altra conformazione. Ma le medaglie hanno lo stesso peso. E’ una sorta di rispetto della differenza sessuale. Ciascun genere ha i suoi record. Alle Olimpiadi essere una donna non è un handicap, essere un uomo non è un vantaggio. Per eccellere ci vuole talento, volontà, sacrificio. E l’umiltà di sottoporsi, ogni volta, per ogni prestazione, ad un esame. Quest’anno, per la prima volta, le ragazze stanno andando meglio dei ragazzi. A Londra, nel 2012, questa tendenza sarà confermata. Non ho dubbi. Sono più abituate a soffrire, le femmine della specie, a impegnarsi, a investire 100 per avere 10, a sgobbare. E, quando i giochi sono puliti, è come avere in mano una carta in più.

Ferie d’agosto

Lidia Ravera | Lavori in corso | 14 Agosto 2008 | 1,594 letture

Il 14 d’agosto non ci si può sottrarre al tema dominante, anche spulciando “fra le righe” dei giornali, si finisce di parlare di vacanze. Su “L’Espresso” scopriamo che Fini le trascorre ad Ansedonia “il ritiro della sinistra accademica” (ancora?) insieme a Giuliano Amato. Da tutti i giornali e telegiornali apprendiamo che Giorgio Napolitano, invece, passa una settimana a Stromboli (infatti nella baia davanti alla finestra dello studio da cui sto scrivendo dondola un motoscafo dei Carabinieri) e Stromboli , isola senza “struscio” e senza inganno, lo accoglie come accoglie chi la frequenta da vent’anni: con stima per il suo buon gusto e rispetto per la sua privacy. Bisogna premettere che, oggi, Stromboli, è una sobria colonia di ceti medi sportivi e riflessivi, ma, nel 1948, quando Roberto Rossellini vi deportò Ingrid Bergman per girare “Stromboli,terra di Dio”, lui stesso dichiarava di averla costretta a stare in“quell’isola coperta di lapilli, in mezzo a quei pescatori piccoli e scuri di pelle, a contatto con le loro donne, dagli occhi infuocati, pallide e deformate dai troppi parti…gente che vive come vivevano i fenici e parla un dialetto aspro mescolato ai vocaboli greci” per una forma, quasi , di sadismo artistico. Il film ( sull’isola, nel giardino della bellissima libreria, la pellicola viene proiettata tutte le settimane) racconta proprio il ribrezzo che la nuova destinazione ispira nella bionda protagonista. Tanto che, l’ho letto su “La Repubblica”, Ernest Hemingway, in vacanza a Cortina, le scrive: “ come ti trovi in un posto bello e sporchissimo?” e Rossellini sul suo diario scrive che la “bellezza” del personaggio interpretato dalla Bergman avrà un gran risalto proprio per il confronto con “la bruttezza del luogo”. Difficile crederci. Quello che, invece, non stupisce affatto è l’altro chiodo fisso delle vacanze 2008:il pianto sulla decrescita del turismo villeggiante. Leggo su “Il Giornale” che “per la prima volta in Liguria non si registrerà il tutto esaurito neppure a Ferragosto”. Registro lo sdegno de “ i titolari dei lidi” verso quelli che “arrivano in spiaggia portandosi le bottigle dell’acqua comperate al supermarket”. E i tristi conti delle Ferie: “22,8 milioni di italiani non farà vacanze quest’estate: il 45% per mancanza di soldi”. Se si considera che, come scrive Pietro Veronese su “La Repubblica” recensendo un saggio dell’economista Paul Collier, c’è, nel mondo, un miliardo di poveri assoluti, per cui “le cose vanno di male in peggio. Il reddito è fermo o diminuisce. Il contatto con la restante parte dell’umanità è perso, il distacco continua ad accrescersi, ogni tentativo di reagire si salda con un fallimento”, non abbiamo il diritto di lamentarci. D’accordo l’inflazione galoppa e il potere d’acquisto di salari e stipendi garantisce a fatica il necessario, figuriamoci il superfluo, ma c’è sempre qualche buona notizia. “ Anche al Billionaire si tira la cinghia”, leggo su “Il Giornale”, “ e Briatore lancia il menu turistico”.Pensate : primo secondo contorno frutta o dessert a soli 200 euro. Vino escluso? Ma no, magari un quartino di bianco è incluso. E, comunque: “il brivido di incontrare qualche Vip” val bene un piccolo sacrificio!

Gli ultimi, i penultimi e la politica della paura

Lidia Ravera | Lavori in corso | 14 Agosto 2008 | 1,485 letture

Due lunghe gambe nude, una sull’altra, sul pavimento. Sul pavimento anche una maglietta rossa, due braccia in una posizione innaturale. La testa non si vede, non si vedono i capelli, gli occhi. Tutta la ragazza, una nigeriana costretta a vendersi sulla via Emilia, così abbandonata, pare un sacco di stracci. Uno dei tanti rifiuti solidi urbani che circondano le fauci traboccanti dei cassonetti. La fotografia che ritrae questo corpo-spazzatura è stata scattata, a tradimento, nel Comando dei Vigili di Parma, in una cella, dopo un pestaggio “svolto nel rispetto dei diritti delle persone fermate” , parole dell’assessore alla sicurezza. La vittima è colpevole d’aver pianto, e d’aver reagito alla pattuglia di difensori dell’ordine e del decoro che l’hanno fermata, nel quadro della “lotta alla prostituzione”. Ha pianto e ha reagito perché giovane, perché straniera, perché spaventata dalle prevedibili vendette del suo sfruttatore: “ se perdo una serata si incavola”. Come sempre, invece di vergognarsi e chiedere scusa, quelli che hanno ridotto una ragazza a un sacco di carne buttata sul triste pavimento di una cella, se la prendono con chi ha fatto la fotografia, con chi ha voluto accendere un riflettore, grazie alla forza delle immagini, su uno dei piccoli crimini quotidiani che ammorbano il nostro Paese.
Da qualche mese? Da qualche settimana?
Ho perso il senso del tempo. Ogni giorno qualcuno degli “ultimi”, quelli che dovrebbero essere cari al Cielo e soccorsi dagli uomini di buona volontà, viene ferito, perseguitato, escluso, esiliato, fermato, represso, aggredito. Facciamo un elenco? Non si può più chiedere l’elemosina, perché la miseria fa disordine. Gli africani, dopo anni e anni di tradizionale commercio estivo, non possono più rivolgersi agli annoiati vacanzieri con il loro storico invito
“ vu cumprà?”. Se lo fanno, rischiano di essere buttati a mare da giovinastri che si godono la “caccia al diverso” assai più che lo shopping da spiaggia. Non si può più cercare ristoro sulle panchine o nei parchi, alla calura dell’estate, perché parchi e panchine sono gratuiti e se devi accontentarti di ciò che è gratuito, ricadi nel crimine numero uno, la già citata colpa di essere poveri. E tre poveri sono già un’adunata sediziosa. Non si può offrire sesso a pagamento, non sulle strade del nostro Paese. Prostituirsi per strada fa disordine. Meglio offrire via telefono cellulare la stessa merce a qualche cliente “ di qualità”, per i buoni uffici di qualche lenone abusivo, se ne trovano tanti, nei retrobottega della politica e delle televisioni. Non si può più fare un pic nic sui prati, se si è stranieri, vietato il barbecue. A Milano, naturalmente, avanguardia del movimento di selezione della razza italiana. Del resto: i lager ci sono già, ci stivano quelli che arrivano per mare, in attesa di rispedirli al mittente, indipendentemente dal motivo che li ha portati sui nostri lidi. Ah, che paese ospitale, questa Italia che non emigra più! Che continua a tirare la cinghia, e a fare una vita grama, ma preferisce restare a casa, barricata. E prendersela con chi sta peggio. Non è una bella soddisfazione? Si sentono più sicuri, gli italiani affetti in modo grave dalla patologia della paura, grazie a questo “ crescendo” di attività discriminatorie, in questo bel ritmo accelerato di divieti? Fa bene fare la faccia cattiva, ci si sente meglio dopo aver picchiato una ragazzina da marciapiede, dopo aver affogato un venditore di teli di spugna? Forse sì. In fondo le garanzie democratiche sono sempre saltate nei periodi di crisi. Intrattenere gli italiani sui loro falsi privilegi (non conto niente, non ho una lira, non ho un futuro, però sono nato a Parma, a Padova, a Milano e ho la pelle bianca senza essere nemmeno rumeno o albanese) consente di distrarli dall’aumento del prezzo di un pacco di pasta, di un litro di latte, dei libri di scuola. Non è così? Si gioca, ci si diverte. Si gioca a perseguitare gli ultimi così i penultimi si sentono primi a qualcuno. E’ un gioco vecchio. Così vecchio che non è divertente commentarlo. Sarebbe più saggio tacere, sarebbe più elegante, nel pieno del pubblico starnazzare. Peccato che sia anche un gioco pericoloso. E’ pericoloso fomentare la paura, usare l’insicurezza economica e l’ansia legittima di chi non riesce a garantire un futuro ai propri figli, per fini politici. Si esasperano gli animi. I penultimi scaricano l’angoscia sugli obbiettivi sbagliati, sui capri espiatori, sulle vittime sacrificali additate da chi non ha saputo garantire una ripresa economica, né costruire una cultura di solidarietà, per placare l’ira degli dei. Gli ultimi, prima o poi, si arrabbieranno davvero. E allora sì, il “problema della sicurezza”, da commedia virerà in tragedia.

la fantasia al potere?

Lidia Ravera | Lavori in corso | 7 Agosto 2008 | 2,106 letture

Sulle pagine de “Il Giornale”, Giannino della Frattina da Milano intervista Letizia Moratti, sotto il titolo: “Fondi e poteri speciali.Ora contro l’illegalità non siamo più impotenti”. Una delle domande si configura così: “Ci sono già state le ordinanze dei sindaci contro i lavavetri a Firenze, contro i clienti delle lucciole a Bologna, per il coprifuoco nei parchi a Novara, contro il Burqa ad Azzano Decimo”. Risposta della Moratti: “Davanti al ministro ciascuno ha già portato esempi diversi”. Della Frattina insiste: “Maroni vi chiede ‘proposte creative’. Lei da dove comincerà?”. C’è di che preoccupare anche i più ottimisti. Che cosa si inventeranno i sindaci per compiacere l’arguto Ministro? Deportazione di tutti gli stranieri inadeguati allo shopping in dollari e yen? Arresto per detenzione di birretta non regolarmente consumata con sovrapprezzo al tavolino del pub? Fermo per adunata sediziosa agli incauti coniugi o fidanzati che escono la sera con una coppia di amici, sfidando il numero massimo di tre, perché tre cittadini insieme non fanno paura ma quattro sì? Sessantottini di tutto il mondo giubilate: finalmente la fantasia è andata al potere. Infatti, da qui in avanti, può succedere di tutto. Dice la signora Moratti: “In pochissimo tempo grazie al governo Berlusconi abbiamo ottenuto quello che in anni di centrosinistra e di Prodi non era nemmeno stato abbozzato”. E’ vero: infatti anche i più critici fra noi, nel leggere questa frase, proveranno un attimo di intensa nostalgia per il compianto Romano e i suoi. Avranno pure fatto degli errori, chi lo nega, però non hanno usato la nostra paura per farci ancora più paura. O peggio: la paura di alcuni, per terrorizzare tutti. Ragioniamo serenamente: la sensazione di insicurezza non nasce da una crescita esponenziale dei crimini commessi da rom, extracomunitari di pelle nera, excomunisti albanesi o rumeni. La paura nasce, ed è destinata a crescere, per l’incertezza della pena ( per esempio la legge che manda impuniti gli autori di gravi reati contro la persona per salvare il premier e i suoi amici. Oppure l’indulto che rimette in libertà gente che non se l’è ancora meritata), la paura è destinata a crescere perché non c’è un codice di valori condivisi (per esempio l’onestà, il rispetto per gli altri, la tolleranza eccetera), in cui formare i giovani ed eventualmente educare gli immigrati da paesi più arretrati, la paura è destinata a crescere perché non c’è fiducia verso una classe dirigente troppe volte beccata a intrallazzare, rubacchiare e commerciare all’ombra del proprio potere. Nessuno lo dice, ma i crimini commessi da sconosciuti sono in calo, in aumento sono semmai quelli covati nel calduccio delle famiglie. I giornali sbattono in prima pagina soltanto i mostri utili, i “porci comodi”, quelli che servono ad alimentare xenofobia e altre ossessioni, così la gente ha la sensazione di essere alla mercè dei poveracci e accetta con gratitudine gli ambigui regali del governo. Per esempio l’occupazione militare delle città. E, a proposito di regali: che ne dite di quello, sontuoso, ricevuto e dilapidato, da Michela Vittoria ? Leggo su “La Repubblica”. “Chiude la tv della Brambilla. In un anno bruciati 20 milioni”. Di euro? Sì, di euro. “Aveva cominciato a trasmettere sul satellite nel giugno 2007, martellando 24 ore su 24 , canale 818 di sky, contro il governo Prodi. Il segnale veniva poi rilanciato in chiaro da un network di 40 tv locali.”. Ha vissuto per il tempo di una campagna elettorale. Poiché non aveva altre funzioni, diciamo che è morta di morte naturale. Ma una curiosità mi rimane: perché mai Berlusconi, a cui non mancano le televisioni, ne ha voluta ancora una? Non è da bravo imprenditore investire sul superfluo.
(wwwlidiaravera.it)

i figli grandi

Lidia Ravera | Lavori in corso | 3 Agosto 2008 | 1,910 letture

Sono grandi, i miei figli. Li guardo muoversi sulla terrazza. Hanno preparato l’aperitivo. Finger food, tartine. Sono venuti a trovarmi sull’isola. Lui con la sua donna ( bella, alta, con una grazia innata e una delicatezza vigile, attenta). Lei con il suo uomo ( quarantenne , una faccetta da Harry Potter che non rivela i quattordici anni di differenza, lei è molto più giovane). Adulti. Adulti tutti e quattro. Cioè: simili. Lui, mio figlio, è venuto con me in montagna, sulle pendici del vulcano, fino all’osservatorio vulcanico, con i cani che correvano dietro le capre selvatiche. Ci siamo fermati a bere acqua, a punta Labronzo, sotto la bocca attiva che erutta fumo e fiamme visibili la sera. Il sole era ancora alto alle sei di pomeriggio. Il vento fra le canne e l’ansimare dei cani felici per la salita, colonna sonora a basso volume, erano interrotti dagli improvvisi ruggiti del vulcano. Boati inghiottiti dalla terra, minacciosi e nobili, antichi. Lui mi parlava di un libro straordinario, scritto da Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto presso la Procura Antimafia di Palermo. Il libro si intitola”Il ritorno del Principe”, sottotitolo “la criminalità dei potenti in Italia”: me ne parlava con passione, con cognizione, con la fierezza di uno sconforto positivo, quando la percezione del male mette le basi per una reazione, per una rivoluzione. Lo sentivo vicino, utile come un amico che ti mette a disposizione il suo bagaglio di informazioni,l sua indignazione, eppure non lo sentivo figlio. Con i figli, ho pensato, devi sentire un distacco, un gap, una differenza. Devi sentirli minori, i figli. Questi due giovani adulti che frequentano la mia vita, questi due esseri umani, la cui felicità mi sta a cuore più della mia, sono troppo contigui, troppo affini. Con lei parlo da donna a donna, con lui condivido la passione per la scrittura. Sono amici speciali, ma non ho più niente da insegnare, non hanno bisogno della mia protezione, sono perfetti e definiti, ciascuno con i suoi vizzii e i suoi vezzi, le loro personalità sono formate. Mi piacciono. Li contemplo, mentre si muovono e parlano e leggono e sparecchiano e si relazionano al piccolo mondo dell’isola, come un allevatore soddisfatto, come un maestro appagato. Il mestiere di madre, come tutti gli artigianati che richiedono uno sforzo costante e una logorante passione, logicamente, matura il diritto ad un pensionamento precoce.