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Rifinire un romanzo

Lidia Ravera | Lavori in corso | 30 Ottobre 2008 | 1,153 letture

Certo questo della seconda stesura è un gran momento. Ho ripreso “La guerra dei figli” dall’inizio. Dal primo dei quattro grandi capitoli in cui è diviso. Il 1967. Lo leggo,lo correggo, lo rileggo. Ne leggo qualche brano ad alta voce per sentire ogni stonatura, per stanare ogni ridondanza. Taglio, per lo più. Sacrifico frasi anche belle, se sono belle e basta. Aggiungo poco. Mi avvicino ai miei personaggi come ci si può avvicinare a persone che conosci bene. Ho confidenza con loro, dopo tutti questi mesi, queste pause, queste riprese. E’ da almeno due anni che mi abitano in testa ( “le seduzioni dell’inverno” l’ho scritto quando “la guerra dei figli” era già iniziato. Era in stand by. Si chiamava ancora “Stagioni”…) Avere confidenza coi tuoi personaggi ti consente qualche libertà. Li ascolti, certo,ma puoi anche contraddirli.
Emma, Maria, Sandro, il padre e la madre, nominati sempre così, la famiglia…Guido con cui, ogni tanto, mi comporto proprio da mascalzona…Comunque. E’ una fase di massima allerta, quella delle “rifiniture”. E’ il momento in cui capisci che cosa c’è dietro il libro che hai scritto ( le motivazioni profonde, la necessità…). E devi stare molto concentrata: dopo due ore ti fuma il cervello.
Allora interrompi, telefoni a qualcuno, cazzeggi un po’ sul sito, poi ricominci…

dai Walter, prova a rassomigliare al tuo comizio!

Lidia Ravera | Lavori in corso | 25 Ottobre 2008 | 1,191 letture

Due milioni e mezzo di persone a “salvare l’Italia”. Forse una stima convenzionale, ma eravamo tanti, davvero tanti. E questo scalda il cuore affannato di chi da una vita scende in piazza e corre dietro alla sinistra. Il catino del circo massimo, polveroso, erboso, spelacchiato, con quella quinta monumentale di vestigia del passato, conteneva a fatica una folla che conosco bene: belle facce stanche, sorrisi pieni di buona volontà. Quelli che non erano in piedi nel centro sedevano sugli splati in salita. Tutti con “Europa” sotto il sedere. Molti con l’Unità in tasca o in mano. L’unità nuovo formato: piccola,leggibile, un po’ mesta, con un che di dimesso nella carta, ma forte nei contenuti. Articoli secchi, inchieste. Poche bellurie ( peccato, a me piace, ogni tanto produrne, ma pazienza). Comunque: bella gente. Ho capito perchè mi piace andare alle manifestazioni: mi riduce il tasso di solitudine nel sangue. Quella cattiva ( ce n’è due, di solitudini, funziona come col colesterolo, ce n’è una buona e una cattiva.Quella buona è quando scrivi a guardi dalla vetrata del tuo studio il ricamo del volo degli storni, che punteggiano il cielo. Quella cattiva è quando ti sembra che tutti siano berlusconiani e tu l’unica scema che cerca di vivere secondo qualche principio decente). Ecco, oggi, fra quella gente che, come me, ascoltava veltroni, piena di voglia di crederci ancora, ho sentito ridursi il tasso di solitudine cattiva. Era in forma, il segretario del Pd ( partito che non amo). Ha fatto un discorso duro, da opposizione, ha rivendicato la nostra storica diversità: sulla scuola, sulla cultura,sull’economia, sulla tolleranza, sulla solidarietà. Contro razzismo, egoismo, ignoranza, tracotanza. Ha parlato della povertà. Ha promesso di occuparsene. Ha criticato il governo di destra. L’italia è migliore della destra che la governa, era il ritornello. Anche lui ha smesso di dire: centrodestra(grazie casini!). Ha riconosciuto che questo non è ancora un regime, ma neppure una democrazia. La democrazia vera è partecipazione ( per favore ridateci le preferenze, che ne faremo buon uso!). Tutte le volte che attaccava frontalmente berlusconi esplodevano gli applausi: è questo che vuole il popolo delle primarie, contrapposizioni nette, non patteggiamenti e cortesie per i potenti. Speriamo che l’abbia capito( lui, gli altri che stavano impettiti dietro di lui sul palco) Quando Veltroni ha finito di parlare si addensavano, nel vasto cielo chiaro, nuvole nere. Il temporale ha aspettato. Che sia un buon segno?
Abbiamo tutti bisogno di ricominciare a sperare.

il partito della decrescita

Lidia Ravera | Lavori in corso | 23 Ottobre 2008 | 1,258 letture

53 anni, carino, è seduto sul mio divano. beve il caffè senza zucchero. Ha fondato il partito della decrescita. Non è proprio un partito, l’ha chiamato partito per farne una bandiera. Di che cosa? Della decrescita. Il capitalismo sta implodendo. perchè c’è quest’ossessione della crescita . il maledetto pil. Produrre sempre di più e consumare sempre di più. Ridurre i consumi.Risparmiare. Risparmiare tutto: energia, soldi, oggetti. Tornare a un economia dell’essenziale. Smettere di produrre beni non-durevoli. Smettere di consumare cose non necessarie.Sobrietà.
Aggiustare invece di buttare e ricomprare.Sembrano cazzate, invece è una rivoluzione. Se la piantiamo di farci condizionare dalle merci, forse, ricominceremo a interrogarci su che cosa veramente ci fa star bene, qual’è il vero valore della vita…adesso sono stanca. Ho avuto una giornata di merda. Conclusa litigando con una persona a cui voglio molto bene. Anche questo è spreco…Vado a letto, così non faccio altri danni. Domani magari scrivo qualcosa di più sensato.

i ragazzi del 2008

Lidia Ravera | Lavori in corso | 23 Ottobre 2008 | 1,120 letture

Leggo dal “Corriere della Sera” il seguente titolo: “Fuksas: come i ragazzi del ’68 hanno capito i veri problemi”. Sotto, una foto del famoso architetto come’è ora: bello, pelato, con folte sopracciglia soddisfatte e un giubbotto di pelle nera. Sotto ancora, una foto del famoso architetto com’era all’epoca: bello, ricciuto, bocca aperta a scandire slogan , in giacchetta e camicia bianca. Fra le righe, la solita pappa. E’ un nuovo sessantotto? Ci vuole un nuovo sessantotto? E’ meglio? E’ peggio? Tutte le volte che gli studenti escono dal letargo e, poichè il mondo in cui vivranno molto più a lungo di noi rotola rapido verso il disastro, decidono di far sentire la loro voce e di portare in piazza i loro corpi , i giornali partono con il ritornello del sessantotto.
Essendo, quest’anno, caduto il quarantesimo anniversario dell’evento, il richiamo rituale a quelle antiche giovinezze, a quelle manifestazioni, a quelle proteste, risulta particolarmente inflazionato, e quindi , oltrechè inutile, stucchevole. Non ne possono più i ragazzi del 2008 alle prese con una riforma della scuola draconianamente votata al peggio ( meno soldi, meno insegnanti, meno uguaglianza), con un futuro incerto, con un nepotismo castale che paralizza la meritocrazia e con una crisi economica generatrice di sintomi ansiosi. Non ne possono più i ragazzi “d’antan”costretti a rimirarsi nello specchio deformante di un passato ormai remoto e, da quella scomoda posizione, a impartire benedizioni, recriminazioni e “consigli per le lotte”. La domanda è: non si potrebbe smettere? Quella de “il nuovo sessantotto” sembra una maledizione : appena si riscontra una qualche storica somiglianza fra l’oggi e l’allora, le lotte d’oggi, certamente più utili delle commosse rimembranze , si sfarinano, tutti tornano a casa dalla mamma ( dalla nonna?) e il peggio continua ad avanzare, indisturbato.
Invece c’è davvero bisogno che le vittime di tutto questo furore controriformista, di tutta questa precarietà, di tutto questo neo-classismo da palude dei raccomandati, si ribellino con convinzione e continuità. C’è bisogno che prendano in mano il loro destino, salvando, per contiguità, anche il nostro. C’è bisogno che scendano in piazza e ci restino finchè è necessario, ma anche che decifrino la realtà com’è cambiata e impongano nuove parole alla politica. C’è bisogno che distruggano quello che non funziona, ma anche che propongano nuovi modelli per costruire altro, mondi migliori. Istintivamente, ho una gran fiducia in quella che è l’ultima generazione nata nel novecento. Anche per questo vorrei smettere di disturbarli, con il marchio del sessantotto e i suoi fantasmi.

alta pressione e depressione

Lidia Ravera | Lavori in corso | 14 Ottobre 2008 | 1,599 letture

Stabilmente azzurro,il cielo su roma. Stabilmente cupi gli umori. Lo spettacolo del capitalismo che si accartoccia su se stesso non fa circolare allegria fra gli antichi avversari. L’assenza di alternative praticabili, l’inconsistenza dei sogni, mettono addosso un senso cupo di catastrofe annunciata, ma non per questo evitabile. La radio dice che l’Italia tiene, che le nostre banche sono sane o comunque i governi intervengono ( fine dell’orgia delle privatizzazioni, che sembravano così moderne…inizia la moda dei supporti pubblici, che facevano tanto unione sovietica). Chi non ha soldi da parte mai, come me, perchè mantiene troppa gente ( il vecchio padre, le due badanti, la figlia che fa il dottorato di ricerca senza borsa..), riceve bizzare ondate di invidia: beata te che non hai un euro da parte, io che ho investito in azioni di questo e di quello ho già preso una bella batosta. Chi non ha soldi da parte mai perchè guadagna troppo poco,guarda al futuro con un peso sullo stomaco: se la società impoverisce non ci saranno più margini per arrotondare, un po’ di grasso cola sempre sugli affamati se le classi medie possono concedersi un banchetto, ma se anche i più fortunati stanno a dieta…Tutti, per un motivo o per l’altro, ci sentiamo meno sicuri. la caduta dell’impero americano fa paura. Fa paura il pil, la crescita economica bloccata. Fanno paura le banche ( si risente parlare di materassi e nascondigli domestici).Si vorrebbe vendere tutto il superfluo, ma nessuno compra niente. Fa paura la fine del consumismo: oddio, dovremo ricominciare a pensare? A leggere? A guardare?

Il Santo Padre ha colpito ancora…

Lidia Ravera | Lavori in corso | 4 Ottobre 2008 | 1,456 letture

Quarant’anni fa, nel glorioso sessantotto, Paolo VI, in una enciclica contro cui si esercitarono le prime rabbie della prima generazione di contestatori del Verbo, proibì l’uso della pillola. Ieri , nel corso di un Congresso che festeggiava l’anniversario dell’evento, Benedetto XVI ha voluto metterci tutti al riparo dalla nostalgia: i metodi contraccettivi che impediscono la procreazione di figli snaturano il senso ultimo del matrimonio, ha ribadito, con il suo pervicace rifiuto verso ogni forma di modernizzazione, di adeguamento delle regole all’evolversi dei costumi, delle relazioni fra donne e uomini, delle coscienze ( anche cattoliche). Ci siamo sentiti tutti più giovani, siamo risaliti agilmente sulla cara polverosa barricata d’epoca, ed eccoci qui, a ripercorrere vecchie ragioni, in un proustiano effluvio di “patchuli” e turibolo. Se ogni coppia timorata di Dio rischia la procreazione di un paio di dozzine di figli indipendentemente dalla possibilità materiale di calzarli e vestirli, nutrirli, curarli e mandarli a scuola, chi si occuperà di tutti quei disgraziati bambini? Faranno merenda in Vaticano? Riceveranno un tot del tanto reclamizzato “8 per mille alla Chiesa Cattolica”? Se ogni congiungimento carnale fra una donna e un uomo deve avere per scopo dare la vita ad un terzo essere frutto dell’unione fra i due, sarà giocoforza limitare il proprio impulso amoroso: non più di due volte in una vita. Se il piacere fisico è soltanto una trovata dell’Altissimo per rendere un po’ più gradevole la funzione di servitori della specie, allora noi gente normale, noi che ci accoppiamo anche per desiderio, che cosa siamo? Puttane e puttanieri?. Se le donne non possono mettere al riparo il proprio corpo dalle gravidanze assumendo contraccettivi, allora le donne sono strumenti per la produzione di umani, non umane esse stesse, non persone. Ma no, argomenta il Pontefice: c’è “la conoscenza dei ritmi naturali della fertilità della donna” ad aiutare le coppie sposate. Si tratta, per chi non avesse capito, del caro vecchio metodo Ogino Knaus : si può fare l’amore subito dopo le mestruazioni, o subito prima delle successive. E pregare il Cielo che eviti alla signora ogni turbativa nel regolare gioco degli ormoni. E’ un metodo sicuro? Mia madre sosteneva di no, poiché , seguendo quel sistema, sono nata io. Per anni mi hanno chiamata “Ok”, dalle iniziali del mio involontario padrino. E con questa piccola escursione autobiografica, retrocediamo ancora più indietro nel tempo, arriviamo al mezzo secolo. E’ rassicurante, tutto sommato, dialogare col Santo Padre. Tutto è sempre immobile, niente cambia, non si cresce, non si invecchia, la moneta non è mai fuori corso, il vertiginoso evolversi della realtà resta sempre fuori, nella rumorosa piazza del mondo, lontano dalla profumata penombra del Tempio. Il Papa si rende ben conto della impraticabilità delle sue regole, ma la cosa non lo spinge a cercare una mediazione. “Possiamo chiederci come mai molti fedeli trovino difficoltà a comprendere il messaggio della chiesa che illustra e difende la bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale”, ha scritto nel suo messaggio al congresso, ma, come nella recitazione del rosario, si tratta soltanto di alternare le voci, non certo di porre una domanda per darsi una risposta . L’unica proposta avanzata da Benedetto XVI per colmare il gap fra dottrina e realtà, infatti, è un invito a “orientare le coppie a capire con il cuore il meravigliso disegno che Dio ha scritto nel corpo umano”. Capire con il cuore? Forse noi laici non siamo capaci.Però sappiamo “sentire con la mente”, e la nostra mente sanguina pensando al divieto di usare il preservativo, sempre e comunque, anche in Africa, dove si muore di Aids. La nostra mente sanguina pensando a quante donne saranno costrette ad abortire ( con dolore, con orrore, con un senso di morte che non dimenticheranno più) per non aver saputo, potuto o voluto servirsi dei contraccettivi. E ci dispiacerebbe se, a salvarsi da una gravidanza non voluta sradicando dal proprio ventre un feto invece che inghiottendo una pillola per prevenire la sua formazione, dovessero essere soprattutto loro, le donne cattoliche. Quelle che obbediscono al Papa.

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