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l’ultima domenica prima di natale

Lidia Ravera | Lavori in corso | 21 Dicembre 2008 | 1,172 letture

Una specie di nostalgia dell’infanzia. Sentimento censurato. Deviato sull’acquisto compulsivo di oggetti il più possibile inutili. Camminavo, in una di quelle mattinate blu, pulite dal freddo, che rendono Roma luminosa. E intanto guardavo i cappotti, i giacconi imbottiti, gli stivali, in cui le donne si muovevano come in un nido. Le mani guantate reggevano sacchetti rossi, coccarde dorate, nastri. C’era una fretta lenta, in giro, come uno smarrimento nuovo nel ripetere gli stessi percorsi. Le liste: regali utili, regali di ringraziamento, regali affettivi, regali necessari, regali di restituzione. Pensavo: una ragnatela di obblighi reciproci. Chi, per primo, romperà l’incantesimo? Chi dirà: basta. Che a Natale i cattolici vadano in Chiesa, gli altri approfittino del vuoto per riflettere un po’, per farsi due conti di quelli essenziali… E se proprio si vuol celebrare una qualche nascita di profeta, che sia la giornata della solidarietà sociale. Il budget-regali vada a coprire, seppure poco, la grande disparità fra chi si interroga sulle faticose gioie del superfluo e chi manca del necessario. C’era un banchetto che raccoglieva qualche soldo per i cani abbandonati, una firma contro la vivisezione. Meccanicamente, ho firmato e lasciato un obolo modesto.Meccanicamente. Mentre pensavo ai fatti miei, ai fatti loro…

il triplo lavoro delle donne

Lidia Ravera | Lavori in corso | 20 Dicembre 2008 | 1,174 letture

Commovente, il ministro Brunetta: desidera che, finalmente, le donne ricevano, nel mondo del lavoro, lo stesso trattamento dei loro colleghi maschi. Stesso stipendio da subito? Fine di quelle imbarazzanti sperequazioni, giustificate soltanto dal persistere di mistificazioni antiche ? Frasi come “in fondo il suo è il secondo stipendio, in casa, signora”. Oppure: “Li resterà incinta, signorina, non sarà certo l’azienda il suo primo pensiero ”?. Vogliamo dare un taglio alle discriminazioni di genere?. Saremo, finalmente, equiparate ai maschi, nel bene e nel male? No, solo nel male. Nei sacrifici resi necessari dalla crisi: anche noi in pensione a 65 anni. Noi, ammortizzatori sociali, noi tappabuchi di quel che resta del welfare. “ Noi nonne” che sostituiamo gli asili mancanti. Noi figlie mature che sostituiamo le case di riposo mancanti, assistendo genitori novantenni, perché la vita umana si è allungata , e questa è un’ emergenza seria, ma il governo se ne è accorto soltanto adesso e ha pensato soltanto di farci lavorare più a lungo. Domanda: ma lo sa, Brunetta, quante ore lavoro quasi qualsiasi essere umano di sesso femminile macina in più dei suoi colleghi maschi? Vogliamo veramente credere che la gestione del nido sia distribuita in modo paritario perché qualche marito intellettuale e qualche figlio di femminista ha imparato a lavare i piatti? E’vero: una donna di sessant’anni, oggi, può essere una donna ancora piena di energia, sana e perfino bella. Può aver voglia di continuare a lavorare ed essere felice di rimandare l’inevitabile senso di vuoto legato alla fine dell’impegno lavorativo. Però può anche essere stanca morta di combattere su due fronti da 35 anni. Anzi, tre: perché, se nasci femmina,devi morire femmina, e se non curi il tuo aspetto, vieni disprezzata. Può aver voglia di eliminarne uno, dei tre fronti, una donna. Magari quello del lavoro. E a lei, soltanto a lei, spetta la scelta.
(wwwlidiaravera.it)

Fuori stagione

Lidia Ravera | Lavori in corso | 11 Dicembre 2008 | 1,178 letture

Chiusa in una stanza dell’Holiday Inn di Cosenza, tre giorni. Tre incontri sul tema “tappe dell’emancipazione femminile”. Invitata dall’assessorato alle Pari Opportunità. Al mattino, viaggiando con Elio ( autista, comunista, cortese e piacevole) raggiungo sotto una pioggia battente platee di studenti e donne in cittadine mai viste, Rende, Rossano, Castrovillari…Pomeriggio e sera, complice il tempo atmosferico, resto in albergo. Meravigliosamente sola.Preparo gli incontri (poco) e me ne sto sospesa in questo non-luogo, fra arredi non miei, e mi delizia il silenzio. Davanti alla scrivania ho un muro bianco. Dietro di me marcisce allegramente un gigantesco mazzo di fiori rossi. Penso al libro che scriverò. Non un romanzo, devo prendere tempo , dopo “La guerra dei figli”, devo aspettare un’altra ondata, un’ urgenza, l’ emergere di una storia. I romanzi non sono scadenze, non sono compiti o lavoro, non per me, almeno. Sono miracoli. piccoli miracoli di attenzione. Bisogna mettersi in ascolto.
Io l’ho fatto. Coraggiosamente disposta perfino a stare un po’ zitta. Invece, si è imposto un tema, una specie di sfida. I miei ultimi libri, “Eterna Ragazza” e “le seduzioni dell’inverno” erano due storie d’amore, con protagonisti, per c0sì dire, non più giovani. Alla presentazione del primo ho conosciuto uno psicanalista. E’ tornato alla presentazione del secondo ( sempre a Stromboli, piccola isola, isola libreria, isola salotto per a-sociali). Abbiamo incominciato a parlare, seriamente, intensamente, del sottotesto, il tema taciuto eppure ben udibile, delle due storie, l’amore maturo. L’innamoramento, fuori dall’età canonica. Nell’età della luce forte, quando il sole è allo zenith e tu vedi tutto e sembra così difficile illudersi, sopravvalutare l’altro…abbiamo parlato a stromboli, in spiaggia, nuotando, bevendo caffè…abbiamo continuato a parlarne via mail quando lui è tornato nella sua città e io nella mia. Ne abbiamo parlato come un uomo e una donna ( punti di vista diversi, non necessariamente complementari), ne abbiamo parlato come una romanziera e uno psicanalista. Due “professioni” limitrofe,basate sulla parola, sulla narrazione, sull’empatia, sull’ascolto. Ci siamo infervorati…Lo scriveremo insieme, il libretto ( libricino, libello, libro, pamphlet)…La domanda è: è possibile innamorarsi quando si ha molto vissuto? e se sì, che amore è? Come si configura? E’ diverso? Quanto è diverso? Che valenze satura? Che falle apre nelle difese che l’età adulta di impone? E’ scandaloso? E’ rischioso? E’ rigenerante? E’ tutte le cose insieme?
Il prolungamento dell’aspettativa di vita impone ( consente?) un protrarsi del sogno d’amore? esistono tempi supplementari del sentimento? E …le domande si assommano le une alle altre…Sembrano non finire mai. Quindi forse sì, va bene condividerle.
( se vi va, cari ospiti della mia casa elettronica, di raccontarmi qualcosa…)

Compassione?

Lidia Ravera | Lavori in corso | 3 Dicembre 2008 | 1,846 letture

Dicono che avere vent’anni è una cosa meravigliosa, una condizione di privilegio, in un paese per vecchi. Tu li hai, vent’anni , hai un compagno giovane e una casetta in un quartiere antico, a Catanzaro. Vivi lì da quando sei rimasta incinta di Annarita. E’ nata undici giorni fa e tu sei stata festeggiata come tutte le donne quando fanno quello che soltanto loro possono fare: mettere al mondo un bambino. Le tue vicine di casa, tutte anziane, l’hanno scoperto soltanto quando hanno visto il fioco rosa sul portone, che avevi sgravato. Per un momento sei stata importante. Giovane madre. Meglio ancora: madre giovane. Rosario, poi, invece di ciondolare in attesa di un posto precario come la maggior parte di quelli della sua età, lavora . E’ elettricista. Porta soldi a casa e tu a casa devi stare ad aspettarlo e devi accudire la bambina. E’ la famiglia, questa. Quella famiglia di cui tutti parlano con rispetto, che tutti vogliono difendere, che tutti sventolano come una bandiera. La famiglia è: papà mamma bambino. Tu, Loprete Morena , non ce l’hai avuta, la famiglia. O meglio: è durata poco. Morti tutti e due, tuo padre e tua madre, quando eri ancora una bambina. Tossicodipendenti. Non sei bastata tu, a renderli felici. E così Annarita per te. Non è stata sufficiente, non ti ha dato pace. Né lei né Rosario. Ci pensi di notte, nei tempi dilatati dell’insonnia, che questo non è quello che volevi.Forse pensi che non volevi farti carico di un’altra vita, non ancora, o non con Rosario. La nascita di un figlio trasforma il fragile legame con un ragazzo in una catena pesante. Il “noi” , insinuante, trasforma l’io, lo limita, lo costringe ad adeguarsi all’altro. A te non riesce molto bene, forse ti mancano i modelli. E poi Rosario ti irrita, che sia colpa sua o dei tuoi nervi, poco conta , stai male,ma nessuno ci fa caso. Giovane madre, madre giovane, bella casetta, fiocco rosa sulla porta.Vi sentono litigare. E’ abituale. Mica si litiga poco, da queste parti, non siete i soli ad alzare la voce. Che cosa sia successo di peggio del solito la notte della domenica, io non lo so. Forse non è successo niente di peggio del solito. Certo eri terribilmente stanca, stanca anche di urlare e allora ti sei buttata addosso a Rosario. L’hai aggredito a morsi, come una bestia feroce, gli hai quasi strappato un orecchio. Poi hai preso un coltello. Non l’hai colpito forte, non hai calcolato la traiettoria, gli hai aperto una ferita nel torace, non profonda, non mortale. Lui non ti ha disarmata, non ti ha aggredita . E’ scappato. Si è messo in salvo. Gli uomini possono farlo, possono sempre andare via. Ma lì, nella stanza, c’è Annarita che piange. Forse anche tu piangevi così, quando tuo padre e tua madre si intontivano di sostanze tossiche, pur di non vivere, pur di non pensare. Forse ti sei ricordata di quando eri tu, un essere umano minuscolo, e l’egoismo degli altri ti gettava nel terrore. L’hai presa dalla culla, Annarita, ma lei continuava strillare. L’hai buttata sul pavimento. Un gesto di rabbia.Come poco prima, quando hai morsicato Rosario. Non te ne sei accorta di averla uccisa, l’hai detto anche ai carabinieri: è viva, non vi credo. E intanto piangevi. Io lo so che non volevi spaccarle la testa, volevi spegnere le sue grida. Volevi che, in quei 25 metriquadri in cui vivevi con lei e con suo padre, ci fosse, per un attimo, un po’ di silenzio. L’hai rimessa nella culla, dopo. Come si tira su dal pavimento una bambola. Perché domani, magari, ti andrà di giocarci di nuovo. Domani. Dopo che sarai riuscita a dormire.
Wwwlidiaravera.it

in gita con gli scrittori

Lidia Ravera | Lavori in corso | 1 Dicembre 2008 | 1,197 letture

Di tanto in tanto ti invitano da qualche parte all’estero e con te ci sono gli altri scrittori. A me non capita spesso, perchè non sono molto rappresentativa. Nè molto intrallazzata. Però mi capita. Di tanto in tanto. Infatti ero in Israele, fino a ieri. Gerusalemme. L’occasione si chiamava “letteratura e impegno”. Era un incontro con gli scrittori israeliani. Sono poco curiosi, gli scrittori israeliani: arrivavano, partecipavano alla tavola rotonda a cui dovevano partecipare, poi se ne andavano. La sera non venivano mai, con noi, gli scrittori in gita dall’Italia. Come fossero ragazzi di un’ altra scuola: se non ti obbligano a starci insieme, non ci stai, perchè non sono i tuoi amichetti. Peccato. Io ero molto curiosa di loro. Sono curiosa di Israele perchè è una patria scelta su base volontaria. Non ci sei nato per caso o per sbaglio (come me in Italia), ci sei andato, o ci è andato tuo padre, perchè voleva andarci e restarci.Si sente, quest’enfasi.Yehoshua l’ha detto, discutendo con Claudio Magris.”Gli ebrei sono sempre stati un popolo privo di frontiere”. La loro patria è mentale. Culturale. Infatti la servono e la curano. E’ una bella città, Gerusalemme. Con cieli alti e ulivi strappati al deserto. Ogni albero sembra cresciuto in un vaso, un gigantesco effetto bonsai. E’ una terra sacra e un terra di morte. Forse sacra in quel senso. Per me, laica, non è il luogo fisico dove dicono stesse il bambinello o la pietra dove adagiarono il corpo di Gesù “l’oggetto sacro”, ma il dolore quasi insopportable che la visita al museo della Shoa impone, come un sacramento, a chiunque cammini per quelle stanze, guardi e ascolti il racconto dell’olocausto.