Tutte le mattine, fra la doccia e la colazione, ascolto Radio24, la trasmissione “L’elefante”, condotta da Giuliano Ferrara. E’ un accurato sguardo quotidiano che approfondisce un tema fra i più gettonati nell’ambito della pubblica chiacchiera.Ieri l’altro si parlava, per esempio, dell’Ingegnere, Carlo De Benedetti, e della sua decisione di “lasciare tutte le Presidenze”, pur mantendendo alcune “sine cure” che farebbero la gioia di molti quarantenni. Ferrara, lontano dallo schermo, non impone alla sua intelligenza la maschera dell’aggressività e il dibattito è approdato ad un discorso che mi appassiona: le vecchiaie maschili. Tutti hanno messo in discussione il fatto che davvero l’Ingegnere abdicasse “per l’anagrafe”. I settantacinque anni per un uomo di potere sono,pare, l’età canonica, come i18 per i nuotatori o i 12 per le ginnaste.Nel nostro paese i Maschi alfa del branco politico sono nati negli anni trenta del secolo scorso. E, poiché l’esercizio del comando tiene allegre le cellule e alto il tasso di autostima, non si sognano di ritirarsi a vita privata. La vita privata, si dice, piace soltanto alle donne: il nido, i cuccioli, gli amori.All’età della pensione il nido è vuoto, i cuccioli cresciuti e gli amori una botta di fortuna , ma non importa, si può sempre imparare a cantare. Il maschio medio,invece, in pensione boccheggia come un pesce in secca( ricordo mio padre, ingegnere anche lui, ma con la “i”minuscola), se poi ha sperimentato le luci della ribalta, finisce in sindrome d’astinenza. Il ricambio della classe dirigente, temo, si avrà soltanto in caso di pandemia, ma , ovviamente, non si saprà con chi ricambiarla, essendo morti tutti. Se ci ritiriamo, noi donne, in opportuno luogo asettico e riusciamo a sopravvivere alla razza maschile, forse, avremo una chance di carriera.
Pare che, alla maggioranza degli italiani, Berlusconi risulti simpatico soprattutto per la sua verve veteromaschilista: mentre calpesta, con metodo, la dignità delle donne , libera, con l’esempio, da qualsiasi senso di colpa o inadeguatezza, da qualsiasi censura o vergogna, ogni maschietto di bassa statura (morale e culturale, ma, già che c’è, anche fisica) in vena di pacche sul culo e commenti sporcaccioni sulle femmine ( con particolare accanimento verso quelle che non li prendono in considerazione). Non c’è signora che non abbia subito i suoi commenti, o perché bella e giovane o perché non abbastanza bella e non più giovane. Ci siamo sforzati di buttarla a ridere , ma adesso non ne abbiamo più voglia: gli agguati a scopo di violenza sono in crescita, incominciamo ad avere davvero paura e Berlusconi, nel commentare la proposta, demagogica , di usare l’esercito per scoraggiare le aggressioni, ha detto: “dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle donne in Italia”.
Difficile buttarla a ridere, anche se a chiedercelo è il Presidente del Consiglio. Anzi, proprio perché è Lui a chiedercelo: una battutaccia detta da un Presidente è più pericolosa della stessa battutaccia detta da un pirla qualsiasi. Fine della ricreazione, quindi, che Berlusconi taccia e si scusi. Credeva, il simpaticone, di fare un complimento alle vittime? Voleva invitarle a considerare lo stupro come un omaggio estremo alla loro avvenenza (un militare per ogni bella, le brutte chi se le stupra)? O, magari, giustificare gli aggressori, sistemandoli nella grande famiglia dei maschietti a cui le belle ragazze danno un po’ alla testa: un’allegra banda di sociopatici di cui, almeno a parole, sembra far parte anche lui. Il Capo del Governo di questo Paese.
…e avete voglia di parlare di libri ( in questi tempi oscuri, in cui quasi ogni altro discorso inclina alla cupezza)o di ascoltare libri, vi segnalo: venerdì 23 gennaio, alla sera, alle 22,30, alla libreria Rinascita di Largo Agosta, sabato pomeriggio alle 18 e 30 alla libreria di via di Conca d’oro 336, domenica mattina da Bibli, libreria caffè ristorante, a via dei Fienaroli (trastevere) e domenica sera allo Stilnovo club, via sabotino 14 ( Prati) un appuntamento carino. Si chiama “teatro in libreria”. Si tratta di un gruppo di attori giovani e volontari (volenterosi? volontaristici?) che reciteranno una loro riduzione de “Le seduzioni dell’inverno”, il mio ultimo, anzi, oramai, penultimo ( mi sono arrivate le prime bozze de “la guerra dei figli”), romanzo.
Ci sarò sempre anch’io,naturalmente, a chiacchierare col pubblico, se il pubblico avrà voglia di chiacchierare d’amore, di seduzione, di donne che conducono il gioco, di uomini freddi che si sbrinano contro la loro volontà e potenza…cose così.
Io i ragazzi di Teatro in libreria non li ho mai visti all’opera. Ho conosciuto una di loro, Marzia, che mi sembra appassionata. E sveglia.
Quindi sono molto curiosa.
Vittorio Arrigoni, volontario a Gaza, nonostante un periodo di detenzione e un foglio di via delle autorità israeliane, conclude i suoi articoli quotidiani, pubblicati su “Il manifesto” e sul blog “Guerrilla Radio”, con la stessa frase. “ Restate Umani”. E’ una esortazione necessaria, ma nessuno riesce a prenderla davvero sul serio. Che cosa vuol dire restare “umani”? Vuol dire, innanzitutto, non abituarsi al dolore degli altri, non bruciare tutta la propria pietà sulle fotografie dei primi bambini insanguinati, ma continuare a soffrire e a protestare, anche dopo 18 giorni di guerra, anche dopo 970 morti. Vuol dire non prendere partito ciecamente , consolando sé stessi con la convinzione che il torto, il male, l’odio sia tutto dall’altra parte, quella che è stata assunta a “nemico”. E’ difficile, restare umani, di fronte alla politica delle bombe. Non tutti lo sanno compiere, quest’esercizio. Non è “restare umani” palleggiarsi le vittime, usare un lutto per giustificare altri lutti.Non lo è nascondere un arsenale sotto un ospedale, ma neppure bombardare l’ospedale perché è un obbiettivo militare e chi se ne frega se è pieno di feriti. Non è “ restare umani”, invitare al boicottaggio “dei negozi appartenenti a membri della comunità israeliana”, come, secondo Bernard Henry-Levy, è accaduto in Italia ( e speriamo che non sia vero). E non è “restare umani” brandire, come un’arma di distruzione psicologica di massa,il ricordo della Shoah, con tutto il suo irripetibile orrore, per chiudere la bocca a chiunque esprima le sue critiche nei confronti della politica d’Israele, della spietatezza con cui sta trasformando in genocidio una, pur lecita, operazione di polizia contro frange terroriste di Hamas . Quello degli ebrei è un popolo ferito, offeso, martoriato. Ha diritto, per sempre, alla nostra pietà. Non alla nostra incondizionata approvazione.
“Basta un morto per dire: No. Ma anche le proporzioni contano”, così scrive Luisa Morgantini, vicepresidente del Parlamento Europeo, in “Gaza,lettera aperta ai politici italiani”. Scrive che dal 2002 a oggi, per i razzi degli estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. E sono certamente troppe. Ma a Gaza, nello stesso periodo, sono state distrutte migliaia di case e uccise più di 3000 persone. Centinaia erano bambini. Facile: sono la maggioranza della popolazione a Gaza. E non tirano razzi. Al di là di qualsiasi ragione o torto di entrambi i contendenti, la sproporzione è evidente. Una delle tante asimmetrie?E fino a quando dovremo sopportarle, le guerre asimmetriche? A Gaza capita che una donna partorisca in un campo, che il marito le debba tagliare il cordone ombelicale con un sasso, perché le impediscono di raggiungere l’ospedale. Capita che gli scolari debbano camminare un’ora per arrivare a scuola, la via più breve non la possono percorrere.Vita quotidiana di un popolo braccato. A Gerusalemme, una scrittrice incontrata al convegno organizzato dal locale Istituto Italiano di Cultura, mi ha detto: “ mandi i tuoi figli a scuola al mattino e non sai se torneranno a casa”. Si soffre al di qua e al di là del confine. Ma i carrarmati sono la soluzione? Molti israeliani pensano che servono soltanto a perpetuare l’odio e non lo sopportano più. C’è, nello stato democratico di Israele, chi condanna l’aggressività bellica del governo, nonostante la paura con cui convive da decenni . Ci sono soldati che rifiutano di andare a sparare sui vicini di casa, e si lasciano incarcerare per questa nobilissima disobbedienza. C’è, anonimo, timido, eppure in continua espansione, un incorporeo partito transnazionale della pietà. E’ forse l’unico a cui varrebbe, qualora prendesse corpo, la pena di iscriversi. L’unico partito da votare, in questi anni di confusione e di dolore.
(wwwlidiaravera.it)
Ho sempre scritto sulla spinta di un bisogno mio, una mia personalissima necessità primaria, di sopportare il peso di un pensiero molesto, eventualmente di confutarlo.Ho scritto per consolarmi e per capire, per mettere ordine, per darmi speranza. Mentre lavoravo per me, mentre trovavo storie che animassero di ombre il buio davanti a me, rendendolo meno compatto, mentre cercavo di togliermi di dosso, scrivendo, l’unica sensazione per me intollerabile, quella dell’immobilità, dell’eterna ripetizione, dell’impotenza umana di fronte al destino/tempo, me ne sono accorta tanti anni fa, lavoravo anche per gli altri.
La condizione umana, subirla entrambi, tu che scrivi e chi ti legge, è una garanzia di comunicazione. L’autenticità, figlia del bisogno, diventa stile, ha un rintocco inequivocabile. Dall’altra parte lo sentono. I lettori, intendo. Ed ecco che il piccolo miracolo si compie. Curando te stessa, curi gli altri. Il che riduce, nei limiti del possibile, quella glassa di egocentrismo che si deposita su chi vive scrivendo. Ti dici che sei un tramite, un testimone, un metallo umile attraverso cui passa una sorta di energia esistenziale.
Ma è poi vero?
E perchè voglio scrivere un libro sull’innamorarsi e l’amare?