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gli illusi della cultura

Lidia Ravera | Lavori in corso | 21 Marzo 2009 | 1,309 letture

Dunque Angelo Guglielmi sarebbe troppo vecchio e troppo di sinistra ( i due difetti spesso si sommano) per presiedere il Consiglio d’Amministrazione della Rai. Peccato. Io ce l’avrei visto bene. E non perché è di sinistra, concetto ormai così astruso da richiedere codici di decrittazione come l’antico papiro di una lingua morta, ma perché è un uomo colto, creativo, con un solida esperienza di televisione, di letteratura, di giornalismo.L’età? Dopo i 50 anni hai l’età che ti sei meritato. Se il corpo non ti rema contro, tutto il resto è passione e volontà: conosco trentenni senili e anziani signori che si permettono il lusso di produrre idee, ben oltre l’età in cui, secondo tradizione, si dovrebbe rincoglionire. Hanno detto, gli innocenti al governo: uh, ma era un lottizzato! Certo, in questo paese, da un tot di millenni, non detiene un pollice di potere mediatico chi è senza partiti padrini , ma, in alcuni casi fortunati, pur scelto da una parte politica, viene avanti che conosce il mezzo e allora, vi assicuro, la differenza si sente. Peccato soprattutto perché la bocciatura di
Guglielmi ha ridotto assai le illusioni , maturate nel corso di un doppio incontro, a Radio24 e a Sky-tiggì-pomeriggio,riguardo all’ipotesi di dotare anche il nostro Paese, umiliato da un diffuso analfabetismo ,di una rete culturale. Ne parlava il Ministro Bondi, in entrambe le occasioni.Un sogno? Ma sognate poveri scrittori, sconosciuti autori e attori di prosa, masochisti della ricerca teatrale o cinematografica, musicisti poco avvezzi alla canzonetta vacua, danzatori non da varietà del sabato , sognate! Una rete di informazione e formazione culturale!Il brivido di comunicare con la vasta platea dei teleutenti invece di rischiare le derive psichiatriche della marginalità! Sogniamo, ricominciamo a sognare!

di che cosa parliamo quando non parliamo d’amore

Lidia Ravera | Lavori in corso | 12 Marzo 2009 | 1,519 letture

Facebook è fantastico, non lo nego. Ma andare a cena con un’amica è qualcosa di antico e bello. Ci vediamo poco, io e lei, ci telefoniamo ancora meno. Io lancio sms, di tanto in tanto. Lei risponde dopo due giorni. Però, che gratitudine reciproca questo tempo strappato a vite troppo piene! Cena alle otto meno un quarto, a Roma, vuol dire ristorante deserto. Parlare, con l’urgenza di riempire i vuoti. Niente da dimostrare. Zero maschere.
Lo scambio è prima narrativo, poi commento alla narrazione e infine dal particolare al generale, con l’interno rovello che si fa interrogazione, opinione, azzardo, analisi. E solo alla fine, mentre lei mi accompagna verso il ponte che da Campo dei fiori porta a Trastevere, una domanda mia diretta, per la voglia di libro, del libro prossimo che mi ronza in testa. Quello sull’amore, come si configura,oggi, in questo paese immerso nell’esibizionismo e dominato dal mercato, in questo paese di stupri di gruppo filmati dal telefonino e sbattuti in rete, in questo silenzio rumorosissimo in cui tutto viene detto e ciò che è taciuto sembra non esistere…le chiedo: che cosa c’è di diverso? Che variabili, a fronte delle costanti di sempre…Lei risponde: che tutto viene agito, c’è questa smania di agire, non si fantastica, non si aspetta, non si prefigura, non si progetta e non si sogna. Agire l’amore, sarebbe? …un fare predatorio? Un prendere invece di farsi offrire? Così tutto finisce subito…
C’era la luna piena e un cielo freddo sul fiume, blu. Buio. ma un bel buio pulito.

Più mucche meno mimose

Lidia Ravera | Lavori in corso | 5 Marzo 2009 | 1,626 letture

“Le donne sono forti nelle avversità, ma sanno vivere anche in tempo di pace. Gli uomini in tempo di pace finiscono ubriachi”. L’ha detto una scrittrice vietnamita, ieri l’altro, ad Hanoi, nel corso di un incontro dal titolo: il ruolo delle donne artiste in Vietnam e in Italia. Il giorno dopo, ieri, insieme alla celebre Madam Ninh, ex parlamentare, già presidente della potente Unione delle donne vietnamite, ex ambasciatrice presso l’Unione Europea, s’è discusso il tema delle donne in politica. “Le donne sono eterni numeri due”, ha detto lei, “Di diventare il numero uno, non riescono neanche a desiderarlo. Per poterci arrivare, al vertice della piramide, bisogna lavorare sulla base, aumentare il peso delle donne dal basso, di tutte le donne”. La sala era gremita di ragazze, qui l’età media è 26 anni, il 70% della popolazione ne ha meno di 30. Applaudivano. Sono rimaste incredule quando l’interprete ha tradotto poche sentite parole (mie) : “ voi avete il 27% di donne in Parlamento, da noi siamo sul 17%”. Ma non eravate i famosi occidentali, così avanzati, così progrediti? “Ci confondete con gli svedesi: noi siamo ottantatreesimi nel rapporto sulla disparità di genere a livello economico, peggio del Burkina Faso”. Istruttivo, festeggiare l’8 marzo lontano dalle mimose di casa nostra, mai come quest’anno ipocrite, vista l’impennata delle persecuzioni contro le femmine (dall’incremento degli stupri all’innalzamento dell’età della pensione). In Vietnam, nei miseri villaggi del delta del Mekong, è alla madre di famiglia che consegnano il “microcredito”, non è molto, 120 dollari. Ma basta per comprare un mucca. E una mucca basta per sconfiggere la povertà. In tutto il mondo, le donne meritano fiducia. Bevono meno, sgobbano di più, non si sono ancora usurate. Dateci un po’ di soldi, un po’ di potere da gestire e non avremo più bisogno di concessioni e fiori. Più mucche e meno mimose.

la forza della fragilità

Lidia Ravera | Lavori in corso | 5 Marzo 2009 | 1,479 letture

L’amore, questo sentimento di cui si parla molto e si capisce poco, è protagonista assoluto di questo libro duro e, in un suo misterioso modo, esaltante, che nominerò prima dal sottotitolo: “A filo doppio con persone fragili” . E poi dal titolo: “Amore caro”. Si tratta di una non casuale raccolta di lettere, dolorose e lucide, scritte da persone fisicamente “integre”, con tutti i parametri vitali nella norma, a persone che, per un incidente sugli sci o perché si sono gettati dalla finestra in preda alla depressione, perché sono nati così o perché qualcuno ha sbagliato qualcosa mentre venivano al mondo, integre non sono, non corrispondono al modello standard, non hanno l’equipaggiamento minimo necessario per percorrere la vita senza farsi notare, senza portare handicap alla partenza, di quelli gravi, che ti impediscono di gareggiare, avendo le stesse chance degli altri. Sono belle lettere, e sono lettere d’amore. A scriverle sono fratelli, padri, sorelle, amiche, madri. L’amore che raccontano non è , però, quello ovvio dei rapporti fra consanguinei, è quello difficile di chi condivide una barricata ideale (la lotta per il diritto alla vita) , una condizione di intelligenza estrema (la costante percezione del limite, della mortalità, senza possibilità di distrarsi troppo, di distrarsi come tutti facciamo) e una gioia incomunicabile, quella di essere intimamente legati a chi ha bisogno di noi , di lavorare tutti i giorni per impedire che quel bisogno sopprima il desiderio, e riuscirci e “sentire l’amore”, nella sua primitiva intensità. Basterebbe la forza di queste lettere a consigliare la lettura. Ma si tratta soltanto della metà del libro. C’è l’altra metà. Ci sono le lettere di chi quest’amore un po’ erocio lo riceve e lo ricambia, ma senza considerarlo né un atto dovuto, né un ingiudicabile regalo. Lorenzo Amurri, Paula Free Martin…o Barbara Garlaschelli che scrive: “Essere su una sedia a rotelle e avere una disabilità fisica del cento per cento significa aver bisogno sempre di qualcuno che ti aiuti. Significa che chi ti sta vicino si sente addosso la responsabilità della sua vita e della tua” . Non è facile né ricevere né dare, quando la situazione è asimmetrica. E non è facile raccontare. Come dichiara Giovanni Bellu, che scrive di non voler scrivere, ma scrive, e, in letteratura veritas, smaschera le sue stesse difese stilistiche: “Si trattava soltanto in fondo di metter giù qualche cartella. Sarebbe stato sufficiente individuare una piccola storia attorno alla quale far ruotare un po’ di considerazioni non troppo scontate. Quanto al tono, avrebbe dovuto essere cautamente emotivo, non troppo appassionato, amaramente ironico.” Non eseguirà il compitino che si è prescritto, ma, padre di Lodovico , dieci anni, affetto da “disturbo pervasivo dello sviluppo”, riuscirà, in poche pagine, a centrare il problema e decretarne, con un coraggio che riesco soltanto a definire poetico, l’irresolvibilità. Il problema, quando si ama una persona non conforme, è: l’imbarazzo del prossimo, l’ottusità della burocrazia, il pietismo peloso. In positivo ci sono: le persone meravigliose, le prodezze di Lodovico, le piccole cose che semplificherebbero la vita. Sull’imbarazzo non c’è niente da fare, così come sulla pietà pelosa.Lo descrive magnificamente Clara Sereni nel suo “Manicomio Primavera”(una raccolta di racconti che ho letto vent’anni fa) e non l’ho più dimenticato: con tutte le migliori intenzioni chi non ha un figlio schizofrenico non può capire che cosa vuol dire avere un figlio schizofrenico, può soltanto ammettere la sua ignoranza e offrire in silenzio, per quel che vale, la sua empatia. Le ”piccole cose che semplificherebbero la vita”, invece, si possono fare. E una di queste è anche comprare “Amore caro”. Inanzitutto perché i diritti vanno alla Fondazione “La città del sole” (come l’opera omonima di Tommaso Campanella, “descrizione di un’utopia che cercava di tenere insieme i dettami del cattolicesimo e le speranze di uguaglianza”, scrive la Sereni curatrice del volume e presidente dell’Onlus) che si occupa di costruire percorsi di vita possibile per le persone più fragili, al di là degli sforzi di chi li ama e per alleggerire il peso della loro responsabilità assoluta (l’amore, purtroppo, solo nelle favole rende immortali). E poi perché “A filo doppio con persone fragili”, in fondo, siamo legati tutti, a partire da noi stessi. Anche se preferiamo non rendercene conto.