I miei ricordi televisivi
Nessuno ha il copyright sulla parola “Libertà”. E’ una parola forte, corteggiata da ogni pubblicitario. Si può esseri liberi dalla forfora o dal fascismo, si può conquistare un certo tipo di “libertà” grazie ai tampax e un altro grazie al sacrificio di chi senza libertà non vuole vivere. Nel grande circo delle merci, da sempre, volano parole grandi. Si offrono slogan, si organizza il gradimento dei possibili consumatori, si cerca di farsi preferire. In queste tecniche Silvio Berlusconi è un vero maestro, per questo il suo partito è così ben piazzato. Nessuno, come lui, sa vendere la sua merce. E, in questi giorni, ne ha dato una serie di prove stupefacenti: ha saputo sfruttare con metodo il grande palcoscenico del terremoto. Era lì, e poi di nuovo lì e poi di nuovo lì. Alle esequie si staccava dalla nomenclatura per stringersi alle vedove e agli orfani. Bravo: è così che si fa, si fa finta di fondersi con il popolo per distinguersi dalla banale posizione di “rappresentanza” di tutti gli altri politici. Non contento, spostava il G8 dall’isola de La Maddalena al martoriato Abruzzo, sostituendo, come fossero fondali di teatro, l’azzurro smagliante del mare della Sardegna con il grigio- polvere di una dolorosa distesa di detriti. Il mondo guarderà quello scenario. E chi avrebbe voluto approfittare dello sguardo del mondo per contestare o inchiodare alle proprie responsabilità i potenti, non potrà farlo. Non si porta disordine fra i morti, conflitto fra i senza tetto, angoscia fra gli sfollati. Perciò: niente opposizione. E’ questa l’idea di pace del venditore più furbo del mondo. Il 25 aprile ricorda “la libertà”, non la liberazione. Non ricordiamo la lotta fra chi appoggiava il nazifascismo e chi lo combatteva, questa vecchia storia antipatica, ma la festa del giorno dopo. Tutti “liberi e belli”, basta usare un certo tipo di shampoo. Fa miracoli.
(www.lidiaravera.it)
Comincia così, Paolo di Paolo su L’Unità domenica scorsa:”Pochi come L.R. sanno far sentire di quale materia siano fatti i minuti,le ore. La materia dei romanzi è il tempo, certo- un tempo strano, che corre in fretta oppure si arresta, improvvisamente si dilata:gli anni o perfino i secoli. Ma Ravera sa che una vita è fatta soprattutto di minuti, di ciò che ogni giorno li riempie(gesti, pensieri parole che subito dimentichiamo, piccole attese, spaghetti scotti, lettere scritte e non spedite).La vita come sedimento, accumulo(la sua materialità) la scrittrice ci fa sentire, una volta ancora e, se possibile, con più emozione in questa “Guerra dei figli”.
E Giovanni Tesio, su “La Stampa”, oggi: ” Un romanzo che conferma una sicura maturità narrativa, di cui già il romanzo precedente “le seduzioni dell’inverno” aveva dato un’efficace testimonianza. Le ragioni? Intanto la propensione a dare voce a un periodo attraverso i percorsi di una storia quotidiana e sentimentale( in senso flaubertiano) risulta qui affinata dal dominio sempre più solido di una materia fuggitiva(affidata molto spesso a biglietti, lettere, diari,un quaderno da vedere alla voce Follia).C’è poi da dire che il tema del terrorismo e dell’eversione appare filtrato da una sorta di pathos della distanza, dalla lontananza di un tempo che si è fatto storico e che può declinarsi per attraversamenti controllati”.
Ecco, ho osato. Ho osato condividere il piacere sottile di essere stata capita. Un’emozione meno effimera del pavoneggiarsi narcisista. Quando qualche cosa che hai affidato ad un oggetto-libro (sapendo che escono decine di migliaia di libri ogni anno, migliaia ogni mese, centinaia ogni giorno) riesce ad arrivare a lettori comuni e non-comuni ( per rifarmi al “Common reader” di V. Woolf)…è una bella sensazione. Un momento di pienezza. Paolo di Paolo è un bravo critico letterario, nato nel 1983. Giovanni Tesio, altrettanto bravo, è un po’ più vecchio di me. Paolo è nato parecchi anni dopo il periodo che racconta “La guerra dei figli”. E’ figlio dei figli di allora. Giovanni, certamente, se li ricorda, quegli anni. Eppure tutti e due sono entrati con facilità nel piccolo mondo evocato. Questo è bello, per me. E rassicurante.
“A Lidia dalla vagabonda del ‘900. Con affetto. Roberta”. Questa era la dedica. La data: 6 novembre 1998. Il libro si intitolava: “Uomini di piacere”. Sottotitolo: donne che li pagano. Di Roberta Tatafiore.
Era così Roberta Tatafiore, una che intuiva ogni slittamento dei rapporti erotici, delle relazioni fra i generi. Scriveva libri con case editrici marginali. E di quei libri tutti discutevano. Io, per quel libro, scrissi la prefazione. Insieme scrivemmo una prefazione-dialogo ad un libro sulla pornografia (mi pare). Insieme inventammo una rivista sulla mezz’età. Doveva chiamarsi “Zenit”, perché nella mezz’età il sole è alto come a mezzogiorno, c’è una luce implacabile. E vedi tutto, anche quello che non vorresti vedere. Io avevo poco più di 40 anni, lei poco più di 50. Insieme, preparammo lo schema, perfino il menabò dei primi numeri. Insieme andammo a parlarne con Rizzoli, Mondadori, Rusconi. Insieme aspettammo le risposte (dopo aver incamerato tanti inutili complimenti). Volevamo offrire un servizio, partivamo dal presupposto che i figli del boom demografico continuavano a essere la maggioranza della popolazione italiana, e quella maggioranza non era più giovane, aveva potere d’acquisto e voglia di non uscire di scena. La rivista poi non si fece. Diventò un libro “Né giovani né vecchi”, che contiene una bellissima intervista a lei, a Roberta. Volevamo lavorare per tutti, ma anche per noi stesse. Volevamo tematizzare politicamente il problema del tempo, il problema del tempo per le donne. Stavamo sempre insieme. Parlavamo per ore. Lei, 10 anni avanti a me, mi raccontava sensazioni e sentimenti, che poi avrei provato di persona. Era, la nostra, un’amicizia battagliera e tessuta di discussioni infinite. Ci si consolava dicendo. Anche le confidenze più crude, più crudeli, alla fine, ci buttavano addosso un’allegria da monelle… dicevamo cose terribili e alla fine ridevamo.
Io non lo so esattamente perché, a un certo punto, ci siamo allontanate. Lei inclinava verso il centrodestra. Io non riuscivo a spiegarmi perché. Lei diceva che io non capivo un cazzo di politica. E può darsi che sia vero. Io non capivo che cosa ci trovava, lei, in quelle compagini di ipocriti farneticanti. Lei, una delle persone più intelligenti che ho conosciuto nella mia vita…
Questa mattina, quando ho saputo che si era uccisa, ho provato un dolore acuto, come per un colpo contundente, come se mi avessero conficcato qualcosa di acuminato in qualche parte molle, di quelle che non riescono a far altro che sanguinare e sanguinare. Stupidamente.
Si è uccisa con cura, Roberta. Con premeditazione. E io non riesco a smettere di chiedermi dov’ero io, dov’era il nostro “noi”, mentre lei attingeva a quella solitudine assoluta.
Subito, si è messa al lavoro, dentro di me, contro di me, la nostalgia. E so che sarà questa la punizione. Un senso terribile di spreco. Di occasioni perse. Di possibilità diventate impossibili.
Succede sempre così, davanti alla morte. Bisognerebbe pensarci prima, non lasciar andar via le persone a cui tieni. Trattenerle.
Da ieri è in libreria “La guerra dei figli”. Incomincia nel 1967, finisce nel 1981.
Incomincia con questa frase: “Alle nove di sera la cucina è da considerarsi zona neutra, deserta come il teatro di una battaglia conclusa”. Finisce con questa frase, 300 pagine dopo: “Ha uno sguardo trionfante e grida, come un messaggero che deve far sentire il suo proclama a tutto il paese: “Mio papà è tornato dalla guerra!”.
Ho sempre scritto sulla spinta di un bisogno mio, di una mia personalissima necessità primaria, di sopportare il peso di un pensiero molesto, eventualmente di confutarlo. Ho scritto per consolarmi e per capire, per mettere ordine, per darmi speranza. Mentre lavoravo per me, mentre trovavo storie che animassero di ombre il buio davanti a me, rendendolo meno compatto, mentre cercavo di togliermi di dosso, scrivendo, l’unica sensazione per me intollerabile, quella dell’immobilità, dell’eterna ripetizione, dell’impotenza umana di fronte al destino/tempo, me ne sono accorta tanti anni fa, lavoravo anche per gli altri.
La condizione umana, subirla entrambi, tu che scrivi, chi ti legge, è una garanzia di comunicazione. L’autenticità, figlia del bisogno, diventa stile, ha un rintocco inequivocabile. Dall’altra parte lo sentono. I lettori, intendo. Ed ecco che il piccolo miracolo si compie. Curando te stessa, curi gli altri. Il che riduce, nei limiti del possibile, quella glassa di egocentrismo che si deposita su chi vive scrivendo. Ti dici che sei un tramite, un testimone, un metallo umile attraverso cui passa una sorta di energia esistenziale.
Ma è poi vero?
Eccolo, cioè: ecco la copertina. Ma anche il libro. Ho le mie copie. Svolta 300 pagine. Ha un aspetto abbastanza sontuoso. La foto è bella, un po’ Degas, un po’ “beati anni del castigo”. Quando sarà materialmente in libreria, il 9 aprile, io sarò a Stromboli. Ma ci sarà anche lui. Lo presenterò lì, alla libreria sull’isola. A Roma lo presenterò il 21 aprile, da Enoarcano (libreria/vineria) in via delle Paste. A Bologna il 16 aprile, all’Ambasciatori (era un cinema, credo, adesso è un luogo meraviglioso, di cultura, di agio). Presentare. Che verbo assurdo. Ti presento “La guerra dei figli”. Come se fosse una persona. Segue stretta di mano. Invece si tratta di una cerimonia degli affetti: incontri la gente che ha voglia/curiosità di incontrarti e c’è il tuo libro e qualcuno lo giudica positivamente, ad alta voce, con il microfono, con una mezza bottiglia di acqua panna davanti, seduto vicino a te, dietro un tavolo. Ascolti e intanto fissi i bicchieri di carta. E poi parli tu e provi a offrire la ricostruzione di un percorso… ma nemmeno tu lo sai bene, come si è composta la storia che riempie quelle trecento pagine. Magari lo scopri lì, parlandone. E alla fine provi una specie di gratitudine. Perchè non è stata una cosa un po’ mondana e un po’ mercantile. E’ stato un parlare. Un parlare di libri.