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qui nessuno odia nessuno, figuriamoci…

Lidia Ravera | Lavori in corso | 29 Maggio 2009 | 1,372 letture

“La sinistra mi odia”, lamenta Berlusconi, dal neretto di un titolo de “La Repubblica”, giornale inviso in quanto non ancora acquistato né, per ora, in vendita. Odio è una parola grossa. Io, che sono, sicuramente, “di sinistra” (con tutte le cautele dettate dalla scomparsa della medesima) mi sono messa in allarme. “E’ vero che odio Berlusconi?”, mi sono chiesta. Certo, non mi piacciono alcuni tratti salienti del suo carattere: il sorriso fisso con cui esercita senza scrupoli un potere ben superiore a quello ammissibile in democrazia , per concentrazione di possessi e conflitto di interessi. La serena supponenza con cui si sottrae da 15 anni al giudizio della magistratura. E , last but not least, la protervia maschilista con cui si serve dal grande vassoio della povertà femminile per soddisfare i suoi minuti piaceri . Non tutti i settantenni vanno pazzi per le ragazzine, ma, certo, l’ossessione della “carne fresca” è uno dei primi sintomi di senilità, fra gli uomini, compare intorno alla cinquantina, unitamente ad alcune ansie da prestazione e, se non si riduce naturalmente col trascorrere dei decenni, può portare a comportamenti socialmente riprovevoli e umanamente abbastanza grotteschi. Berlusconi, mi pare, con gli anni, è un tantino peggiorato. Le ragazze lo ossessionano, le donne o lo tentano o lo disgustano. Deve, sempre e comunque, immaginarle nel ruolo di preda per il suo Grandioso Ego Cacciatore, deve promuoverle e annettersele o scartarle con disgusto perché non conformi al modello della favorita del sultano. Insomma…poverino. Odiarlo sarebbe davvero ingeneroso. Personalmente provo , per questa sua incauta avventura con la Lolita di Portici, una accorata comprensione. Perché non ammettere di avere un problema e rimettersi alla clemenza dell’Opinione Pubblica? Perché non prodursi in un sollecito“acting out” e dimettersi da Numero Uno?

scrivere libri, vendere libri…

Lidia Ravera | Lavori in corso | 21 Maggio 2009 | 1,470 letture

Mi ero data un mese per la promozione, fase del mestiere di scrittore verso la quale non nutro, ovviamente, un entusiasmo particolare. Nel momento centrale della piccola strategia di commercio, il salone del libro di Torino, gremito di folla, con un bel po’ di interviste concentrate , una presentazione in un buon punto(sala azzurra) a una buona ora (le 19) e con un buon presentatore , (Gherardo Colombo) il mio sistema immunitario si ribella e finisco totalmente afona. Laringite fulminante. Mi farcisco di cortisone come un’ oca natalizia su consiglio del dottor Best Seller(Andrea Vitali , come me autore Garzanti) e riesco a portare a termine una performance sulle cinque previste (Gherardo è bravo, il pubblico tace affettuoso mentre gracchio nel microfono), torno in albergo, moderatamente avvilita. La notte, dopata di Bentelan come sono, ovviamente, non dormo e mi metto a pensare. Sapete come si pensa di notte, no? Lucidi,lenti, negativi, oppressi da affliggenti forme di coerenza. Bene, penso: essere messa dal proprio corpo in condizioni di tacere nel momento in cui devi “parlare” di quello che hai “scritto”, non sarà un messaggio simbolico? E se la dovessi proprio piantare di rincorrere i lettori sventolando le mie pagine? Quando la letteratura era un consumo voluttuario ed elitario, oppure popolare e necessario, prima della televisione, della radio, delle classifiche, quando i libri non avevano concorrenza , a parte il teatro e la musica, sul piano dell’intrattenimento intelligente, quando per scrivere un romanzo ti chiudevi nel tuo castello per anni e anni, quando non c’erano i bollini siae, quando non scriveva un romanzo chiunque fosse diventato famoso o volesse diventarlo…quando non uscivano 150 mila libri al giorno eppure la lettura era corredo naturale di chiunque non fosse analfabeta…a quei tempi, dico, si andava in giro a “promuovere”? Forse…magari in modi che non riusciamo neanche a immaginare. Resta il fatto che essere ossessionati dal mercato non fa bene agli scrittori ( alla scrittura). Non fa bene far coincidere meccanicamente la qualità con le vendite. Le due cose non si escludono, ma non si somigliano. Sono due dati non comunicanti. Ho letto di recente un romanzo davvero bello. La scomparsa dell’alfabeto, di Valeria Viganò. Per le edizioni Nottetempo. L’avete mai sentita nominare? E’ mai stata in cima alla lista dei best seller? Ha mai vinto il Premio Strega? E Annamaria Carpi, altra scrittrice di valore indiscusso? Mai letta?Potrei citarvene altre, altri. Beppe Sebaste, raffinato e graffiante: Strega, Campiello…? Mai. Dobbiamo inchinarci davanti a M.Mazzantini perchè vende centinaia di migliaia di copie, a Faletti, trionfatore assoluto del salone del libro di Torino? Dovremmo provare a darci valore l’un l’altro, seguendo schemi altri dal successo di mercato. Analizzare valutare confrontare godere correggere segnalare approfondire…non soltanto contare le copie. O no? Vivere di letteratura è entusiasmante, ancora oggi, ma bisogna amarla. Amare le parole, le storie raccontate bene, i sottotesti, le ambiguità, le illuminazioni, bisogna aver desiderio e bisogno di scavare un po’ più a fondo nella vita, nelle vite…se vivere di letteratura vuol dire soltanto inseguire le vendite, come se quello specchio deformato fosse l’unico in cui si può specchiare Narciso, allora tanto vale fare qualcos’altro. Un mestiere magari più semplice.

silenzio soldati e detriti

lidiaravera | Lavori in corso | 4 Maggio 2009 | 1,278 letture

Sembrava che fosse passata la guerra, a L’aquila, ieri pomeriggio, per poi ritirarsi, lasciando qualche guarnigione di giovani in divisa ( vigili del fuoco, soldati, carabinieri), mucchi di macerie e un silenzio esagerato. Ero con Camilla , architetta, scampata al peggio, accampata in una tenda, che però sta nel suo giardino. E con un ufficiale dei vigili del fuoco. Da soli non si può entrare, nella città assediata dal silenzio. Le scosse continuano. Per scendere dalla macchina devi mettere l’elmetto. Il freddo è pungente.Le montagne vicine e coperte di neve. Ero appena uscita da un piccolo teatro-tenda, il teatro zeta, dove attori cantanti musicisti rockettari violinisti scrittori si erano alteranti su un piccolo palcoscenico per cantare suonare leggere recitare. Ciascuno,me inclusa, voleva soltanto testimoniare un sentimento: l’empatia, il persistere di una attenzione affettuosa verso le popolazioni colpite dal sisma. E una convinzione: l’arte consola, aiuta, dà forza…l’arte serve. Soprattutto nelle emergenze psicologiche. E’ stato uno spettacolo senza retorica, sobrio e intenso. Io ho letto una specie di calorosa esortazione a scrivere, a raccontare quei pochi eterni secondi, e poi il dopo, anche l’oggi, con una città e una vita da ricostruire. Scrivere è l’unica arma che conosco per combattere l’impotenza, l’unico contenitore per l’angoscia, l’unico modo che so, per mettere ordine, per trovare una distanza. Per ricordare e per dimenticare. Qualcuno ha già risposto.