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Il penoso Viale del Tramonto del Cavaliere

Ravera | Articoli, l'Unità | 18 Settembre 2009 | 1,990 letture

Un vecchio, più vecchio dei suoi anni, un uomo che non riesce più a controllare le sue emozioni, che ha perso, o sta perdendo, il contatto con la realtà. Questa è l’impressione diffusa (non proprio un opinione quanto piuttosto una sensazione) di fronte al Berlusconi più recente. Quello dell’aggressione a giornali e giornalisti “incontrollabili”, a ogni opposizione (anche minima), ai meno subalterni dei suoi partners di maggioranza. Colpisce la voce stridula, l’arrancare in cerca di una costruzione sintattica condivisa, di un aggettivo appropriato, di un epiteto efficace. È stupefacente l’infantilismo burbanzoso delle lodi rivolte a se stesso: io sono il miglior Presidente del Consiglio da prima che nascesse il mondo, io sono il più bravo di tutti e il più ricco e il più fico e tutti quelli che dicono il contrario sono invidiosi e a tutte le ragazze piace moltissimo stare alle mie cene con me medesimo e figuriamoci se le pago che fanno la fila per baciarmi le babbucce. È quell’allentarsi dei freni inibitori, quel “me ne frego” che sottende ogni esibizione di protervia tipica dell’estrema vecchiaia e debolezza, quando, in fondo, non te ne importa più niente del giudizio degli altri, vedi soltanto te stesso e la fine che si avvicina. Allora gridi e ridi e rilanci, perché ti senti solo e hai paura. Non per tutti la vecchiaia è così brutta, ma per i narcisisti assoluti sì. Infatti, nonostante tutto, mi fa pena, Silvio Berlusconi: contestato dal cinquantenne Fini, così padrone di sé stesso, dignitoso, quasi solenne, minacciato dal neosessantenne Bossi, così ruspante da essere radicato nel territorio come un tubero vincente, rifiutato dal cinquantenne Casini, così pericoloso da quando la Cei ha rivelato che nel Regno dei Cieli non si possono portare le escort. Mi fa pena come tutte le “Star” quando imboccano il Viale del Tramonto.

Dov’è il nesso?

Ravera | Rubriche, Lavori in corso | 18 Settembre 2009 | 1,038 letture

Scusate, ma non vedo il nesso. Non vedo il nesso logico fra la morte, terribile, di sei militari italiani in Afganisthan e una civile compatta seria impegnata e commossa manifestazione di piazza contro le recenti e gravissime intimidazioni contro giornaliste, giornalisti e giornali, sgraditi al Governo. Non riesco a capire. Si tratta di due fatti totalmente slegati l’uno dall’altro. Il primo è un evento luttuoso che fa appello alla nostra umanità e compassione. Ha bisogno di silenzio, empatia e solidarietà verso le famiglie dei ragazzi impegnati su un fronte di guerra, e, semmai, un serio dibattito sulla necessità/arbitrarietà di lasciarceli, quei ragazzi a subire una guerra travestita da “Peace keeping”. La seconda è l’espressione di un diffuso disagio, la dimostrazione di un doveroso dissenso, il segnale di una crescente preoccupazione: viviamo ancora in un Paese libero? Che fine ha fatto la democrazia?
Avrei capito se avessero, in segno di lutto, annullato una festa o le partite di calcio, un qualche baccanale televisivo scollacciato e ridanciano, ma non un’ azione politica. Per niente allegra… Tra l’altro.

E ora denunciaci tutte

Lidia Ravera | Articoli, l'Unità | 4 Settembre 2009 | 2,800 letture

Confesso che ho criticato Silvio Berlusconi. L’ho fatto dal primo momento che l’ho visto (un colpo di fulmine). Oralmente, per iscritto. Nel privato dei miei quadernini, nel semi-pubblico del mio sito internet, dalle colonne de l’Unità, sulle pagine di Micromega, perfino, per sette anni, su quelle di “Io Donna”, supplemento del Corriere della Sera (nel cenozoico, quando Mieli si era appena insediato). Ho criticato Silvio Berlusconi esercitando un diritto sancito dalla Costituzione. Non l’ho mai insultato, perché non sono ricca e potente come lui e quindi non posso permettermelo (non potrei mai dire, io, per esempio, che i magistrati sono matti…), ma anche perché non sono il tipo che insulta. Sono il tipo che si informa e quindi informa. Che mette alcuni dati in relazione fra loro e li commenta. Anche Silvia, Marianovella, Federica, Natalia e Concita sono tipe così: donne che si informano e poi informano. Donne che esprimono opinioni, e le motivano. Poi ci sono tutte le altre. Le innumerevoli donne e ragazze che si sono sentite offese e minacciate per l’immagine femminile emersa dalle intercettazioni telefoniche, dagli scandaletti fotografici, da 25 anni di televisioni commerciali con la loro estetica delle tette e dei culi, dalle lettere di una moglie stanca (Veronica), dalle battute di un marito instancabile nella sua fissazione erotica primitiva (Silvio, gran donnaiolo soddisfatto, nei secoli fedele alla mistica dell’erezione che sfonda la madre terra e ingravida il futuro col suo seme imperiale). Ci sono tutte le madri preoccupate per le loro figlie, e tutte le figlie preoccupate per se stesse. Preoccupate, annoiate, avvilite. Ci sono le donne discriminate e quelle abusate. Ci sono le donne convinte che è discriminante e incoraggia gli abusi, questo gran mercato del corpo femminile: tu passi una “F…” a me e io faccio avere un privilegio a te. Queste donne non sempre hanno diritto di parola. Se ce lo avessero lo userebbero. E non per mettere in discussione la “potenzia coeundi” del premier, bensì il suo diritto a continuare a guidare il governo, a fregarsene del conflitto d’interesse, a perseguitare l’opposizione, a reprimere la libertà d’opinione, a far regredire la relazione fra i sessi, a ridicolizzare un intero Paese agli occhi del mondo.
Che tutte queste donne scrivano. Subito. Prima che l’Unità finisca i soldi per la carta, dovendo pagare la “multa della libertà”. Che scrivano, che parlino, che gridino forte…vediamo se ci denuncia tutte.