Ha una faccetta da pupo, John Elkann. Guanciotte, riccetti, boccuccia. Ispira tutti i diminutivi che l’adulto, mediamente anaffettivo, inventa per farsi piacere i bambini. Se un cast director portasse la sua fotografia in Produzione mentre si cerca l’attore per un film sul Presidente di un Grande Gruppo Industriale lo licenzierebbero, come lo licenzierebbero se portasse la fotografia di suo fratello Lapo per un porno-soft ambientato nel giro dei tossici. La realtà, infatti, è più sorprendente della fiction. E John Jacob Philip Elkan, con quei 34 anni che sembrano 18, ha un curriculum di prim’ordine, un’ anzianità lavorativa di tutto rispetto, una moglie col cognome giusto ( Borromeo) e due figli con il nome sbagliato ( Oceano e Leone. Meglio Punto e Ritmo, allora… se proprio ti seccano i nomi di persona). Niente in comune con un altro “giovane” promosso di recente, il “trota”. A parte il diritto dinastico, naturalmente.
Roberto Saviano ha una faccia bellissima. Virile e delicata. C’è qualcosa di selvatico in lui, una sorta di inguaribile timidezza degli esordi ( è il privilegio emotivo di chi non nasce “figlio di papà”) che costringe a riconoscere e reprimere l’aggressività contro di lui ( in Italia nessuno sopporta con un minimo di buona grazia il successo degli altri, lo so da quando avevo 20 anni). Se Saviano fosse una donna sarebbe in un bel guaio: “giovane e bella” più “brava e buona”, alle femmine non è concesso. Se sei giovane e bella devi essere anche mignotta, se no non vale. Se sei “brava e buona” devi essere anche “vecchia e brutta”, così nessuno se ne accorge perché sei “fuori catalogo”. Se sei bravo bello giovane e pubblichi con Mondadori devi vendere sei milioni di copie. Così, quando te ne vai, almeno causi un danno nel settore amministrativo. Se no,anche se la Mondadori è della famiglia Berlusconi, tanto vale che non te ne vai. Come D’Alema.
Ho scritto un romanzo, è uscito per Garzanti l’anno scorso. Si intitolava “La guerra dei figli” e raccontava, attraverso la storia, minuscola, di due sorelline adolescenti, quattro anni della nostra “Storia”: il 1967, il ‘77, il ‘78 e l’81. L’introibo alla cerimonia della rivoluzione , l’anno della creatività e del sangue, il delitto Moro,la nascita del berlusconismo. Volevo scrivere il seguito. Avrei portato le mie due sorelle, Emma l’ambiziosa e Maria l’estremista, fino ai giorni nostri. Gli anni sarebbero stati: il 1989, il ‘92, il 2001 e il 2008. Il crollo del comunismo, della prima repubblica, dell’impero americano, della sinistra italiana.
Non sono riuscita a far altro che scrivere e cancellare. Fortuna che lo schermo inghiotte tutto. E ora, mentre sta per uscire il primo volume in edizione economica, sto per gettare la spugna. Non ci sarà mai il secondo. La colpa non è di Emma e Maria. Anzi, il loro cammino, dalla giovinezza alla maturità, mi è chiarissimo. Sono tutte quelle macerie, che mi ingombrano l’immaginario. D’accordo: ci sono altri titoli possibili per raccontare che ne è stato di noi dal 1981 all’oggi. Ma dal profondo del mio inconscio sono usciti quei tristi pesantissimi “crolli”.Il muro, le torri, la politica. Ed è con l’inconscio che si scrivono i romanzi. La scrittura mette ordine, evoca, esprime, ma il rintocco inconfondibile dell’autenticità, che distingue i buoni romanzi dalle migliaia di pagine inutili reperibili in libreria, nasce da dentro, dal buio delle ossessioni, dal mistero delle percezioni soggettive. Io, evidentemente, con la mia parte notturna, sento gli ultimi 30 anni come una lunga marcia attraverso i detriti. Con resa finale. Quindi pazienza, Emma e Maria non cresceranno mai. Non nutrite dalle mie parole. Se qualche scrittore vuole adottarle, e provarci lui/lei, ha le mie benedizioni. Sono due bei personaggi. Glieli regalo.
Non è un buon sapore, quello che ti resta in bocca, dopo aver perso un ‘occasione. Questo era, Emma Bonino, un’occasione di rinnovamento. Ma, lontano dai giorni concitati della battaglia elettorale, si vede tutto nelle giuste proporzioni: la Bonino era una goccia nel mare. Molti ,poi, non la vedevano neppure di buon occhio. Certo, l’hanno votata lo stesso…ma con fatica. Frasi: “a me che i radicali abbiamo fatto un giro di ballo con Berlusconi non mi va giù.” “A me non mi va giù che tiene la Mambro e il Fioravanti nel comitato dei sostenitori.”. ” A me pare che è tanto brava sui diritti e sulla laicità ma sul lavoro e sul sociale non dice un cazzo.”..Frasi così. Ne ho ascoltate, ne ho rintuzzate, ne ho condivise. Resta il fatto che il suo mestiere l’avrebbe fatto bene e questa polverini è una del clan di Storace ( 9,9 miliardi di buco nella sanità) e chissà che cosa farà, ma soprattutto NON farà. Il sapore dello scacco è amaro. Anche stimolante, però. Fa venir voglia di reagire, di ricominciare da capo, di trovare nuove strade. Di battersi per un ricambio.Nei vertici, nella testa, nella strategia e nella tattica di questo centrosinistra sempre voltato verso il centro. Battersi. Entrare, capire, proporre, mediare, scassare se è necessario e dove è necessario. Vale la pena? E’ un sogno? Meglio gettare la spugna? Mi dite qualcosa, voi, donne e uomini che passate per questo onesto luogo di dubbi, per questo sito di domande non retoriche?
Cari voi, che mi avete votata, perchè l’idea di incominciare a infiltrare gente normale, non inquinata dall’esercizio della politica-partitica, nelle istituzioni di questo paese vi piaceva. Cari voi che avete votato Emma Bonino , per tutti i buoni motivi per cui abbiamo votato e sostenuto Emma Bonino. Care amiche, cari amici, care simili e cari compagni: non torniamo indietro. Non rinunciamo a provarci. Non ricominciamo a deprimerci leggendo i giornali, limitando il nostro impegno politico alla tristezza condivisa di tante cene intelligenti.Cerchiamoci, troviamoci, contiamoci.
Io adesso sono a L’aquila. Facciamo un numero speciale de L’Unità da qui, con gli aquilani, con il popolo delle carriole, con i bambini.
Torno domani.
Non perdiamoci di vista. E grazie.