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Largo ai giovani?

Ravera | Lavori in corso | 31 Ottobre 2010 | 1,351 letture

Grazie al baby-sindaco Matteo Renzi, piùvecchio di Cristo ma più giovane di D’alema, sta tornando, finalmente, il caro vecchio conflitto generazionale. Sta tornando nonostante decenni di crescita zero : i giovani sono una minoranza, nel primo mondo. Nonostante il prolungarsi del nostro sostare su questa terra: i figli del boom demografico ( nati dal dopoguerra ai primi anni sessanta) sono tanti e in buona salute, over fifty e sintonizzati su un’ attesa di vita generosa( minimo altri 30 anni). Nonostante la crescita esponenziale di estenuate adolescenze nutrite di precarietà, paura e stereotipi : dai 13 anni ai 44, se la tirano tutti da teen-agers. Queste condizioni di confusione non sono le migliori per godersi un bel gap. Le generazioni, invece di sussegursi si accavallano. Genitori e figli si agitano nella stessa barca, alle prese con amori frustrazioni disoccupazioni dubbi e disillusioni. Sono pochi i padri che osano impartire regole certe. Le madri faticano a resettarsi ad ogni tappa della vita, visto che il permesso di crescere con gusto, la subcultura dominante, ancora non intende concederlo alla femmine della specie. I figli, in questo casino, hanno qualche difficoltà a ribellarsi. Non sanno bene che cosa contestare. Nutrono per chi è nato prima di loro un delicato mèlange di indifferenza e compassione: la maturità è un disvalore assoluto, nella società dei consumi(più sei “young and innocent” più abbocchi e compri), quindi, ai giovani, i più vecchi fanno semmai un po’ pena. Ma non hanno tutta questa fretta di levarseli di torno. A cavarsela da soli, tra l’altro, si impara sempre più tardi.Il parricidio è un lusso? Sicuramente è una responsabilità: devi avere, almeno sotto forma di speranza, un modello di società, una visione del mondo , un obiettivo, alternativi a quelli fin qui proposti o perseguiti. Non vale la pena, se si vince soltanto, un “giovane D’Alema”.

Rabbia e malinconia

Ravera | Lavori in corso | 16 Ottobre 2010 | 1,572 letture

E’ stata una bella manifestazione, pacifica, numericamente forte,determinata. Ma non era una manifestazione allegra. Giustamente. Non c’è da stare allegri per nessuno, per gli operai ancora meno. E questa era una manifestazione operaia. Ho camminato dietro gli striscioni della Fiom di bologna, di napoli,fra gli operai di Pomigliano d’arco. Ho camminato. Non avevo un luogo dove stare. E’ sempre stato così. Da quando non sono più una liceale extraparlamentare ( una quarantina d’anni?), da quando le bandiere dietro cui, tempo fa, ho provato a posizionarmi, un gruppo che si chiamava “Aprile”, a sinistra della sinistra dei defunti ds, sono state ammainate ( chi è confluito nel piddì, chi nel Sel, chi nel nulla). L’appartenenza non è un discorso facile per una che, come me ha lavorato per tutta la vita da sola, chiusa in una stanza, a scrivere romanzi, articoli, film…a scrivere. Alle dipendenze di sè stessa, sotto il tallone del proprio superio. Eppure, in qualche modo, l’ho sempre cercato, il calore di una appartenenza. Spesso l’ho percepito proprio marciando in un corteo, oppure in piazza. Anche sta sera, oggi pomeriggio, a piazza san Giovanni. Mentre parlavano dal palco Cecilia Strada, Paolo Flores, Landini…Mi piaceva la faccia seria delle donne e degli uomini che stavano sotto la pioggia, in piedi, ad ascoltare. Attenti. Qualcuno annuiva, qualcuno applaudiva. Qualcuno si sedeva sull’erba rada, intrisa d’umido,un giornale a difendere i calzoni dal fango. C’era una gran silenzio. Un bisogno collettivo di sperare, che possa servire a qualcosa dire “basta” in tanti, tutti insieme, che questo governo di corrotti e di incapaci vada a casa, che uno sciopero generale costringa tutto il Paese a guardare chi lavora, in che condizioni si lavora, come si sta allargando la povertà…Non si cantava molto, non si rideva. Ho sentito slogan che non sentivo da decenni ” Il potere dev’essere operaio” Il potere…”Rabbia e malinconia” mi ha detto una vecchia compagna. Rabbia e malinconia.