New York è cambiata. Non ci tornavo da 25 anni. Dal 1981 al 1986 ci ho lavorato. Andavo e venivo, una pendolare transoceanica, perchè Nicola era piccolo e troppo forte era il bisogno reciproco (mio di lui, suo di me). Adesso siamo tutti qui insieme, io lui la sua donna la mia seconda figlia il suo uomo e M. (starring: il padre). Tutti in un loft a Soho, ottenuto mediante scambio ( benedetto sia l’House swapping e chi l’ha inventato) con una coppia di newyorchesi biondi belli e giovani, molto wasp, se devo giudicare dalle fotografie in esposizione ovunque ,dalla zona soggiorno alla nursery.L’alibi ce l’ha fornito al seconda figlia, che lavora in una università texana ( fuga dei cervelli), se no il mio superio non mi avrebbe consentito questa parentesi di puro godimento.
New York è cambiata, dicevo. Sempre più verticale, luminosa, inarrestabile. Una città-flusso. Times Square è ancora più artificiale e chiassosa e magnifica, con quadri colorati che si accendono e lampeggiano ad alta quota con una continuità ossessiva. Cammino sempre guardando in alto, dove il cielo fiorisce di guglie. Ci sono meno obesi, in giro. La bowery, dove 25 anni fa non potevo mettere piede senza scorta, è una quartiere trendy e chic. Sullo spazio di un quarto di secolo il processo di “gentrification” è evidente. Tutto è bonificato e borghesizzato. I poveri sono spinti ai margini della città, fuori dall’isola? nei supermercati , sempre più orgiastici se ti eccita l’accoppiata libero mercato/consumo coatto, la parola che santifica tutte le merci è : organic. Tutto è “khilometro zero” ( local). Integrale, salutare, salutista. Ground zero non è il doloroso vuoto che pensavo, bensì un cantiere in attività. sta crescendo, accanto al luogo del disastro, un grattacielo più gigantesco delle gigantesche torri gemelle. Reagire, rilanciare. Nessuna riflessione. Nessun dubbio. Nessun senso di colpa. Nessun vuoto è possibile, qui ( poco Buddha). E chi si ferma è perduto. la memoria sarà affidata ad apposito museo della memoria. Per ricordare le vittime, i soccorritori, il trauma. Per ricordare, certo. E per capire?
Io credo che la bomba in mano a Wikileaks abbia a che vedere con il 9/11…E’ in quel giorno, nelle domande a cui nessuno ha risposto, nelle risposte che nessuno può divulgare il salvavita di mister Assange?
Fioriscono parole, nella lingua della politica, che finiscono per perdere senso o acquistarne un altro: una di queste è “blacblòc”. Originariamente si riferiva a certi individui intabarrati in qualcosa di scuro che, nascosti da caschi e sciarpe, a Genova, nel 2001, avrebbero forzato il recinto, dietro cui si difendevano gli officianti del cosiddetto G8, e risposto con violenza alla violenza. Nessuno ha mai potuto dimostrare che non vi fossero, in quella sparuta schiera dal potenziale mediamente dannoso, agenti provocatori , per usare una formula antica, infiltrati da chi , dal disordine pubblico, aveva tanto da guadagnare. Da allora ogni volta che una manifestazione, costretta a non “manifestarsi” troppo da schieramenti armati, rompe le regole della passeggiata e volano sassi, la parola ritorna, come un mantra, come una formula magica: blacblòc! Blacbloc! Il giovane nero viene prontamente evocato e tutti gli altri spariscono. Blacblòc! Blacblòc! Le telecamere indulgono sulle auto bruciate, la sagoma di queste malattrezzate truppe d’assalto inonda i telegiornali e tutti possono finalmente esecrare e condannare. Nessuno, mai , neppure per un attimo, si pone un paio di oneste domande. Per esempio: chi ha scagliato la prima pietra? Siamo sicuri che dietro quel burka da battaglia non si celi qualche facinoroso di professione, al soldo di chi ha bisogno di isolare le proteste di piazza, mai come in questo periodo frequenti, massicce e motivate? Ma anche: perché nessuno valuta il fattore esasperazione? Occupi le università, organizzi decine di cortei, contesti una riforma che ti riguarda, chiedi di essere ascoltato, vuoi andare a Montecitorio perché è lì che si legifera sulla tua pelle. La risposta è la “blindatura del centro”. E il Governo responsabile di disordine, disoccupazione, e dolore precoce resta in carica dopo un mese di ignobile mercato…sei “blacblòc” se perdi la pazienza?
La Mafia è come l’Olocausto: a parole sono tutti contro, sopraffatti da ripugnanza morale e culturale. Nei fatti: comportamenti mafiosi e mentalità razziste sono molto più diffuse di quanto le parole farebbero prevedere. Se assumi, premi, corteggi promuovi o esalti il figlio, l’amante, il cognato o il servo di un uomo potente perché così maturi un credito utile alla tua carriera, visibilità, potenza, metti in atto un comportamento mafioso. Appoggi una persona non per il suo valore ma per le ricadute della gratitudine di chi la protegge su di te. Commetti due crimini: premiare chi non vale niente, non premiare chi ha talento da vendere, ma non gode di protezioni utili. Se ti stringi al seno la borsetta quando sale sull’autobus un ragazzo di pelle nera, se ad ogni delitto particolarmente doloroso ti precipiti ad accusare un immigrato per allontanare dalla tua comunità l’onta d’aver infranto il comun senso dell’amore verso i bambini, verso le ragazze…sei più vicino a Hitler di quanto, con la tua parte cosciente, riesci a immaginare. Mafia e razzismo sono fra noi.Non ce ne rendiamo conto? Allora dobbiamo vigilare: su noi stessi, sugli altri. Soprattutto su quelli che, di aver dato una mano ai criminali, lo sanno benissimo, ma sperano che non ce ne accorgiamo noi. Per esempio, chi ha modificato l’art.2 della Normativa antimafia: prima la confisca dei beni accumulati con comportamenti criminosi poteva avvenire in base a “sufficienti indizi”. Adesso ci vogliono “le prove”. Credete che sia facile “provare” la genesi dei patrimoni mafiosi? E se ci si riesce,e si confisca un paio di palazzi, ecco una bella asta pubblica magari taroccata, dove qualche prestanome potrà riprendersi il maltolto . “Ridurremo la mafia a fenomeno rurale”, ha detto Maroni. Non ha specificato l’estensione del latifondo di proprietà, su cui zappare, edificare, vendere , riciclare denaro sporco… E seppellire cadaveri.
Invidio all’onorevole Paola Binetti le sue incrollabili certezze, la fede che non ammette il dubbio, l’intransigenza implacabile, l’integralismo catto-democristiano e quella forma di esibizionismo del rigore morale così necessaria per chi vuole intraprendere con successo, la via della santità come carriera. Ammiro il suo stile severo, i soffici capelli bianchi, le sciarpe, gli occhiali. Sono lieta che, sicura come una rondine, sia volata via dal centrosinistra per fare il nido nel centro-centro, lontano dalle tentazioni del demonio relativista. Tuttavia, proprio per rispetto alle sue intolleranze elementari, vorrei rassicurarla: Monicelli era una delle persone meno disperate e meno sole che ho conosciuto in vita mia. Quattro diverse generazioni si disputavano la sua amicizia. Ha esercitato, poiché era ancora in grado di farlo, il libero arbitrio. Se la prenda con Immanuel Kant, non con lui.