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solitudine

Ravera | Lavori in corso | 28 Febbraio 2011 | 2,106 letture

Un’altra settimana è passata. Il tempo va via veloce . Eppure ancora non riesco, neppure ad alzare la testa. Credevo che la malinconia fosse leggera, perfino poetica. Invece è una condizione stabile, prosaica come la vita quotidiana. Un ritornello ossessivo ribatte il codice dell’assenza. E’ finita è finita è finita…Un dolore noioso. Poco creativo, un dolore che partorisce inerzia, che si nutre di sogni bellissimi e risvegli di cocente delusione.
Mi consegno al lavoro forte di automatismi antichi. Lavoro da quasi 40 anni, so come si fa. E lo faccio. Del resto: non potrei non farlo. E devo anche farlo bene, perchè il mio è un lavoro/sfida. Ogni giorno devi vincere il premio di ricevere altro lavoro. Il trattamento del film in due serate va consegnato entro la fine della settimana. Entra nei panni degli altri, i tuoi protagonisti, cura i loro guai, li hai inventati tu no? Coerenza coerenza coerenza. Una scena si ramifica in quattro scene minori. Taglia, stringi, organizza la mente. Ad ogni pausa, con il caffè, con la sigaretta, arriva il dolore. Il tuo. Quello di cui non puoi scrivere. Non devi o non vuoi. E allora lo lasci tracimare su quest’angolo di comunicazione semi-personale, lo metti in rete. Una specie di piccola fuga impulsiva dal peso della solitudine…

La fine del gioco

Ravera | Lavori in corso | 21 Febbraio 2011 | 1,907 letture

“Freud ha paragonato l’io a un uomo in sella che deve tenere sotto controllo la forza del cavallo. Una forza superiore alla sua” “. ..l’insistenza di Jung sulla necessità che l’individuo porti a termine il compito della sua vita, che lotti contro la pigrizia psichica”…Non posso aprire un quaderno, fra i quaderni miei degli ultimi tre anni, che non porti dozzine di affannosi appunti delle nostre conversazioni…”narciso non si è innamorato di se stesso, ha scambiato per realtà la sua immagine ed è cascato nel lago che la rifletteva come si casca nel liquido amniotico”. Abbiamo parlato ininterrottamente, in ogni pausa del suo lavoro ( faceva lo psicoanalista) e interrompendo allegramente il mio ( un romanzo, un articolo, una sceneggiatura). Parlando, ascoltandolo, sentivo trascorrere da lui a me una sorta di nutrimento celeste. le idee, certo. Ma anche le emozioni, l’attenzione. Un esercizio costante, corroborante. Un senso di pienezza. Le sue telefonate. le lettere che ci scrivevamo ad un ritmo forsennato, prima che la malattia le rallentasse e poi le impedisse…Perfino a colpi di sms andava avanti questa specie di celebrazione del dire, dell’interrogarsi, dell’azzardare spiegazioni, del compitare dubbii…Da quando non sono più una ragazzina, lo so bene che l’intelligenza del reale non è tutto. Non credo più che la letteratura sia salvifica, che un libro davvero buona possa dar senso a una giornata e poi a un’ altra e poi a un’ altra fino a comporre una intera vita… Eppure…non so ricordare nulla che rassomigli alla felicità più di quella nostra conversazione ininterrotta, quel nastro di parole scelte con cura, scambiate con amore. Domenica 13 febbraio, alle dieci di sera, lui è morto. Otto giorni dopo, nonostante il lavoro, gli impegni pubblici ( torno da un dibattito a san marino, sulla globalizzazione, dove ho recitato un monologo intitolato “lettera a Marchionne”), 90 libri da leggere ( giuria di un premio importante) eccetera eccetera…non riesco a pensare ad altro che a lui. A questo improvviso silenzio. A quanto mi manca la sua voce. Sapere che esiste…Dirgli quello che penso, pensare a quello che mi dice. La nostra morte è impensabile, non riusciamo neppure a immaginarla. Perciò non è mai reale. La morte delle persone che amiamo è intollerabile. E maledettamente concreta.

pensieri davvero privati…handle with care

Ravera | Lavori in corso | 12 Febbraio 2011 | 1,652 letture

Certe volte penso che penso troppo a questo Paese di merda. Che la vita è altrove, mi sento derubata della mia intelligenza, perchè mi tocca applicarla su fatuità, piccole vergogne, soprusi e porcherie. Penso: la vita è lì, in tutta la sua bellezza e in tutta la sua tragedia. Si nasce, si cresce, si invecchia, si muore. Il percorso è uguale per tutti. Nelle pieghe di questa strada obbligata c’è l’amore, l’attrazione per un altro essere umano, quella voglia di stare sempre con lui ( con lei) di vederlo felice, il piacere di dare piacere, anche a un corpo non più giovane, la gioia di vedere la sua gioia. L’intimità. Prendere un aperitivo insieme, tenersi la mano da un capo all’altro di un tavolo rotondo. Parlare. Mentre il mare rumoreggia lontano. Raccontarsi l’un l’altro. Lo sguardo di chi ti ha scelto, di chi ha tirata fuori dal mucchio, ti partorisce, ti rimette nel mondo. E allora non importa quanti anni hai e che cosa rappresenti e chi sei, c’è soltanto questa pienezza, la dolcezza quasi insopportabile di entrare in contatto con un altro essere umano. E tutto è al tuo servizio in quel momento. la luce.Il sole che tramonta adagio nel cielo di giugno. La musica, qualunque musica, anche la più modesta. Il campari che scioglie piano i cubetti di ghiaccio nel bicchiere. La leggerezza senza tempo. Le parole.Le parole prendono peso dall’ascolto. I suoi occhi nei tuoi occhi. Parli, ed è come se parlassi per la prima volta, anche se hai 50 anni, 60, 70. O 15, 17, 20. C’è un momento, un momento fragile e breve, in cui percepisci il presente. Il sorriso dell’uomo che sta davanti a te , la sorpresa della sua sorpresa, rallenta il fluire ininterrotto del tempo.
Una carezza, allora, è un momento di struggente intensità. Chissà se nelle orgette con le ragazze dell’olgettina si può provare qualcosa di simile. Il dilatarsi del tempo. Ridere di niente. Sentirsi soli in due, separati dal rumore del mondo. Chissà se lo sanno, che il sesso prende luce dall’amore, come in una cattedrale fredda, la navata centrale, dalle vetrate volte a mezzogiorno…

Ravera | Lavori in corso | 10 Febbraio 2011 | 1,171 letture

Non ho mai pensato che il benessere di un Paese corrispondesse al suo prodotto interno lordo. Si può essere infelici anche con uno sviluppo industriale vivace, un debito pubblico risibile e i conti in regola. Ma non è il caso dell’Italia: nel 2012 il nostro esiguo e malaticcio indice di crescita sarà ancora inferiore del 2, 5% rispetto al periodo pre-crisi. Siamo fra i 5 peggiori ,in una classe di 33 nazioni. Fermi. Bloccati. Sarebbe dura comunque, perché la stagnazione vuol dire disoccupazione, tagli al welfare, ansia per il futuro, ma sarebbe sopportabile, come sono sopportabili le disgrazie nelle Famiglie unite, coese dall’orgoglio del proprio nome, dalla forza dell’affetto, dal senso d’appartenenza. In Italia non è così. A chiederci di stringere i denti è una classe dirigente per lo più rissosa ed egoista, fatua e ignorante, disonesta o tollerante verso le componenti disoneste, strapagata e incapace di prendersi la sua parte di responsabilità per lo stato deplorevole dell’economia. A capo di questa classe dirigente, c’è un uomo indagato per sfruttamento della prostituzione minorile ( ma vi rendete conto?) oltrechè per i reati di cui può macchiarsi, verosimilmente, un uomo di potere: concussione, corruzione , falso in bilancio e così via… un uomo che, mentre gli italiani di cui volentieri chiacchiera a vanvera, stringono, come si suol dire, la cinghia, sperpera milioni di euro per pagarsi carichi trisettimanali di fresca carne femminile al fine di placare la sua nevrotica voracità sessuale. Come ci dovremmo sentire? Uniti nel momento difficile e pronti a festeggiare, il 17 marzo prossimo venturo, il centocinquantesimo compleanno della nostra Bella Patria? Non è un caso che il dibattito verta sul nobile tema: ma si fa vacanza o no? Il Risorgimeno come la Befana, epifania d’una Nazione. Nella calza, come regalo per l’Italia , potremmo chiedere un nuovo Capo del Governo?