HOME | BIOGRAFIA | IMMAGINI | SEZIONI | SCRIVIMI



un covo di buoni

Ravera | Lavori in corso | 29 Ottobre 2011 | 968 letture

La casa famiglia, sì, un covo di buoni. Non posso descriverla troppo, nè dire nomi, nè raccontare storie, perchè i minori…14, 16…dai venti mesi ai 18 anni ( “Ma anche dopo i 18, io finchè non sono in grado di badare a se stessi, finchè non si costruiscono una famiglia loro, io non li mollo.”) non devono essere riconosciuti. Dico dell’atmosfera: lei, la fondatrice e mamma/nonna, stava seduta su una poltroncina, in un angolo di una sala da pranzo molto grande, attorno a lei un brulicare continuo di giovani adulti, gli educatori o operatori o chiamateli come volete, con grappoli di bambini attorno. Un via vai di merende e domande. Tre piccole, appena arrivate, ancora un po’ smarrite, i capelli rapati per i pidocchi. Una piccolissima in braccio… Una cinese torna dal scuola felice. Dieci in matematica. Tre sui sette anni vanno a scuola di calcio , tutti perfettamente equipaggiati. Una ragazzina che è stata adottata qualche mese fa torna in visita con il padre adottivo, ha un regalo per una delle sue exsorelle. alla mamma-nonna non sfugge niente. Conosce nel profondo. Ha la voce giusta per ogni figlio. Li cresce li ascolta li aiuta e poi li lascia andare via. C’è una serenità strana…. E’ come un paradiso perfettamente arredato e sospeso sull’orlo di un baratro. Non c’è niente di finto, di buonista, di ideologico. C’è,e si sente, una autentica passione. Di risarcire chi è nato nel posto sbagliato, di rimettere in pista, in riga, in equilibrio. Esco pensando agli occhi tristi delle sorelline con la testa rapata. Alle tre, quando sono arrivata, erano come pozzi di dolore insondabile. Quando me
ne sono andata, qualche ora dopo, stavano mano nella mano con altre bambine. Le altre cantavano una vecchia filastrocca” giro giro tondo casca il mondo…”, vecchia, credevo non si cantasse più. Le tre piccole non cantavano, naturalmente. Non parlano. Però giravano in tondo con le altre. Lo stupore del gioco rendeva il dolore meno evidente, meno insopportabile. In mezzo al cerchio c’era la bambina più grande. Già capace di prendersi cura…

chi sono i buoni?

Ravera | Lavori in corso | 26 Ottobre 2011 | 819 letture

Vi capita mai di essere stanchi di disincanto? Siamo immersi in un cattivo umore politico, culturale. Abbiamo buoni motivi di rancore. Una classe dirigente deludente. Un paese in crisi. Ansia, certo. Angoscia, anche. E continuamente, sotto gli occhi, pessimi esempi. Comportamenti spregiudicati, egoismi sfrenati. Ciascuno preso dal suo personale tornaconto. Niente grandezza. Poche idee. Eppure esistono i generosi, del loro tempo, delle loro risorse. Ho incominciato ad andare a cercarli. Lunedì sono stata alla sede del Medu, medici per i diritti umani. Giovani professionisti che girano con un camper la sera e curano chi vive per strada, i clandestini, i migranti che la società ignora.Li curano, li ascoltano, li sostengono. Sono stata nella parrocchia di un prete che aiuta senza chiedere in cambio niente, senza chiedere ai poveri di diventare cattolici per un piatto di minestra. Ha ricavato dai locali della sua parrocchia una mensa un dormitorio sei docce una moschea e una chiesa greco ortodossa. Parrocchiane e ragazzi di tutte le sfumature del nero si alternano ai fornelli, a servire. Sto lì un’ora. L’afflusso è continuo. Si mangia dalle tre in avanti. Fino alle otto. Fa caldo. Chi dorme per strada ha bisogno di immagazzinare calore. Alcuni vanno via con una coperta per la notte…Il prete è un tipo allegro, ha 77 anni, la pancetta. Un sorriso per tutti. Forse è un po’ troppo soddisfatto di se e della sua coerenza cristiana. Ma chi può dargli torto? Oggi vado da Bice, che gestisce da decenni una casa famiglia…Domani vi racconto. Che cosa vado cercando? Chi sono i buoni. Voglio rassicurare la mia parte cupa. Che non tutto è perduto. Che c’è una parte sana, pulita, bella. Che va avanti da sola. Nel disinteresse generale.

un libro in meno

Ravera | Lavori in corso | 19 Ottobre 2011 | 1,036 letture

Scrivo e butto. Butto e ricomincio. Scrivo e scrivo. Butto e butto. Finchè, domenica scorsa, ho detto basta. Pausa. Cerchiamo di capire che cosa c’è che non va. Sono diventata troppo esigente? Sono diventata troppo scema? E’ una crisi di crescenza tardiva? E’ l’inizio del declino? Mi guardo indietro. E scopro di non aver fatto altro che scrivere e scrivere e scrivere. Romanzi, racconti, articoli, inchieste, opinioni, rubriche, monologhi, canzoni, sceneggiature, commedie, conferenze, novelle, radiodrammi, situation comedy, perfino un libretto d’opera…Ho incominciato a vent’anni. Non ho mai smesso. Non ho mai taciuto. Guardavo per descrivere. Vivevo per raccontare. L’idea di un nuovo romanzo si faceva strada lentamente. Ma implacabilmente. Le immagini si raggruppavano, legandosi le une alle altre per percorsi misteriosi, però necessari. Le parole le ho sempre cercate, non ho mai preso per buona la prima, ma le ho sempre trovate. Le parole erano lì, urgenti e opportune, pulite, fresche. Come se nessuno le avesse mai usate prima di me. Mi soccorrevano quando non capivo, mi illuminavano se attraversavo lo smarrimento tipico del narratore ( le storie sono infinite…perchè sto raccontando proprio questa?). Il mio ultimo romanzo , “La guerra dei figli”, è il mio romanzo migliore. L’ ho riletto, io che non rileggo mai niente…ero sconcertata: mi pareva che l’avesse scritto qualcun altro. Una tipa in gamba, più brava di me. Allora ho riletto le pagine del nuovo romanzo, quello che ho deciso di buttare. La storia c’è, i personaggi sono ben delineati, la lingua è curata eppure…Non lo so…manca l’ingrediente fondamentale: il rintocco inequivocabile dell’autenticità. Quindi, niente. Via. Cestino.
Non voglio aggiungere un compitino insulso e ben scritto al cumulo dei libri inutili che intasano i banchi delle librerie. Ce n’è già tanti…