25 aprile, una domanda
Appena sveglia, accendo RaiNews24, per districarmi dall’egocentrismo mattutino( come sto, che cosa ne faccio di me, che cosa ho sognato, perchè, oddio sono un giorno più vecchia eccetera eccetera), c’è un signore anziano ma bello, che parla di quando l’hanno torturato i nazisti, dice che aveva paura di parlare mentre era svenuto per le botte, così ha deciso di ammazzarsi e si è buttato contro una vetrata mentre lo trascinavano su per le scale, allo scopo di buttarsi nel vuoto. L’hanno trattenuto per un piede. L’hanno salvato per continuare a massacrarlo. Non ha parlato.
Aveva, immagino, vent’anni. Come lui ce n’erano tanti. Adesso ne ha certamente più di ottanta.
Non ce ne sono più tanti, vivi, uomini e donne che hanno vissuto quello che ha vissuto lui. Sono gente preziosa. Mi piacerebbe sentirli parlare più spesso. Non soltanto per celebrare il 25 aprile o per il compleanno di qualche carneficina.Tutte le volte che ascolto qualche vecchio partigiano mi pongo sempre la stessa domanda: io, avrei il coraggio? Se criticare il potere politico volesse dire rischiare carcere e salute, rischiare la vita, lo farei? L’avrei fatto? Abbiamo 50 anni e siamo una generazione che ha visto la guerra soltanto nei telegiornali. A vent’anni, come nel poema di Colmegna che ho presentato ieri, facevamo Casino “perchè il totale/ sovvertimento/si sa, è il massimo/divertimento”. Trent’anni dopo, i migliori continuano a cercare di vivere giusti. I migliori dei migliori ci riescono. Ma senza sforzo. E a rischi zero.



Io faccio parte ancora di una generazione visceralmente antifascista (per non toccare il tema del nazismo, che ho sempre sentito come un’aberrazione insostenibile), ma credo che la generazione poco dopo la mia (quelli nati dopo la metà degli anni ‘70) non abbia più avuto il privilegio di sentire in modo automatico lo stesso sdegno. Anche io quando sento parlare dei partigiani mi emoziono, mi commuovo, mi sdegno, e sento un senso di lutto per chi più giovane di me sente quel periodo lontano e in qualche modo spento. Mi sembra che perdano qualcosa. Non è “storia”: è un pezzo di noi. Perdendolo perdiamo un patrimonio grande, che impoverisce (ulteriormente) questa triste nazione.
Sarebbe come dire che la mancanza di rischio banalizza la protesta?
Si potrebbe rispondere: beato il sistema (il web per esempio che - d’accordo - della facile impunità troppo approfitta ed abusa… ma pure…) che non ha bisogno di eroi.
Altro tempo (fortunatamente e fortunosamente…) il nostro.
Appena acceso il pc e sulla home leggo che qualche tipo tosto e deciso è passato alle vie di fatto: “Incendiato il campo nomadi dell’investitore di quei 4 poveri ragazzi”.
Il nostro triste segno dei tempi (ma già troppo visto e sentito tutto…) è fissato nei titoli di giornali e tg che si affrettano a definire l’etnia (la razza? la cultura? la nazionalità? la religione? ) di chi si è reso colpevole di una cosa tanto orrenda quanto “ordinaria”.
È il subliminale scivolamento verso il nostro ineluttabile e quotidiano imbarbarimento (un ROM ubriaco…) in perfetta aderenza a “modelli culturali” d’ultima generazione che seminano campi ben concimati (tralascio la natura del concime…)
Volessimo ne troveremmo ad ogni angolo del nostro paese ed oltre, più o meno sobri, il sabato notte di più, di ogni razza ed etnia, di deficienti così.
È che… (che sia per puntiglio professionale?) adesso , da buon giornalisti si deve dare di più.
Ché poi c’è sempre qualcuno disposto a “fare” di più. (basta un cerino)
e vabbè
GUERRA UN PO’ SUBDOLA
Dice Lidia: «Abbiamo 50 anni e siamo una generazione che ha visto la guerra soltanto nei telegiornali».
È vero, ma a pensarci bene bisogna dire che una guerra c’è stata. Forse un po’ subdola.
Per vederla, da una parte basterebbe contare le croci lasciate sul campo dai nostri tanti amici e compagni, dall’altra riprendere memoria della soggettiva percezione/scelta di essere in guerra che per alcuni anni alcuni di noi hanno coltivato in sé.
La guerra che c’è stata non è quella del terrorismo, ma quella del terrorismo + droga + aids + suicidi + assurde morti giovanili + vagoni di autodistruttività di vario genere. La guerra che continua nei morti del sabato sera e follie varie.
La guerra che ci fa pensare con meraviglia, mentre camminiamo per strada: ma noi siamo ancora vivi!
Una guerra che forse avrebbe potuto non esserci, ma a cui noi non abbiamo saputo rinunciare, perché per noi era impossibile rinunciare alla guerra: non eravamo pronti a una simile grande rinuncia, non eravamo abbastanza consapevoli del significato della guerra.
Ci dimentichiamo troppo spesso di quanto l’inconscio sia più forte della coscienza. Siamo stati trascinati, dall’onda derivante dalle pulsioni di morte della Seconda guerra mondiale, siamo stati trascinati verso una guerra coatta (tutte le guerre sono coatte… ma chi sa dire veramente di no? come si fa?) che abbiamo subìto illudendoci che sceglievamo di andarla a fare. Belzebù del Maestro e Margherita ci guarda e se la ride…
Il coraggio di vivere in guerra è il coraggio di vivere in pace. Il coraggio di essere dove si è con il coraggio di scegliere, ogni volta. Anche oggi. Se Lidia si trovasse in guerra, sarebbe sempre Lidia: precisa, acuta, coraggiosa, concreta, disponibile.
Si fa quel che c’è da fare.
E dice bene Monica: «Non è “storia”: è un pezzo di noi». Cioè, dice male, dovrebbe dire: «È “storia”: è un pezzo di noi». Sento esattamente come lei: non solo un pezzo di noi, ma proprio le mie radici umane. Nei partigiani, certo, ma non principalmente nei partigiani, bernsì ancora di più nei morti, nelle vittime delle stragi: bambini, vecchi, donne inermi. Nessuno di loro eroe, nessuno di loro capace di scegliere di morire, eppure passati attraverso la morte e dalla cui morte… noi nasciamo… un po’ troppo dimentichi negli anni Settanta… oggi più memori.
neanch’io so se avrei avuto il coraggio.