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25 aprile, una domanda

Lidia Ravera | La domanda, Rubriche | 25 Aprile 2007 | 1,870 letture

Appena sveglia, accendo RaiNews24, per districarmi dall’egocentrismo mattutino( come sto, che cosa ne faccio di me, che cosa ho sognato, perchè, oddio sono un giorno più vecchia eccetera eccetera), c’è un signore anziano ma bello, che parla di quando l’hanno torturato i nazisti, dice che aveva paura di parlare mentre era svenuto per le botte, così ha deciso di ammazzarsi e si è buttato contro una vetrata mentre lo trascinavano su per le scale, allo scopo di buttarsi nel vuoto. L’hanno trattenuto per un piede. L’hanno salvato per continuare a massacrarlo. Non ha parlato.
Aveva, immagino, vent’anni. Come lui ce n’erano tanti. Adesso ne ha certamente più di ottanta.
Non ce ne sono più tanti, vivi, uomini e donne che hanno vissuto quello che ha vissuto lui. Sono gente preziosa. Mi piacerebbe sentirli parlare più spesso. Non soltanto per celebrare il 25 aprile o per il compleanno di qualche carneficina.Tutte le volte che ascolto qualche vecchio partigiano mi pongo sempre la stessa domanda: io, avrei il coraggio? Se criticare il potere politico volesse dire rischiare carcere e salute, rischiare la vita, lo farei? L’avrei fatto? Abbiamo 50 anni e siamo una generazione che ha visto la guerra soltanto nei telegiornali. A vent’anni, come nel poema di Colmegna che ho presentato ieri, facevamo Casino “perchè il totale/ sovvertimento/si sa, è il massimo/divertimento”. Trent’anni dopo, i migliori continuano a cercare di vivere giusti. I migliori dei migliori ci riescono. Ma senza sforzo. E a rischi zero.

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