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	<title>Commenti a: 25 aprile, una domanda</title>
	<link>http://www.lidiaravera.it/25-aprile-una-domanda/</link>
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	<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 10:04:56 +0000</pubDate>
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		<title>Di: monica</title>
		<link>http://www.lidiaravera.it/25-aprile-una-domanda/#comment-19</link>
		<author>monica</author>
		<pubDate>Wed, 25 Apr 2007 19:56:10 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.lidiaravera.it/25-aprile-una-domanda/#comment-19</guid>
					<description>Io faccio parte ancora di una generazione visceralmente antifascista (per non toccare il tema del nazismo, che ho sempre sentito come un'aberrazione insostenibile), ma credo che la generazione poco dopo la mia (quelli nati dopo la metà degli anni '70) non abbia più avuto il privilegio di sentire in modo automatico lo stesso sdegno. Anche io quando sento parlare dei partigiani mi emoziono, mi commuovo, mi sdegno, e sento un senso di lutto per chi più giovane di me sente quel periodo lontano e in qualche modo spento. Mi sembra che perdano qualcosa. Non è "storia": è un pezzo di noi. Perdendolo perdiamo un patrimonio grande, che impoverisce (ulteriormente) questa triste nazione.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Io faccio parte ancora di una generazione visceralmente antifascista (per non toccare il tema del nazismo, che ho sempre sentito come un&#8217;aberrazione insostenibile), ma credo che la generazione poco dopo la mia (quelli nati dopo la metà degli anni &#8216;70) non abbia più avuto il privilegio di sentire in modo automatico lo stesso sdegno. Anche io quando sento parlare dei partigiani mi emoziono, mi commuovo, mi sdegno, e sento un senso di lutto per chi più giovane di me sente quel periodo lontano e in qualche modo spento. Mi sembra che perdano qualcosa. Non è &#8220;storia&#8221;: è un pezzo di noi. Perdendolo perdiamo un patrimonio grande, che impoverisce (ulteriormente) questa triste nazione.</p>
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		<title>Di: oximor</title>
		<link>http://www.lidiaravera.it/25-aprile-una-domanda/#comment-20</link>
		<author>oximor</author>
		<pubDate>Wed, 25 Apr 2007 21:10:13 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.lidiaravera.it/25-aprile-una-domanda/#comment-20</guid>
					<description>Sarebbe come dire che la mancanza di rischio banalizza la protesta?
Si potrebbe rispondere: beato il sistema (il web per esempio che - d'accordo - della facile impunità troppo approfitta ed abusa...  ma pure...) che non ha bisogno di eroi.
Altro tempo (fortunatamente e fortunosamente...) il nostro.
Appena acceso il pc e sulla home leggo che qualche tipo tosto e deciso è passato alle vie di fatto: "Incendiato il campo nomadi dell'investitore di quei 4 poveri ragazzi".
Il nostro triste segno dei tempi (ma già troppo visto e sentito tutto...) è fissato nei titoli di giornali e tg che si affrettano a definire l'etnia (la razza? la cultura? la nazionalità? la religione? ) di chi si è reso colpevole di una cosa tanto orrenda quanto "ordinaria".
È il subliminale scivolamento verso il nostro ineluttabile e quotidiano imbarbarimento (un ROM ubriaco...)  in perfetta aderenza a "modelli culturali" d'ultima generazione  che seminano campi ben concimati (tralascio la natura del concime...) 
Volessimo ne troveremmo ad ogni angolo del nostro paese ed oltre, più o meno sobri, il sabato notte di più, di ogni razza ed etnia, di deficienti così.
È che... (che sia per puntiglio professionale?) adesso , da buon giornalisti si deve dare di più.
Ché poi c'è sempre qualcuno disposto a "fare" di più. (basta un cerino) 

e vabbè</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sarebbe come dire che la mancanza di rischio banalizza la protesta?<br />
Si potrebbe rispondere: beato il sistema (il web per esempio che - d&#8217;accordo - della facile impunità troppo approfitta ed abusa&#8230;  ma pure&#8230;) che non ha bisogno di eroi.<br />
Altro tempo (fortunatamente e fortunosamente&#8230;) il nostro.<br />
Appena acceso il pc e sulla home leggo che qualche tipo tosto e deciso è passato alle vie di fatto: &#8220;Incendiato il campo nomadi dell&#8217;investitore di quei 4 poveri ragazzi&#8221;.<br />
Il nostro triste segno dei tempi (ma già troppo visto e sentito tutto&#8230;) è fissato nei titoli di giornali e tg che si affrettano a definire l&#8217;etnia (la razza? la cultura? la nazionalità? la religione? ) di chi si è reso colpevole di una cosa tanto orrenda quanto &#8220;ordinaria&#8221;.<br />
È il subliminale scivolamento verso il nostro ineluttabile e quotidiano imbarbarimento (un ROM ubriaco&#8230;)  in perfetta aderenza a &#8220;modelli culturali&#8221; d&#8217;ultima generazione  che seminano campi ben concimati (tralascio la natura del concime&#8230;)<br />
Volessimo ne troveremmo ad ogni angolo del nostro paese ed oltre, più o meno sobri, il sabato notte di più, di ogni razza ed etnia, di deficienti così.<br />
È che&#8230; (che sia per puntiglio professionale?) adesso , da buon giornalisti si deve dare di più.<br />
Ché poi c&#8217;è sempre qualcuno disposto a &#8220;fare&#8221; di più. (basta un cerino) </p>
<p>e vabbè</p>
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		<title>Di: Paolo</title>
		<link>http://www.lidiaravera.it/25-aprile-una-domanda/#comment-23</link>
		<author>Paolo</author>
		<pubDate>Thu, 26 Apr 2007 23:46:16 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.lidiaravera.it/25-aprile-una-domanda/#comment-23</guid>
					<description>GUERRA UN PO' SUBDOLA 
Dice Lidia: «Abbiamo 50 anni e siamo una generazione che ha visto la guerra soltanto nei telegiornali». 
È vero, ma a pensarci bene bisogna dire che una guerra c'è stata. Forse un po' subdola. 
Per vederla, da una parte basterebbe contare le croci lasciate sul campo dai nostri tanti amici e compagni, dall'altra riprendere memoria della soggettiva percezione/scelta di essere in guerra che per alcuni anni alcuni di noi hanno coltivato in sé.
La guerra che c'è stata non è quella del terrorismo, ma quella del terrorismo + droga + aids + suicidi + assurde morti giovanili + vagoni di autodistruttività di vario genere. La guerra che continua nei morti del sabato sera e follie varie.
La guerra che ci fa pensare con meraviglia, mentre camminiamo per strada: ma noi siamo ancora vivi!
Una guerra che forse avrebbe potuto non esserci, ma a cui noi non abbiamo saputo rinunciare, perché per noi era impossibile rinunciare alla guerra: non eravamo pronti a una simile grande rinuncia, non eravamo abbastanza consapevoli del significato della guerra.
Ci dimentichiamo troppo spesso di quanto l'inconscio sia più forte della coscienza. Siamo stati trascinati, dall'onda derivante dalle pulsioni di morte della Seconda guerra mondiale, siamo stati trascinati verso una guerra coatta (tutte le guerre sono coatte… ma chi sa dire veramente di no? come si fa?) che abbiamo subìto illudendoci che sceglievamo di andarla a fare. Belzebù del Maestro e Margherita ci guarda e se la ride…
Il coraggio di vivere in guerra è il coraggio di vivere in pace. Il coraggio di essere dove si è con il coraggio di scegliere, ogni volta. Anche oggi. Se Lidia si trovasse in guerra, sarebbe sempre Lidia: precisa, acuta, coraggiosa, concreta, disponibile.
Si fa quel che c'è da fare.
E dice bene Monica: «Non è “storia”: è un pezzo di noi». Cioè, dice male, dovrebbe dire: «È "storia": è un pezzo di noi». Sento esattamente come lei: non solo un pezzo di noi, ma proprio le mie radici umane. Nei partigiani, certo, ma non principalmente nei partigiani, bernsì ancora di più nei morti, nelle vittime delle stragi: bambini, vecchi, donne inermi. Nessuno di loro eroe, nessuno di loro capace di scegliere di morire, eppure passati attraverso la morte e dalla cui morte… noi nasciamo… un po' troppo dimentichi negli anni Settanta… oggi più memori.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>GUERRA UN PO&#8217; SUBDOLA<br />
Dice Lidia: «Abbiamo 50 anni e siamo una generazione che ha visto la guerra soltanto nei telegiornali».<br />
È vero, ma a pensarci bene bisogna dire che una guerra c&#8217;è stata. Forse un po&#8217; subdola.<br />
Per vederla, da una parte basterebbe contare le croci lasciate sul campo dai nostri tanti amici e compagni, dall&#8217;altra riprendere memoria della soggettiva percezione/scelta di essere in guerra che per alcuni anni alcuni di noi hanno coltivato in sé.<br />
La guerra che c&#8217;è stata non è quella del terrorismo, ma quella del terrorismo + droga + aids + suicidi + assurde morti giovanili + vagoni di autodistruttività di vario genere. La guerra che continua nei morti del sabato sera e follie varie.<br />
La guerra che ci fa pensare con meraviglia, mentre camminiamo per strada: ma noi siamo ancora vivi!<br />
Una guerra che forse avrebbe potuto non esserci, ma a cui noi non abbiamo saputo rinunciare, perché per noi era impossibile rinunciare alla guerra: non eravamo pronti a una simile grande rinuncia, non eravamo abbastanza consapevoli del significato della guerra.<br />
Ci dimentichiamo troppo spesso di quanto l&#8217;inconscio sia più forte della coscienza. Siamo stati trascinati, dall&#8217;onda derivante dalle pulsioni di morte della Seconda guerra mondiale, siamo stati trascinati verso una guerra coatta (tutte le guerre sono coatte… ma chi sa dire veramente di no? come si fa?) che abbiamo subìto illudendoci che sceglievamo di andarla a fare. Belzebù del Maestro e Margherita ci guarda e se la ride…<br />
Il coraggio di vivere in guerra è il coraggio di vivere in pace. Il coraggio di essere dove si è con il coraggio di scegliere, ogni volta. Anche oggi. Se Lidia si trovasse in guerra, sarebbe sempre Lidia: precisa, acuta, coraggiosa, concreta, disponibile.<br />
Si fa quel che c&#8217;è da fare.<br />
E dice bene Monica: «Non è “storia”: è un pezzo di noi». Cioè, dice male, dovrebbe dire: «È &#8220;storia&#8221;: è un pezzo di noi». Sento esattamente come lei: non solo un pezzo di noi, ma proprio le mie radici umane. Nei partigiani, certo, ma non principalmente nei partigiani, bernsì ancora di più nei morti, nelle vittime delle stragi: bambini, vecchi, donne inermi. Nessuno di loro eroe, nessuno di loro capace di scegliere di morire, eppure passati attraverso la morte e dalla cui morte… noi nasciamo… un po&#8217; troppo dimentichi negli anni Settanta… oggi più memori.</p>
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		<title>Di: sara</title>
		<link>http://www.lidiaravera.it/25-aprile-una-domanda/#comment-1479</link>
		<author>sara</author>
		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 17:07:23 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.lidiaravera.it/25-aprile-una-domanda/#comment-1479</guid>
					<description>neanch'io so se avrei avuto il coraggio.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>neanch&#8217;io so se avrei avuto il coraggio.</p>
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