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Caldocaldo

Lidia Ravera | Articoli | 10 Luglio 2009 | 2,029 letture

In principio c’era un ombrellone a strisce bianche e verdi. Bagni Aurora. Due sedie “a sdraio”. Verdi. C’era un uomo senza età, un grembiale legato sotto un ventre tondo, un grosso vassoio sorretto da una cinghia che passava dietro la nuca. Nel vassoio c’ erano gonfie palle di pasta fritta. “Caldi Caldi!”, gridava l’uomo. E quelli divennero i “caldicaldi”. Scopristi anni dopo che si chiamavano “krapfen”. Che facevano male, che facevano ingrassare. In principio c’era odore di zucchero. Lo zucchero era come la sabbia, restava sulla pelle, scomposto in minuscoli corpuscoli chiari. Se non lo leccavi via dalle labbra e riuscivi ad “entrare nell’acqua” potevi goderti il contrasto: dolce e salato. Se volevi entrare nell’acqua dopo aver mangiato un “caldocaldo” dovevi farlo di nascosto, profittando della distrazione materna. Le madri giocavano a canasta nel bar della spiaggia, bevevano a piccoli sorsi bevande rosse, fumavano sigarette lunghe e sottili che si chiamavano Kent, come il cognome di Nembo Kid. Le madri gestivano permessi e proibizioni, regolavano il rituale dell’ingresso nell’altro elemento. Potevi “fare il bagno” due ore dopo la merenda, tre ore dopo i pasti principali. La prima volta che sei “entrata nell’acqua”, di nascosto, con lo zucchero sulle labbra, eri un po’ preoccupata. E se davvero fossi annegata, se ti fosse venuto un colpo apoplettico, se ti avessero ritrovata l’indomani, trasformata in un gonfio cadavere pallido, a galla con le alghe nei capelli? Anche se avevi imparato a nuotare (l’anno prima, nelle tre intense settimane di pedagogica presenza paterna, su tre mesi di sfibrata villeggiatura), nel corso di quella prima disobbedienza ti portasti dietro l’ormai obsoleto salvagente: una ciambella di plastica bianca che si impennava, ad un certo punto, nel collo da cigno di un’oca gialla. Non lo indossasti, naturalmente, ma nuotavi con i piedi e con una sola mano. Con l’altra stringevi la tua ancora di salvezza. Eventualmente saresti morta di colpo apoplettico e non affogata. Il colpo apoplettico, di cui avevi sentito parlare, doveva essere una morte meno sgraziata, da cui si poteva, eventualmente, resuscitare. Non ti venne, il colpo apoplettico. Dunque le madri mentivano. Se a cinque anni avevi imparato a nuotare, a sei imparasti a disobbedire. Non hai mai smesso. E’ uno degli elementi di continuità della tua vita, la diffidenza verso le regole. Senti sempre, come in quella lontana prima volta, l’impulso di provare a trasgredirle, di controllare che siano davvero “per il tuo bene”. In principio erano le madri a dispensare permessi e interdizioni. Di estate in estate, le scoprivi sempre meno infallibili. Tre mesi in balia dell’ansioso ordine materno, tre settimane a sedurre il padre imparando con scrupolo tutto quello che voleva insegnarti: nuotare, remare, pescare, scavare pozzi nella spiaggia, trovare l’acqua, accendere vulcani, incendiare la carta, far fumare la montagna, fare “i pini” lasciando scivolare dalla mano chiusa a pugno gocce di sabbia bagnata. In principio l’estate era una palestra vertiginosa: dopo nove mesi di reclusione in un appartamento surriscaldato, improvvisamente, ore e ore d’aria. Dopo nove mesi di stretto controllo la tua guardiana si metteva il rossetto, scherzava col bagnino Filippo, giocava a carte, certe volte andava fino a San Remo a giocare al Casino, parlava fitto fitto con altre madri che, anche loro, si laccavano le unghie, scherzavano col bagnino Filippo, arrostivano peperoni gialli sulle terrrazze fiorite di case che vivevano soltanto una stagione su quattro. Con i figli delle altre madri dovevi intrecciare relazioni sociali. Dovevi chiamarli “amichetti”. Se i lunghi mesi della reclusione avevano fatto di te una piccola prigioniera spaventata dal mondo, se la timidezza ti rendeva antipatica a te stessa e agli altri, era un problema tuo. Se soffrivi la madre lo chiamava “cattivo umore” e ti incitava a sintonizzarti sulla sicurezza degli altri: guardali, fai come loro. La prima volta che ti costrinsero a restare in piedi sull’acqua, dietro a un motoscafo, aggrappata a due redini dure come l’acciaio, inchiodata a due sci che non rassomigliavano a quelli che usavi con perizia in montagna, eri in preda al terrore. Non c’era il padre a “insegnarti”, non ci si aspettava studio e applicazione, ma leggerezza e imitazione. Lo sci d’acqua era uno status symbol. Non si trattava di imparare, ma di recitare. Non si doveva cadere. Guardali, fai come gli altri. Non sei caduta, ma non sei diventata come gli altri.E alla fine l’hai detto: il motoscafo non mi piace. Preferisco la barca a vela.

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