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Dieci buoni motivi per partecipare al No B. day

Lidia Ravera | Articoli | 3 Dicembre 2009 | 867 letture

1) Perché Silvio Berlusconi è convinto di essere stato eletto dal popolo italiano. E non è vero. Siamo italiani anche noi.

2) Perché Silvio Berlusconi è convinto di essere amato dal popolo italiano. E non è vero. Siamo italiani anche noi.

3) Perché Silvio Berlusconi è convinto di poter usare il suo potere politico per sottrarsi alla legge. E non è vero. Noi non glielo permetteremo.

Il penoso Viale del Tramonto del Cavaliere

Ravera | Articoli, l'Unità | 18 Settembre 2009 | 1,337 letture

Un vecchio, più vecchio dei suoi anni, un uomo che non riesce più a controllare le sue emozioni, che ha perso, o sta perdendo, il contatto con la realtà. Questa è l’impressione diffusa (non proprio un opinione quanto piuttosto una sensazione) di fronte al Berlusconi più recente. Quello dell’aggressione a giornali e giornalisti “incontrollabili”, a ogni opposizione (anche minima), ai meno subalterni dei suoi partners di maggioranza. Colpisce la voce stridula, l’arrancare in cerca di una costruzione sintattica condivisa, di un aggettivo appropriato, di un epiteto efficace. È stupefacente l’infantilismo burbanzoso delle lodi rivolte a se stesso: io sono il miglior Presidente del Consiglio da prima che nascesse il mondo, io sono il più bravo di tutti e il più ricco e il più fico e tutti quelli che dicono il contrario sono invidiosi e a tutte le ragazze piace moltissimo stare alle mie cene con me medesimo e figuriamoci se le pago che fanno la fila per baciarmi le babbucce. È quell’allentarsi dei freni inibitori, quel “me ne frego” che sottende ogni esibizione di protervia tipica dell’estrema vecchiaia e debolezza, quando, in fondo, non te ne importa più niente del giudizio degli altri, vedi soltanto te stesso e la fine che si avvicina. Allora gridi e ridi e rilanci, perché ti senti solo e hai paura. Non per tutti la vecchiaia è così brutta, ma per i narcisisti assoluti sì. Infatti, nonostante tutto, mi fa pena, Silvio Berlusconi: contestato dal cinquantenne Fini, così padrone di sé stesso, dignitoso, quasi solenne, minacciato dal neosessantenne Bossi, così ruspante da essere radicato nel territorio come un tubero vincente, rifiutato dal cinquantenne Casini, così pericoloso da quando la Cei ha rivelato che nel Regno dei Cieli non si possono portare le escort. Mi fa pena come tutte le “Star” quando imboccano il Viale del Tramonto.

E ora denunciaci tutte

Lidia Ravera | Articoli, l'Unità | 4 Settembre 2009 | 2,169 letture

Confesso che ho criticato Silvio Berlusconi. L’ho fatto dal primo momento che l’ho visto (un colpo di fulmine). Oralmente, per iscritto. Nel privato dei miei quadernini, nel semi-pubblico del mio sito internet, dalle colonne de l’Unità, sulle pagine di Micromega, perfino, per sette anni, su quelle di “Io Donna”, supplemento del Corriere della Sera (nel cenozoico, quando Mieli si era appena insediato). Ho criticato Silvio Berlusconi esercitando un diritto sancito dalla Costituzione. Non l’ho mai insultato, perché non sono ricca e potente come lui e quindi non posso permettermelo (non potrei mai dire, io, per esempio, che i magistrati sono matti…), ma anche perché non sono il tipo che insulta. Sono il tipo che si informa e quindi informa. Che mette alcuni dati in relazione fra loro e li commenta. Anche Silvia, Marianovella, Federica, Natalia e Concita sono tipe così: donne che si informano e poi informano. Donne che esprimono opinioni, e le motivano. Poi ci sono tutte le altre. Le innumerevoli donne e ragazze che si sono sentite offese e minacciate per l’immagine femminile emersa dalle intercettazioni telefoniche, dagli scandaletti fotografici, da 25 anni di televisioni commerciali con la loro estetica delle tette e dei culi, dalle lettere di una moglie stanca (Veronica), dalle battute di un marito instancabile nella sua fissazione erotica primitiva (Silvio, gran donnaiolo soddisfatto, nei secoli fedele alla mistica dell’erezione che sfonda la madre terra e ingravida il futuro col suo seme imperiale). Ci sono tutte le madri preoccupate per le loro figlie, e tutte le figlie preoccupate per se stesse. Preoccupate, annoiate, avvilite. Ci sono le donne discriminate e quelle abusate. Ci sono le donne convinte che è discriminante e incoraggia gli abusi, questo gran mercato del corpo femminile: tu passi una “F…” a me e io faccio avere un privilegio a te. Queste donne non sempre hanno diritto di parola. Se ce lo avessero lo userebbero. E non per mettere in discussione la “potenzia coeundi” del premier, bensì il suo diritto a continuare a guidare il governo, a fregarsene del conflitto d’interesse, a perseguitare l’opposizione, a reprimere la libertà d’opinione, a far regredire la relazione fra i sessi, a ridicolizzare un intero Paese agli occhi del mondo.
Che tutte queste donne scrivano. Subito. Prima che l’Unità finisca i soldi per la carta, dovendo pagare la “multa della libertà”. Che scrivano, che parlino, che gridino forte…vediamo se ci denuncia tutte.

Caldocaldo

Lidia Ravera | Articoli | 10 Luglio 2009 | 1,627 letture

In principio c’era un ombrellone a strisce bianche e verdi. Bagni Aurora. Due sedie “a sdraio”. Verdi. C’era un uomo senza età, un grembiale legato sotto un ventre tondo, un grosso vassoio sorretto da una cinghia che passava dietro la nuca. Nel vassoio c’ erano gonfie palle di pasta fritta. “Caldi Caldi!”, gridava l’uomo. E quelli divennero i “caldicaldi”. Scopristi anni dopo che si chiamavano “krapfen”. Che facevano male, che facevano ingrassare. In principio c’era odore di zucchero. Lo zucchero era come la sabbia, restava sulla pelle, scomposto in minuscoli corpuscoli chiari. Se non lo leccavi via dalle labbra e riuscivi ad “entrare nell’acqua” potevi goderti il contrasto: dolce e salato. Se volevi entrare nell’acqua dopo aver mangiato un “caldocaldo” dovevi farlo di nascosto, profittando della distrazione materna. Le madri giocavano a canasta nel bar della spiaggia, bevevano a piccoli sorsi bevande rosse, fumavano sigarette lunghe e sottili che si chiamavano Kent, come il cognome di Nembo Kid. Le madri gestivano permessi e proibizioni, regolavano il rituale dell’ingresso nell’altro elemento. Potevi “fare il bagno” due ore dopo la merenda, tre ore dopo i pasti principali. La prima volta che sei “entrata nell’acqua”, di nascosto, con lo zucchero sulle labbra, eri un po’ preoccupata. E se davvero fossi annegata, se ti fosse venuto un colpo apoplettico, se ti avessero ritrovata l’indomani, trasformata in un gonfio cadavere pallido, a galla con le alghe nei capelli? Anche se avevi imparato a nuotare (l’anno prima, nelle tre intense settimane di pedagogica presenza paterna, su tre mesi di sfibrata villeggiatura), nel corso di quella prima disobbedienza ti portasti dietro l’ormai obsoleto salvagente: una ciambella di plastica bianca che si impennava, ad un certo punto, nel collo da cigno di un’oca gialla. Non lo indossasti, naturalmente, ma nuotavi con i piedi e con una sola mano. Con l’altra stringevi la tua ancora di salvezza. Eventualmente saresti morta di colpo apoplettico e non affogata. Il colpo apoplettico, di cui avevi sentito parlare, doveva essere una morte meno sgraziata, da cui si poteva, eventualmente, resuscitare. Non ti venne, il colpo apoplettico. Dunque le madri mentivano. Se a cinque anni avevi imparato a nuotare, a sei imparasti a disobbedire. Non hai mai smesso. E’ uno degli elementi di continuità della tua vita, la diffidenza verso le regole. Senti sempre, come in quella lontana prima volta, l’impulso di provare a trasgredirle, di controllare che siano davvero “per il tuo bene”. In principio erano le madri a dispensare permessi e interdizioni. Di estate in estate, le scoprivi sempre meno infallibili. Tre mesi in balia dell’ansioso ordine materno, tre settimane a sedurre il padre imparando con scrupolo tutto quello che voleva insegnarti: nuotare, remare, pescare, scavare pozzi nella spiaggia, trovare l’acqua, accendere vulcani, incendiare la carta, far fumare la montagna, fare “i pini” lasciando scivolare dalla mano chiusa a pugno gocce di sabbia bagnata. In principio l’estate era una palestra vertiginosa: dopo nove mesi di reclusione in un appartamento surriscaldato, improvvisamente, ore e ore d’aria. Dopo nove mesi di stretto controllo la tua guardiana si metteva il rossetto, scherzava col bagnino Filippo, giocava a carte, certe volte andava fino a San Remo a giocare al Casino, parlava fitto fitto con altre madri che, anche loro, si laccavano le unghie, scherzavano col bagnino Filippo, arrostivano peperoni gialli sulle terrrazze fiorite di case che vivevano soltanto una stagione su quattro. Con i figli delle altre madri dovevi intrecciare relazioni sociali. Dovevi chiamarli “amichetti”. Se i lunghi mesi della reclusione avevano fatto di te una piccola prigioniera spaventata dal mondo, se la timidezza ti rendeva antipatica a te stessa e agli altri, era un problema tuo. Se soffrivi la madre lo chiamava “cattivo umore” e ti incitava a sintonizzarti sulla sicurezza degli altri: guardali, fai come loro. La prima volta che ti costrinsero a restare in piedi sull’acqua, dietro a un motoscafo, aggrappata a due redini dure come l’acciaio, inchiodata a due sci che non rassomigliavano a quelli che usavi con perizia in montagna, eri in preda al terrore. Non c’era il padre a “insegnarti”, non ci si aspettava studio e applicazione, ma leggerezza e imitazione. Lo sci d’acqua era uno status symbol. Non si trattava di imparare, ma di recitare. Non si doveva cadere. Guardali, fai come gli altri. Non sei caduta, ma non sei diventata come gli altri.E alla fine l’hai detto: il motoscafo non mi piace. Preferisco la barca a vela.

Firenze, fuorilegge la solidarietà

Lidia Ravera | Articoli, l'Unità | 6 Aprile 2008 | 2,551 letture

Vignetta di Mauro Biani“Nei giorni scorsi una signora non vedente ha urtato contro un mendicante, è caduta e ha riportato diverse ferite. Poteva inciampare in una delle migliaia di buche di cui è costellata la città del Giglio. O in una delle centinaia di transenne che proteggono l’incolumità dei cittadini dai lavori piccoli e grandi che incominciano sempre e non finiscono mai”. L’ho letto su “Liberazione” che, giustamente, concede titolo e “copertina” alla nuova trovata di Graziano Cioni, Assessore alla Sicurezza di Firenze: “Achtung Banditen: A FIRENZE L’ELEMOSINA è REATO… un nuovo regolamento della polizia municipale per combattere la piaga dei mendicanti”.
Posso associarmi all’indignazione dell’ultimo “giornale comunista” (così sta scritto in alto a destra, sopra la testata) dell’Italia post moderna? Sì, posso, anzi, devo.

Un altro Tg è possibile?

admin | Articoli, l'Unità | 2 Marzo 2008 | 2,233 letture

“Ecco, i resti dei fratellini nelle bare qui a fianco. Sono praticamente in stato di mummificazione. La loro quasi sicuramente è stata una morte orribile. Ecco: potete sentire la folla che applaude al passaggio del carro funebre, in segno di rispetto. In segno di partecipazione..”. Il cronista, la mano stretta attorno al microfono, appare mesto, le facce rotonde dei ragazzini del paese di Gravina in Puglia premono per entrare nell’inquadratura. Forse conoscevano Ciccio e Tore, forse provano un senso di smarrimento e di pena, ma sono, in qualche modo, contenti di essere lì, di essere in televisione. La gente che passa per caso accanto ai luoghi dove succede una disgrazia diventa, se la disgrazia è eccezionale, comparsa in un telefilm dagli ascolti debordanti. Prime time, roba forte.

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