Non ci volevo credere, quando ho visto sullo schermo, scorrere in basso, notizia dell’ultima ora: chiuso l’Eti. Sarà un caso di omonimia acronima? Sarà qualche ufficio inutile, chennesò…Ente televendite insaccati, Ente titolati italiani, Ente tribolati & infingardi…Ce n’è certamente di burosauri stipendiati per scaldare una sedia, spiace aggiungerli alla lista dei disoccupati, ma magari colgono l’occasione per cominciare a lavorare davvero. Dopo un attimo mi sono accorta che Eti, come temevo, come sapevo, stava per Ente Teatrale Italiano. Un’altra dolorosa dimostrazione del disprezzo del Governo per la cultura. Mi sono sentita avvilita, come se mi avessero sputato addosso. Ho provato vergogna per loro e poi una rabbia malinconica, di quelle senza sbocchi. Ho pensato al teatro Valle di Roma, al Duse di Bologna, al Della Pergola di Firenze… Vacanze dalla fatica del vivere, luoghi dove sono stata, per una sera, felice. Ho pensato al teatro di ricerca, che, navigando contro il vento dell’omologazione televisiva, sperimenta nuovi linguaggi. Ho pensato: se non viene più sostenuto chi percorre strade difficili, chi è più avanti degli altri, chi rischia, chi inventa, presto, nel nostro Paese, si instaurerà un silenzo assordante. Il mercato imporrà anche allo spettacolo dal vivo, come sta già imponendo al cinema e alla letteratura, la dura legge della facilità. Diventeremo, definitivamente, consumatori dell’ovvio. Barzellette e sentimentalismo. Frasi fatte, frasi false. Il trionfo del commerciale.Non era un ente inutile quello che dava una chance ai giovani di essere “visti”, agli artisti italiani di essere conosciuti all’estero. Era necessario, accidenti! Come è necessario far sapere che l’Italia non è solo pizza & F…, pallone e porcate. Saremo l’unico paese del primo mondo che non ha il suo ente Teatrale.E alla sterminata lista dei disoccupati si aggiungerà un altro bel drappello di talenti.
Sono sull’isola, da sola. Inizia l’estate, con i suoi tramonti lunghi.Per terra, nei vicoli bianchi, c’è un tappeto di petali colorati che il sole marcisce delicatamente. Il limoni hanno la buccia spessa, cadono dai rami. il mare sta sera è immobile, conserva il silenzio del giorno. Si crea, nella solitudine, un rintoccare segreto di parole non dette, quando parli, poi, o quando scrivi, è come se ogni frase trovasse una sua sonorità primitiva. Fra un mese uscirà il piccolo libro in cui racconto il mio strano rapporto con quest’isola piccola, rocciosa, montuosa, vuota la maggior parte dell’anno. Rifugio e approdo, via di fuga. Sono arrivata qui, negli anni, in tutti gli stati. E sempre ho trovato, ad accogliermi, questa pace sontuosa. Il senso della lontananza, che regala scale di priorità diverse, meno sofferenti.Ma anche meno frivole.
Le attività del giorno sono quelle di sempre, non diverse dalle attività , un po’ costrette, della mia vita romana: al mattino corro, mi esercito, pedalo…al pomeriggio scrivo per l’Unità, lavoro al racconto che sto preparando per una rivista, rispondo alla posta…organizzo gli appuntamenti de “la ravera”…la sera leggo, guardo qualche film…Che cosa c’è di diverso, fra lo stare sull’isola e lo stare a Roma? La percezione di una cornice forte. La natura, violenta nella sua bellezza. Il mare, sempre diverso. Il senso di una infinita libertà. La rinuncia all’esserci, la sospensione della vita di relazione. Dai telegiornali di sky, da blob, da annozero mi tallona la realtà di questo Paese in declino vertiginoso…mi chiedo se mi sto mettendo al riparo. Mi chiedo se è giusto…ma in fondo:che potrei fare? Che possiamo fare?
Mariarca Terracciano, infermiera d’ospedale, lavorava per vivere e per mantenere i suoi figli. La Asl Napoli 1 ha smesso di pagarle lo stipendio. Era commissariata? Indebitata? Qualcuno ha rubacchiato i soldi degli altri? Mariarca , per protesta, si è fatta dissanguare , ha smesso di mangiare , ha continuato a lavorare ed è morta. Una volta c’erano “i proletari”. Li chiamavano così perché la loro unica ricchezza era la loro prole. Oggi anche la “prole” è un peso. L’unica ricchezza dei poveri è il loro corpo. Scioperare è un lusso obsoleto. La soglia della disattenzione collettiva è così alta che devi ammazzarti per fari notare, devi farti notare per esistere , devi “esistere”perché i tuoi diritti non vengano calpestati. Nessuna “par condicio” fra chi deve lottare per guadagnarsi il necessario e chi vuole delinquere per arricchirsi di beni superflui. Due Italie non comunicanti.
Mi intenerisce il Pd, che si riunisce di qua e di là, organizza seminari, inaugura fondazioni. Mi fa piacere rivedere sulla scena politica Walter Veltroni: temevo che fosse diventato uno come me, un anonimo scrittore, sempre ai margini, sempre solo, a scrivere un romanzo dietro l’altro. Sono contenta che chi si raggruppa coi compagni più affini ed esprime critiche radicali al segretario del partito non stia più in una “corrente” ( col rischio di buscarsi un malanno) ma in un “area” ( magari di rigore, dove, se tiri col piede ispirato, spiazzi il portiere, e fai punto). Ma mi preoccupo, maternamente, di tutto il malcontento che sento vibrare nel brusio sconsolato degli elettori di centrosinistra. Non vorrei essere nei panni di Bersani e, quando ha cacciato quel grido ( “rispetto per il Pd, un partito con la schiena dritta”), rompendo la nenia soporifera del politichese da prima serata, ho provato per lui un momento di intensa simpatia. Detto questo, non ho fiducia in tutta questa smania di aggiustare qua e là. Di proporsi e riproporsi correggendo il tiro. Con tutto il rispetto per chi ha fatto della politica la sua professione e la esercita degnamente
da 30 anni, ciò di cui sentiamo il bisogno, noi elettori stanchi di perdere, è di una rivoluzione in tre tappe. Prima vorremmo una sincera autocritica: dove abbiamo sbagliato? Come abbiamo fatto a dissipare il patrimonio umano e culturale del partito comunista più forte d’Europa? Poi vorremmo vederli in ritiro, divisi per gruppi di lavoro, a studiare il mondo com’è , a disegnarne uno migliore . Infine ci piacerebbe che ricominciassero a fare politica: cioè a elaborare un programma che realizzi il disegno. E ci aspettiamo, naturalmente, di essere invitati alla festa: se non si aprono le porte alla società civile che si è impegnata in questi a anni a sostenerli e a sgridarli, si pesta soltanto l’acqua nel mortaio.
Quando torno a scrivere sul sito, dopo settimane, mi sento in colpa, come quando esco sul terrazzo e vedo i fiori secchi, le foglie cadute,oppure certe piante troppo cresciute, in un fertile disordine. Il tempo non mi basta mai. Le giornate vengono inghiottite una dopo l’altra. E’ sempre sera, è sempre tardi, è sempre il momento di tendersi verso la pulsantiera sopra il letto e spegnere la luce. Le settimane vanno via come giorni. E i mesi come settimane. Gli anni lasciano un segno leggero, passano, tre per volta, cinque tutti insieme, pochi segni distintivi. Un nuovo libro pubblicato, i figli un po’ più maturi…Forse mi piace troppo vivere. Forse prendo troppi impegni e poi, da brava eterna scolara, mi impegno a fare bene quello che devo fare. Per esempio, la settimana prossima: martedì sera a Rimini recito “La donna gigante”, sabato a Torino recito una lezioncina di scrittura al salone del libro “l’autore e l’autoediting”, domenica sempre a Torino, presento “Criminali o folli” un acuto e sorprendente saggio di Corrado Bizzarri, psichiatra, sul sottile confine che corre fra punibilità e non punibilità ( esistono i cattivi? quand’è che la malattia mentale impedisce di intendere e di volere il male?), la domenica dopo sono a Marsala in un convegno sul giornalismo d’inchiesta, e la domenica dopo ancora a Lipari in un altro sul confino politico nelle isole…mi fermo ma potrei continuare. Perchè lo faccio? E’ un problema di bulimia? E’ il sacrosanto dovere di chi vive di scrittura, incontrare il pubblico, pensare, proporre, dibattere, stimolare…? Ecco, sono passati dieci minuti, devo mettermi a lavorare ( sui lavori in corso, taccio). Poi devo andare a correre ( questa è una priorità assoluta da più di 20 anni), poi devo andare a trovare mio padre ( 91 anni, un femore rotto per la terza volta pochi mesi fa, oggi ha fatto la prima passeggiata), poi…e poi…e poi…E poi: è un uso corretto della mia casa nella rete ( inter-net) questo sciorinare i fatti miei come se chiacchierassi con le amiche? E’ irritante’ E’ noioso? Dovrei soltanto postare articoli ben pensati e calibrati? E’ una evoluzione del quadernino, su cui ho scritto tutta la vita, il blog? O è un esibizione? E’ pubblico, semipubblico , privato per finta…? Voi, voi che passate da questo sito,che ne pensate?
Ha una faccetta da pupo, John Elkann. Guanciotte, riccetti, boccuccia. Ispira tutti i diminutivi che l’adulto, mediamente anaffettivo, inventa per farsi piacere i bambini. Se un cast director portasse la sua fotografia in Produzione mentre si cerca l’attore per un film sul Presidente di un Grande Gruppo Industriale lo licenzierebbero, come lo licenzierebbero se portasse la fotografia di suo fratello Lapo per un porno-soft ambientato nel giro dei tossici. La realtà, infatti, è più sorprendente della fiction. E John Jacob Philip Elkan, con quei 34 anni che sembrano 18, ha un curriculum di prim’ordine, un’ anzianità lavorativa di tutto rispetto, una moglie col cognome giusto ( Borromeo) e due figli con il nome sbagliato ( Oceano e Leone. Meglio Punto e Ritmo, allora… se proprio ti seccano i nomi di persona). Niente in comune con un altro “giovane” promosso di recente, il “trota”. A parte il diritto dinastico, naturalmente.