Claudio Rinaldi
La notizia della tua morte l’ha lasciata cadere un ospite che aveva visto il telegiornale, a cena. Qui sull’isola io mi tengo riparata. Non accendo la televisione per giorni, non leggo per giorni i giornali. La notizia così aveva il tono fatuo della conversaizone serale, anche se l’accompagnava il dispiacere di questo signore che non ti conosceva se non per le tue qualità di giornalista, per il rigore politico, per la lucidità , per la coerenza. Anche gli altri commensali hanno espresso una specie di dolore. “Uno di meno, e ce ne sono già così pochi”, ha detto Rossana. Una specie di stupore: “ma se l’ho letto ancora su L’espresso dell’altra settimana!” . Parlavano di te. Ci hanno messo un po’ ad accorgersi che mi ero alzata da tavola e non tornavo. Piangere è inutile e spossante. Piangere di nascosto perchè ti vergogni di una reazione così illogica. Lo sapevo che sarebbe successo non con i tempi naturali che mi aspetto per me. Da un bel po’ di mesi non rispondevi alle mie lettere elettroniche, tanto che avevo smesso di scrivertele, per paura che tu, come mia sorella prima di te, fossi entrato in quella fase di distacco dalla vita in cui non è bene imporsi, imporre la propria presenza, il proprio”io” irriducibile, ancora gonfio di futuro, nonostante l’età .
Non ti scrivevo più, quindi, però continuavo a pensarti. Anzi, ti pensavo più intensamente. E ogni giorno, aprendo la posta Enturage, speravo di trovare un tuo cenno. Anche soltanto le poche parole dei momenti in cui maneggiare il palmare ti era più difficile. Era sempre una delusione, ma, per un attimo, speravo. E poi speravo di nuovo la mattina dopo. Ed è la speranza che tiene in vita, no? Da adesso non potrò più gustare quell’attimo di attesa. So che non mi scriverai più.
Mai più. Non potremo più sorridere insieme del nostro amore giovanile, quando Lamberto Sechi, a Panorama, ci chiamava “quelli di Cotta Continua”, ironizzando sulla nostra appartenenza politica . mai più. Fine. E’ questa la morte, vero? La sconfitta definitiva dell’attesa. Forse per te è stato bene, ti sei liberato dalla galera del corpo. Vorrei poter credere che qualcosa continua da qualche parte, che la tua ironia, la tua intelligenza assoluta( è come l’orecchio musicale, un dono di natura), la tua eleganza di linguaggio non sono andati perduti…Vorrei, ma naturalmente non posso. Continuerò a scriverti, unilateralmente. Ed ad amarti, come ti ho amato.
…e naturalmente mi piacerebbe che chi ha diritto di farlo, facesse pubbicare il tuo romanzo. Quello che mi hai fatto leggere qualche anno fa. Era un bel romanzo.E sarebbe un bel modo di averti ancora fra noi. Ti abbraccio.



Commossa…
Sei proprio molto cara, Lidia, socia mia
l’ho lasciato, per la mia Socia, che vuoi di più, stupido computer?