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Compassione?

Lidia Ravera | Lavori in corso | 3 Dicembre 2008 | 2,055 letture

Dicono che avere vent’anni è una cosa meravigliosa, una condizione di privilegio, in un paese per vecchi. Tu li hai, vent’anni , hai un compagno giovane e una casetta in un quartiere antico, a Catanzaro. Vivi lì da quando sei rimasta incinta di Annarita. E’ nata undici giorni fa e tu sei stata festeggiata come tutte le donne quando fanno quello che soltanto loro possono fare: mettere al mondo un bambino. Le tue vicine di casa, tutte anziane, l’hanno scoperto soltanto quando hanno visto il fioco rosa sul portone, che avevi sgravato. Per un momento sei stata importante. Giovane madre. Meglio ancora: madre giovane. Rosario, poi, invece di ciondolare in attesa di un posto precario come la maggior parte di quelli della sua età, lavora . E’ elettricista. Porta soldi a casa e tu a casa devi stare ad aspettarlo e devi accudire la bambina. E’ la famiglia, questa. Quella famiglia di cui tutti parlano con rispetto, che tutti vogliono difendere, che tutti sventolano come una bandiera. La famiglia è: papà mamma bambino. Tu, Loprete Morena , non ce l’hai avuta, la famiglia. O meglio: è durata poco. Morti tutti e due, tuo padre e tua madre, quando eri ancora una bambina. Tossicodipendenti. Non sei bastata tu, a renderli felici. E così Annarita per te. Non è stata sufficiente, non ti ha dato pace. Né lei né Rosario. Ci pensi di notte, nei tempi dilatati dell’insonnia, che questo non è quello che volevi.Forse pensi che non volevi farti carico di un’altra vita, non ancora, o non con Rosario. La nascita di un figlio trasforma il fragile legame con un ragazzo in una catena pesante. Il “noi” , insinuante, trasforma l’io, lo limita, lo costringe ad adeguarsi all’altro. A te non riesce molto bene, forse ti mancano i modelli. E poi Rosario ti irrita, che sia colpa sua o dei tuoi nervi, poco conta , stai male,ma nessuno ci fa caso. Giovane madre, madre giovane, bella casetta, fiocco rosa sulla porta.Vi sentono litigare. E’ abituale. Mica si litiga poco, da queste parti, non siete i soli ad alzare la voce. Che cosa sia successo di peggio del solito la notte della domenica, io non lo so. Forse non è successo niente di peggio del solito. Certo eri terribilmente stanca, stanca anche di urlare e allora ti sei buttata addosso a Rosario. L’hai aggredito a morsi, come una bestia feroce, gli hai quasi strappato un orecchio. Poi hai preso un coltello. Non l’hai colpito forte, non hai calcolato la traiettoria, gli hai aperto una ferita nel torace, non profonda, non mortale. Lui non ti ha disarmata, non ti ha aggredita . E’ scappato. Si è messo in salvo. Gli uomini possono farlo, possono sempre andare via. Ma lì, nella stanza, c’è Annarita che piange. Forse anche tu piangevi così, quando tuo padre e tua madre si intontivano di sostanze tossiche, pur di non vivere, pur di non pensare. Forse ti sei ricordata di quando eri tu, un essere umano minuscolo, e l’egoismo degli altri ti gettava nel terrore. L’hai presa dalla culla, Annarita, ma lei continuava strillare. L’hai buttata sul pavimento. Un gesto di rabbia.Come poco prima, quando hai morsicato Rosario. Non te ne sei accorta di averla uccisa, l’hai detto anche ai carabinieri: è viva, non vi credo. E intanto piangevi. Io lo so che non volevi spaccarle la testa, volevi spegnere le sue grida. Volevi che, in quei 25 metriquadri in cui vivevi con lei e con suo padre, ci fosse, per un attimo, un po’ di silenzio. L’hai rimessa nella culla, dopo. Come si tira su dal pavimento una bambola. Perché domani, magari, ti andrà di giocarci di nuovo. Domani. Dopo che sarai riuscita a dormire.
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