HOME | BIOGRAFIA | IMMAGINI | SEZIONI | SCRIVIMI



Differenze

Lidia Ravera | Racconti | 3 Aprile 2007 | 3,280 letture

Ne sono entrati tre, che potevano essere lui: un tipo pesante col torace che pulsava nella giacca. Un tipo azzimato, con un eleganza da parrucchiere diventato ricco. Un tipo duro, con i capelli metallici e uno sguardo rapace. E’ lui, che si è avvicinato al mio tavolino.
“Lei è la signora Delgado, immagino”
Immaginava giusto, ma come ha fatto? E’ vero che indossavo un paio di jeans rossi e una maglione di lana ruvida bianco, è vero che sono spettinata, non curo le unghie, porto ancora lo zainetto a 40 anni e tenevo un libro accanto alla tazzina vuota del caffè. Ma è così evidente, che io sono io, la madre di Bianca?

“Prego”, ho detto, molto lady, mostrandogli la sedia di fronte a me.
Mi ha guardata prendendosi tutto il tempo necessario a un intenditore in un museo. Irritante.
“Così …lei è l’avvocato Minimiti. Non rassomiglia a suo figlio”
“Infatti: non è mio figlio. E’ il figlio di mia moglie”
“Quindi succede anche a voi”
“Noi chi?”
Ho dominato un lieve imbarazzo. Fatico sempre a capire quando devo sottopormi ad una recita. Ci siamo dati appuntamento in questo caffè, come la signora Montecchi e il signor Capuleti. Bianca è Giulietta, Sebastiano è Romeo.
Ma naturalmente bisogna seguire le procedure.
“Lei abusa di pronomi plurali, signora. Io sono soltanto io , lei è soltanto lei. E così i nostri figli, sono due individui”
Va bene, vuoi il gioco duro? L’avrai.
“Allora non capisco la ragione del nostro incontro”
“Ah no?”
Si è acceso la pipa, picchietta sul fornello, alza nuvole di fumo bianco. Le sistema fra noi come un sipario.
“La ragione dell’incontro fra noi, signora, è che sua figlia è stata educata in modo difforme …”
“Difforme da che?”
“Sua figlia fuma, beve birra e ostenta una sicurezza di giudizio quanto meno risibile”
Glielo dico che anche Sebastiano fuma e gli ho tenuto io la fronte quando si è vomitato il suo primo whisky? Vince la solidarietà verso Sebastiano, ma di stretta misura. Se lo meriterebbe, questo pallone snello fuori e gonfiato dentro.
“Anche lei fuma”
“Non ho 14 anni”
“ Appunto: lei si che dovrebbe smettere, è molto più pericoloso da vecchi, fumare”
Mi guarda come se non fossi degna neppure di essere picchiata.
Grazie alla negatività assoluta del suo giudizio su di me, l’incontro non si è protratto oltre. La requisitoria è stata breve: lui è ben lungi dal conferire troppo peso a un amoretto fra ragazzi ( disprezzo sulla parola ragazzi), lui capisce e comprende, sa e ricorda, lui tollera e perdona, ma ciò non toglie( sospensione) che la relazione amicale fra una ragazzina senza freni, allevata in una comune di sole donne , una specie di tana acefala, priva del necessario fallo di riferimento, e un ragazzo dotato di buone regole e sani principi, cresciuto in un nucleo famigliare regolare con fratelli nel numero di due, genitori nel numero di tre ,nonni nel numero di quattro, vecchia tata una, giovane tata una( carina, benchè polacca) sia per certi versi a solo vantaggio della ragazza e quindi di nocumento al figlio suo ( o “suastro”).
Mi sono alzata, gli ho teso la mano. L’ha stretta. Ha pagato i caffè.
Ho detto: “Capisco il suo punto di vista. Però, come lei mi ha ricordato, si tratta di due individui. Non sono roba nostra. Suo figlio è evidentemente migliore di lei. Mia figlia migliore di me, dato che, tornando da una merenda a casa vostra ha detto: sono simpatici. Io la trovo stucchevole, avvocato. Mia figlia mi è detto: il papà di Seba? E’ carino. Sa suonare benissimo il flauto”
Ero già fuori dal caffè quando mi sono voltata per dirgli: “Non credo che ascoltarla mentre suona il flauto potrebbe modificare la mia opinione”
Ero arrivata di buon passo all’angolo della strada, quando mi sono sentita artigliare una spalla.
“Anch’io la trovo abbastanza insopportabile. Sciatta, presuntuosa e insopportabile”
“E allora perché mi sta inseguendo? Mi levi quella zampa di dosso…”
Incominciava a piovigginare, l’avvocato era pallido, con un po’ di sudore sopra il labbro superiore. Chiunque, visto a vicino, finisce di far pena. Ansimava.
“Perché non abbiamo preso una decisione, per questo l’ho inseguita.”
“Non c’è nessuna decisione da prendere”
“Speravo che lei collaborasse”
“A che? Io ho molta simpatia per Seba, povero bambino…con una madre col seno rifatto e un padre come lei.”
Mi ha dato un ceffone. Non simbolico. Ho sentito cinque dita forti picchiare contro la mia guancia sinistra.
“Commovente…”, ho detto,” non mi succedeva da quando avevo l’età dei nostri figli”
“Se io fossi sposato con lei, le assicuro che le prenderebbe spesso”
“ E’ un ipotesi inquietante, ma surreale.”
La guancia mi bruciava , l’avvocato mi alitava addosso e la pioggia stava rinforzando.
Ad un tratto mi sentii ridicola. Ridicola e stanca. Tutto il peso del novecento sulle spalle. E siamo nel 2003. Ma che cos’è, un nuovo millennio in confronto alla persistenza del vecchio? Due Italie. Due genti armate l’una contro l’altra. I rossi e i neri, che stingono e peggiorano in rosa e azzurri. Rosso annacquato, fascismo sostituito dagli affari. Era meglio se non c’era neanche il Risorgimento, meglio gli staterelli, meglio gli austriaci in casa, almeno la rabbia contro i barbari ti butta sullo xenofobo.
“Mi scusi”, ha detto l’avvocato.” Non so come mi sono permesso…”.
Sognavo o mi stava asciugando una lacrima con un fazzoletto monogrammato?
Ci siamo ritrovati, chissà come, in una trattoria.
“Madonna, avvocato,mangi come un lupo”.
Aveva la testa bassa sul piatto, la cravatta svalvolata, un riga di sugo a destra della bocca.
“Quando sto male mi viene fame”
“E’ colpa mia?”
“No. E’ colpa mia. Quelle come te mi lavorano i nervi: tutte femministe, tutte pacifiste, con la testa farcita di giudizi…”
“A me mi lavorano i nervi quelli come te: tutti neoliberisti, tutti maschilisti, con la testa farcita di pregiudizi…”
Ha guardato il mio piatto di fettuccine quasi intonse.
“Mangia.”, mi ha detto,” Non ci pensi alle carestie nel Burundi?”
Ho spinto il piatto verso di lui.
“Preferisco nutrire il nemico”
Ha mangiato tutte le mie fettuccine. Ammirevole. E intanto parlava con la bocca in attività, come un vulcano in benevola ebollizione che erutta bolo alimentare.
Mi ha detto che noi siamo genitori da operetta, che pur di continuare a comportarci da figli costringiamo i nostri figli a farci da fratelli, che mia figlia è troppo intelligente, che le idee fanno male ai bambini perché non hanno gli strumenti per maneggiarle e così gli cadono addosso e diventano jingle di pubblicità per gli adulti.
Parlava, e parlava. C’ è una coraggiosa volgarità in lui,ho pensato, nessuno degli uomini con cui sono andata a letto, ha mai mangiato così tanto davanti a me.
Lo desiderai come si desidera un calcio in faccia quando si è depresse. Per scoprire se un dolore forte e primitivo mette a tacere l’anima.
“Ti faccio una proposta”, dissi, vuotando il quarto bicchiere di vino,” vieni a bere un caffè a casa mia. Non c’è nessuna femminista in agguato. Sono tutte fuori per il week end e non c’è neanche Bianca”
Venne. Mi baciava già sulla nuca che stavo ancora infilando la chiave nella toppa. Mi ha spogliata nell’ingresso. Mi ha penetrata senza farmi arrivare in camera da letto. Abbiamo avuto una relazione più umana dopo. La terza è stata per celebrare la sua potenza.
Si è addormentato in una nuvola di cibo digerito. Russava. L’ho guardato. Il naso non è così bello, come quando lo guardi di profilo. Narici esagerate, nere, da cui esce un fischio cavernoso.
Quando si sveglierà gli chiederò se davvero è nell’ufficio di difesa di Berlusconi. Se è soltanto cinico e aggrappato ai potenti, o quella gente gli piace proprio, gli chiederò se è stato lui o sua moglie a volere due tette rifatte, se davvero pensa che Sebastiano non debba frequentare questa mia casa allegra e piena di donne innamorate di qualcuno che non esiste. Gli chiederò …
Si è svegliato.
Mi bacia distrattamente. Si riveste senza guardare niente nella stanza, come se avesse paura di contaminarsi. In pochi secondi è sulla porta.
Ci salutiamo, senza prometterci una telefonata che non verrà.
Se me l’avesse chiesto, gliel’avrei detto, perché ho fatto quello che ho fatto con lui.
Volevo licenziare il novecento, non portarmi dietro, nel nuovo millennio, la tifoseria accanita, quella tessitura di inclusioni ed esclusioni, che ci divide come serbi e montenegrini, e impedisce perfino ai nostri figli di accedere alla libertà dell’amore.
Volevo. Chissà. Vendicare Bianca, prima che venga messa alla porta, perché sua madre è contro la guerra in Iraq…o forse restituirgli il ceffone. A modo mio. Da donna. Imprigionandolo in mezzo alle mie gambe.

2 commenti

Lascia un commento

RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI