Er bullo der Pigneto
“Er Che Guevara der Pigneto” ha i capelli bianchi, tatuaggi sulla pelle e rapine sulla fedina penale, ha un passato da orfanello e un presente da precario, conserva gelosamente ed espone con piacere tutta la mitologia di chi si nutre di fumetti o di B-movie violenti. Concetti tipo: io so’ bbono e caro ma quando m’incazzo sfascio tutto. Io per mia madre, mia sorella, mia figlia, mia nonna, la mia donna, il mio quartiere sono capace di fare qualunque cosa, anche la peggiore. Sottotesto: e faccio benissimo a farlo (anche se poi mette in guardia dall’imitarlo), in quanto esercito il punto primo del diritto selvaggio applicato. Cioè: menare e sfasciare chi, a suo insindacabile giudizio, si comporta male è come pisciare ai quattro angoli del proprio territorio, delimitandolo.
Nel territorio detto “il Pigneto”, “Ernesto”, al secolo Dario Chianelli, ci è nato, ci è vissuto e ci morirà, nessuno deve pestargli i piedi, perché quelle quattro strade, quei bar, quelle botteghe sono casa sua. Quelli che sono arrivati dopo, sono degli ospiti. E gli ospiti devono comportarsi bene, sono in casa di Dario, perché tutti lo conoscono, perché chi lo conosce lo rispetta, perché chi non lo conosce ancora imparerà a conoscerlo e a rispettarlo, cioè ad aver paura di lui.
Perché lui è buono e caro ma i senegalesi, i bengalesi, i marocchini, i tunisini devono rigare dritto. Come tutti gli altri.
Perché lui può “rubare per fame” e non lavorare (“E che uno nato il 1 maggio po’ lavora’?”) e restare un santo, ma loro se rubano un portafoglio lui li gonfia. Perché nel quartiere suo non si deve rubare, ci vuole “rispetto”.
C’è quasi da invidiarlo il Che Guevara del Pigneto per le sue incrollabili certezze, in un momento in cui noi, nutriti da altri film e da altre letture, abbiamo il cuore pesante e la testa piena di dubbi. C’è da invidiare lui e i “pischelli” che gli ronzano attorno perché l’ignoranza e il bisogno di scaricare la rabbia per una vita grama, conferisce loro un’identità collettiva, un sentimento comune, una sorta di epos delle loro loro giornate sgangherate.
C’è da invidiarli perché si sentono eroi del cartone animato che hanno in testa. Per questo rifiutano di etichettare come razzista la spedizione punitiva contro il negozio del nemico. “Razzista” è un aggettivo che non sta nel linguaggio del fumetto. Devi essere proprio un naziskin per accettarlo e gloriartene. Ne ho sentiti tanti (anche certi politici che hanno sempre qualcosa di verde addosso) e tanti ne posso immaginare che, appena finito di dare fuoco a una ipotetica Moschea , già dichiarano al telegiornale che loro rispettano tutti, ma quando è troppo è troppo: questi sono barbari, addirittura pregano col sedere per aria! Fascista io? Ma per carità… Solo perché ho sfasciato il negozio di un bengalese che non mi ha fatto ritrovare il portafiglio di una mia amica? Ma per carità: il nonno della mia ex moglie era socialista, il mio tatuaggio preferito è Che Guevara… come fate a dire che sono fascista? Soltanto perchè mi vendico personalmente dei torti subiti invece di rivolgermi alla giustizia? Solo perchè esercito la violenza e la sopraffazione, mi vendico da me senza disturbare “le guardie”, solo perché non credo nelle istituzioni? Solo perché faccio la voce grossa e impongo il rispetto con la forza?
Sì, solo per quello. Basta e avanza.
Esistono comportamenti “fascisti” , e chiunque abbia qualche consuetudine con la storia può documentarsi in merito. Non è un’attenuante che le squadracce del presente non abbiano alibi ideologici. E’ un aggravante. Se nel ventennio poteva esserci qualche povero gonzo che davvero credeva in Mussolini e si comportava male di conseguenza, oggi, che nessuno crede più in niente e se ne vanta, non ci sono giustificazioni, per assalti, aggressioni, incendi e persecuzioni.
E’ la nuda e pura responsabilità individuale. E’ un atto criminale, punto e basta. E, personalmente, riterrei opportuno un giudizio severo anche nei confronti di un eventuale manipolo di giovanotti “di sinistra” , se andassero a randellare in giro questo o quello, a scopo di ritorsione.
Quando, nei tardi anni settanta, alcune teste marce di “Prima Linea” ( terroristi e di sinistra) decisero di andare a gambizzare e intimidire a colpi di pistola , qui a Roma, sospetti spacciatori di quartiere, per salvaguardare la peggio gioventù e per continuare a scrivere col sangue la loro stupida epopea, ricordo bene, benchè fossi una ragazzetta, la vergogna che provai per loro e la repulsione, per il fatto che si conclamavano “comunisti”.
Oggi il comunismo è defunto e la parola “sinistra” è stata pensionata a forza.
Che Guevara, pace all’anima sua, abita stabilmente sulle T-shirt di chiunque, pochi sanno qualcosa del suo pensiero e delle sue azioni, ma molti conoscono la sua barba e la sua motocicletta.
Oggi, forse, se vogliamo provare e tracciare un discrimine fra “noi” e “loro”, fra i buoni e i cattivi, è meglio ripartire dai fondamentali, è megli metter giù , nero su bianco, pochi principi, da condividere e, soprattutto, da mettere in pratica.
Uno potrebbe essere, se i cattolici mi consentono questa incursione nel loro territorio, questo: ‘Non fate agli altri, quello che non vorresti fosse fatto a voi’.



Gentile dott.sa Ravera,
ho appena letto il suo articolo sull’Unità intitolato “Strani eroi di quartiere”.
Ho trovato molto divertente la sua definizione del “Che der pigneto e dei pischelli che gli ronzano attorno” come “eroi da cartone animato che hanno in testa”. Divertente perché mi ha ricordato il proverbiale bue che dice cornuto all’asino. Perché evidentemente lei sta parlando di una realtà che le è più lontana di quella della Papuasia: non si spiegherebbe altrimenti l’idea che, non dico un ex carcerato, ma anche un semplice cittadino si possa rivolgere alla giustizia per cercare di recuperare un portafogli rubato. Mi scusi, ma dove vive? A Paperopoli probabilmente…
E non si spiegherebbe neppure l’accostamento assolutamente fuori luogo fra il “Che der Pigneto”, il cui codice è quello della strada, e quelli di “Prima Linea” con la testa, loro sì, piena di idiozie lette sui libri. Né tanto meno si capisce l’accostamento fra una giustizia fai da te, criticabile quanto si vuole, e il razzismo.
Razzismo vuol dire essere convinti che la propria etnia sia superiore alle altre. E non mi sembra questo il caso. Non sto dicendo che il “Che der Pigneto” abbia fatto bene a comportarsi come ha fatto, né lo sto giustificando: sto solo dicendo che la sua analisi è di una superficialità disarmante, che il suo punto di vista (di sinistra immagino…) spiega benissimo come mai la destra vinca proprio nei quartieri più poveri, che anzi il suo ragionamento può essere usato come unità di misura per calcolare la distanza fra la realtà “fumettistica” di certi quartieri e il fumoso blaterare di certa sinistra.
Cordialmente,
Roberto
QUESTE NON SONO COSE BELLE
I bisogni : quando sono maligni.
La coazione a ripetere.
I divieti di sosta : la dissuasione prevista
non è in base al reddito.
I giudizi affrettati a proposito
dei bastardi dei froci e delle puttane.
Le pari opportunità.
La vita così com’è.
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