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	<title>Lidia Ravera</title>
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		<title>Lezioni di presente</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 14:38:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il mio sito, questa casa incorporea, è stato infettato da un virus. E’ sparito. E adesso devo fare un lungo giro per nutrirlo. Per riprendere i contatti con chi viene a trovarmi, pubblico la lettera che Sara Ventroni, del comitato &#8230; <a href="http://www.lidiaravera.it/2012/04/22/lezioni-di-presente/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il mio sito, questa casa incorporea, è stato infettato da un virus. E’ sparito. E adesso devo fare un lungo giro per nutrirlo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per riprendere i contatti con chi viene a trovarmi, pubblico la lettera che Sara Ventroni, del comitato promotore di Se non ora quando, ha fatto girare nel nostro gruppo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sara viene trattata da giovane e se ne irrita. Dice: ho 37 anni e la ricrescita, piantatela di inventarmi ragazza. Sull’essere ragazza dice anche altro. La sua lettera mi ha colpita molto. Le ho risposto, affannosamente, tristemente, ma soprattutto vorrei che fosse letta e meditata.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le posto tutte e due. Prima la sua, poi la mia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong><br />
Non abbiamo bisogno di consolazione ma di vita riconosciuta, nei tempi che cambiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Non abbiamo bisogno di pietà ma di tempo sensato, di corpo pieno. Abbiamo bisogno di fermarci se siamo malate, di figli se li vogliamo, di ferie anche a Ostia, di stipendi per arrivare a fine mese. Abbiamo bisogno di progetti, anche piccoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Su tutto: abbiamo bisogno di sentirci in diritto di progettare.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo bisogno di uscire a testa alta dall&#8217;eterno presente di un corpomente efficiente, infrangibile, cui tutti attingono senza vergogna pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">Non abbiamo bisogno di consolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo affamate di parole indignate, arrabbiate, lucide; siamo in cerca di un senso dove questo senso manca: nella politica e nel lavoro, come dice Anna Maria.</p>
<p style="text-align: justify;">Vogliamo parole capaci di portare il segno di questi tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vogliamo parole usate. Scariche.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vogliamo preghiere, nemmeno quelle laiche.</p>
<p style="text-align: justify;">E non vogliamo benedizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci servono le metafore. Sono inservibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vostro dialogo delle somiglianze ci indebolisce.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo diverse. Sono tempi diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono tempi che possono parlarsi e capirsi solo nella differenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi vi abbiamo ascoltate, studiate e capite.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora ascoltate voi. Comprendete.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre essere precise, per capire.</p>
<p style="text-align: justify;">Per farci compagne, tocca essere lucide: comprendere le differenze dei tempi in sorte, di là delle volontà individuali.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora perché dite, perché continuate a dire: &#8221;io lo so, anche io come te&#8230; &#8220;</p>
<p style="text-align: justify;">Tu non sei come me.</p>
<p style="text-align: justify;">Ascolta.</p>
<p style="text-align: justify;">Tempo. Corpo. Lavoro. Denaro. Casa. Fame. Testa. Madre. Malattia. Ho fame di diritti. Ho fame di scelta.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono parole delle sottoproletarie. Sono parole di donne. Tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo queste parole ci salvano, se le incarniamo sui nostri corpi fertili, sui tempi di oggi, sui salari di oggi, sulla vita di oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non voglio più sentire discorsi di vite bohemienne.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono racconti individuali, non <em>personali.</em> Io ho bisogno di un corpo collettivo di donne.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi c&#8217;è chi scende negli inferi della bohéme per dare un senso al caos. Oggi c&#8217;è chi si perde nel senso di colpa di una propria inadeguatezza alla vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma invece avrebbe solo bisogno di una parola, di politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora l&#8217;eccezionale diventa consolazione. La sregolatezza uno stile di vita. Uno stile, in mancanza di altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlo per me e per milioni di donne che al mattino guardano nell&#8217;abisso e pensano: e se mi butto?</p>
<p style="text-align: justify;">Sto per buttarmi.</p>
<p style="text-align: justify;">No, alle sette c&#8217;è la presentazione di un libro. Vado.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho tempo anche domani per buttarmi. Ho un progetto per il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Per immaginare l&#8217;unica cosa creativa: un funerale laico, dove cantare <em>je ne regrette rien</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è retorica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il futuro forte dei miei diritti (individuali) si riduce a dire: non voglio una messa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non voglio essere attaccata a una macchina, in caso di stato vegetativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il resto, che futuro puoi progettare, se il tuo desiderio è tenuto in prigione dalla tirannia del bisogno materiale? Se il tuo io non diventa un noi?</p>
<p style="text-align: justify;">Non tutte le donne hanno risorse mentali infinite. Anche le più ricche, le più istruite, le più complesse, sono esaurite. Il tempio di Salome è sventrato. Non c&#8217;è più oro. Abbiamo mangiato le unghie.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo alla diaspora.</p>
<p style="text-align: justify;">Non voglio - o meglio: mi rifiuto &#8211; di sentire le vostre sirene scanzonate di gioventù: siamo alla new age, dove tutto si tiene perché le donne hanno il privilegio di comprendere, e presiedere, al mistero della vita e della morte, al privilegio della creazione?</p>
<p style="text-align: justify;">Questo stile di pensiero significa: di che hai paura? Noi donne siamo onnipotenti, abbiamo risorse infinite.</p>
<p style="text-align: justify;">Rifiuto questo spiritualismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste frottole consolatorie.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho fame di politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Io voglio parlare per le donne che non hanno forza, che non sono creative, che non hanno risorse, che non sono sublimi. Che non sono e non saranno madri.</p>
<p style="text-align: justify;">Non credo al &#8220;credi in te, respira col diaframma&#8221;, oppure: &#8220;anch&#8217;io alla tua età avevo una vita incerta e sbarazzina&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ringrazio la grande madre Alessandra (come ogni madre, è inadeguata ai tempi della figlia; molte più adeguate le nonne&#8230;) perché mi dà l&#8217;abbrivio per dire che <em>no</em>: allora non capite. Perché ci volete consolare?</p>
<p style="text-align: justify;">Così non ci siamo. Non vi incontro. Me ne vado.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui stiamo parlando di una generazione che non ha carte da giocare.</p>
<p style="text-align: justify;">Una generazione che riceve paghette al posto di salari.</p>
<p style="text-align: justify;">Una generazione che vive in un paese dove l&#8217;affitto è il doppio dell&#8217;entrata mensile (se c&#8217;è).</p>
<p style="text-align: justify;">Perché devo ripeterlo? Eppure siamo cresciute, molte di noi, a pane e materialismo storico.</p>
<p style="text-align: justify;">E invece siamo all&#8217;Ottocento. Peggio: noi, se perdiamo lavoro, non abbiamo nemmeno lo statuto di &#8220;donne licenziate&#8221;. Non esistiamo per il diritto, non esistiamo per la vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non ci lamentiamo. Il nostro lavoro, per ora, è farci capire.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è stato un tempo in cui l&#8217;Italia aveva una sembianza di equità.</p>
<p style="text-align: justify;">La nazione cresceva; crescevano tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Se avevi speso dieci anni nello studio, potevi insegnare.</p>
<p style="text-align: justify;">Se volevi una casa, potevi risparmiare e acquistarla.</p>
<p style="text-align: justify;">Se lavoravi tutto l&#8217;anno, avevi diritti a 15 giorni di ferie.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ti ammalavi avevi tempo per curarti.</p>
<p style="text-align: justify;">Che banalità?</p>
<p style="text-align: justify;">Meglio una vita inimitabile?</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Alessandra viveva, giovane, la sua vita creativa, altre donne erano insegnanti con stipendio pieno; commesse, parrucchiere, impiegate delle poste, ricercatrici, ostetriche; un affitto non costava due milioni e mezzo di lire, lo stipendio non era di cinquecentomila lire, tua cugina che voleva mettere su famiglia non aveva un contratto da trecentomila lire al mese come commessa del supermercato; tua sorella non guadagnava tremila lire all&#8217;ora come medico, la tua migliore amica (laureata in filosofia, master a New York, diplomata al conservatorio) non era costretta a fare l&#8217;assistente igienista di un dentista , e a quasi quarant&#8217;anni, vivere con mamma e papà.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non cerco consolazione ma comprensione. E compagne di lotta.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia vita è spericolata, ma la vorrei più tranquilla.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho trentasette anni e me ne sento novanta. Una novantenne rivoluzionaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse perché so che so che la mia generazione non sarà testimone di nessuna rivoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cara Sara,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>care figlie ipotetiche, simboliche. Possibili.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Magnifica fatica starvi sedute accanto. Né sopra né sotto. A rompere il codice mediocre della contrapposizione generazionale femminile, a boicottare le barzellette maschili. Una da cinquanta, due da venticinque, cose così. Voi, a presentare il conto. Corpi, teste, soldi. Figli. Diritti. Futuro. Magnifica fatica lasciarsi invadere dalla vostra rabbia. Riconoscere la passione, che come ogni passione si nutre di urgenza. Condividerla. Anche tacere. Lezioni di presente, quelle che impartisce Sara: confesso che le soffro. Anche se, in definitiva, sono per il mio bene. Sberle preziose, che svegliano dal sonno della recriminazione. Le soffro perché misurano la nostra impotenza. Noi: le nate prima. Quelle che hanno detto… che hanno fatto… che hanno creduto… Io non so trafficare con la memoria, non a vantaggio della mia idea di me. Tutto sta precipitando se donne come Sara, come Sofia, come Sara piccola sono costrette a restare ragazze, al di là dell’epica della scapigliatura, come se la loro vita non fosse terreno edificabile, e dovessero tenersela così… costrette a giocare in giardino. Empatia canaglia. Ti lascia lì, a sim-patizzare, cioè a soffrire insieme. Invece ci vorrebbe un colpo di reni. Un’idea politica. Concreta e pesante, cioè capace di pesare. Certo che Sara dovrebbe scrivere un libro. Ma a che cosa servono i libri se non ad allargare il cerchio della condivisione? Perché la società è diventata immobile? Che cosa ostruisce gli sbocchi? Come si fa a non farsi inghiottire da queste acque basse e stagnanti, fangose? E’ sufficiente prendersi per mano? E’ necessario, ma non è sufficiente.</em></p>
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		<title>Mimose dipinte di blu</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Mar 2012 16:11:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lidiaravera</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ed ecco che, in prossimità della giornata mondiale della donna, il telefono ricomincia a squillare. La giornalista di turno,ormai, si vergogna della domanda: che cosa significa secondo lei l&#8217;8 marzo? E la condisce con qualche frase sulla situazione di merda &#8230; <a href="http://www.lidiaravera.it/2012/03/06/mimose-dipinte-di-blu/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ed ecco che, in prossimità della giornata mondiale della donna, il telefono ricomincia a squillare. La giornalista di turno,ormai, si vergogna della domanda: che cosa significa secondo lei l&#8217;8 marzo? E la condisce con qualche frase sulla situazione di merda in cui versa la società italiana, allo stato presente. Per le donne, anche per tutti gli altri, ma soprattutto per le donne. Io, da un po&#8217; di tempo, ho il comizio flebile, la voce incerta dei momenti in cui sto cercando di capire, più che di spiegare. Dico, tanto per essere gentile, che l&#8217;8 marzo è sempre stato una festa e un&#8217;occasione. Come festa fa ridere, e fa anche venire i nervi: perché non c&#8217;è una giornata mondiale dell&#8217;uomo? le donne sono uno dei due soggetti che abitano la madre terra. Non sono una categoria svantaggiata da consolare, o una categoria in via d&#8217;estinzione da proteggere o una categoria sacra da celebrare. Sono l&#8217;altro sguardo, l&#8217;altra voce. Gli uomini non sono l&#8217;universale. Neanche le donne. Se ciascun genere si assume la sua parzialità, ciascun genere ha diritto alla sua festa. Ma non ce l&#8217; abbiamo più, noi, la voglia di festeggiare. Forse ha più senso prendere l&#8217;8 marzo come  un &#8216;occasione per lottare. La crisi economica, morale, politica e culturale , la penombra che stiamo attraversando da anni ,  picchia forte su di noi, sempre più forte,<br />
sulle case, sulle spese, al mercato, sull&#8217;ansia, nel precariato, sui sentimenti, nello smarrimento, sull&#8217;aspettativa di felicità. Le donne, storicamente, si fanno carico della sopravvivenza pratica e emotiva delle relazioni fra umani Fra donne e uomini, fra genitori e figli, fra  figli grandi e genitori vecchi&#8230;è una tal fatica che finora si sono astenute dall&#8217;impegnarsi davvero per raggiungere altre responsabilità, più pubbliche, più remunerative&#8230; Così quest&#8217;anno, io,  l&#8217; 8 marzo, voluto da Clara Zetkin nel 1910 e dedicato alla morte di un numero imprecisato di operaie americane bruciate in un incendio che, forse, non è mai esistito ( vedi &#8220;8 marzo , una storia lunga un secolo&#8221; di Tilde Capomazza e Marisa Ombra), lo userei per lanciare una grande battaglia per la democrazia: 50% donne e 50% uomini in tutti i luoghi dove si decide, si sceglie, si legifera. In Parlamento , al vertice delle banche , delle fondazioni, dei CDA, delle università, dei giornali&#8230;Prendiamoci quello che ci spetta. Siamo più della metà.<br />
Agli uomini, che saranno costretti a scansarsi per farci posto, ci impegniamo a cedere una bella giornata mondiale di festa.<br />
Con tanti rametti di mimosa, dipinti rigorosamente di blu.</p>
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		<title>Il migliore dei padri</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 22:44:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ravera</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ieri sera è morto mio padre. Io non c&#8217;ero. Come sempre. Non ci sono mai. Mi ha telefonato Floricica, che da nove anni lo cura e lo ama. Ero a Milano, io. Avevo presentato un mio libro. C&#8217;erano anche i &#8230; <a href="http://www.lidiaravera.it/2012/02/07/il-migliore-dei-padri/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ieri sera è morto mio padre. Io non c&#8217;ero. Come sempre. Non ci sono mai. Mi ha telefonato Floricica, che da nove anni lo cura e lo ama. Ero a Milano, io. Avevo presentato un mio libro. C&#8217;erano anche i miei figli, il maschio, che abita per ora lì. La femmina, che abita in Texas ma passava per Milano. E mimmo, il mio compagno di sempre. Ero con loro. Ero con alcuni amici, che l &#8216;editore di quel libro, aveva invitato per me. Mio padre stava benissimo. A mezzogiorno mi aveva telefonato per farmi gli auguri. Capitava che fosse il mio compleanno, le disgrazie non vengono mai sole. C&#8217;era, era vivo,  mio padre. E poi, all&#8217;improvviso, non c&#8217;era più. L&#8217;ho visto sta mattina, tornata in affanno a Roma. L&#8217;ho guardato. Con il vestito da sposo e il profilo di cera. Ha il naso come il mio. Cioè: io ho il naso come il suo. Brutto. Il brutto naso delle barzellette sugli ebrei. Eppure era un bel vecchio,magro e rastremato, con grandi occhi gialli, la barba a pizzetto e un pomo d&#8217;adamo  acuminato, che danzava deglutendo saliva. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo, guardandolo, a trovare nessun cattivo ricordo. Era un uomo di una bontà assoluta, totale. Un&#8217;idiota. Un non attrezzato per la vita. Non ricordo un solo momento in cui abbia fatto pesare su di me,  bambina o ragazza, qualche sua fatica di adulto, qualche suo malumore. E adesso, che sono quasi vecchia anch&#8217;io, so quanto costa, censurarsi con i figli, per non appesantire le loro dissennate allegrie. Per preservare la leggerezza dei principianti dalla fatica della vita vissuta. L&#8217;unico ricordo che ritorna ossessivamente è uno dei primi, vivido per averne ascoltato il racconto. Quando avevo quattro anni , un giorno,nessuno riusciva a trovarmi, in tutta la casa. Ero, e lo scoprirono per caso, chiusa nell&#8217;armadio a muro della camera da letto matrimoniale, abbracciata alle sue giacche. Le annusavo estatica. In attesa che tornasse dall&#8217;ufficio. Io lo so, che a 92 anni, quasi 93, è naturale morire. Ma non so darmene pace. </p>
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		<title>All&#8217;alba, dopo un giorno di neve.</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 14:17:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ravera</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qui, nella torre di vetro in cui lavoro, ieri, pareva di essere in una di quelle bocce trasparenti , che se le scuoti si animano di fiocchi bianchi. Il silenzio della neve c&#8217;è anche oggi. Ancora. Uno spessore vellutato sulle &#8230; <a href="http://www.lidiaravera.it/2012/02/04/allalba-dopo-un-giorno-di-neve/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> Qui, nella torre di vetro in cui lavoro, ieri, pareva di essere in una di quelle bocce trasparenti , che se le scuoti si animano di fiocchi bianchi. Il silenzio della neve c&#8217;è anche oggi. Ancora. Uno spessore vellutato sulle tegole, al di là delle enormi finestre ( questa casa non ha muri, è tutta affacciata).<br />
E naturalmente i disagi. La città martoriata. La gente congelata nelle macchine. Il fiume lento del traffico pietrificato. Ansia, fatica. E il disprezzo crescente degli italiani per l&#8217;Italia: una nevicata e la città si ferma. Le strade ti espellono. I più fortunati restano a casa. E gli altri?<br />
Eppure la neve comunica quell&#8217;irragionevole senso di buono. Un transitorio candore. Zucchero, cuscino, nastro.<br />
Mi colpisce come un pugno una notizia: un uomo di 26 anni, questa mattina, all&#8217;alba, ha gettato nel Tevere, gelido limaccioso ribollente, un fagottino. Dentro c&#8217;era suo figlio. 13 mesi. Un piccolo corpo caldo nel freddo del mattino, dopo una notte di neve. Ucciso. Affogato. Motivo: aveva litigato con la sua compagna. Voleva farle male. E&#8217; intollerabile, la violenza contro le donne. Intollerabile.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>per il piacere di incontrare fisicamente almeno qualcuno di voi</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 09:18:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ravera</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8230;ecco, l&#8217;ho fatto. Ho postato l&#8217;invito. Come tutti i piazzisti-scrittori. Il libro di cui chiacchiero l&#8217;ho scritto nel 1986, cioè nel secolo scorso. Ha rivisto le librerie in questi giorni. E&#8217; un buffo libretto. Molto diverso da tutti gli altri &#8230; <a href="http://www.lidiaravera.it/2012/01/31/per-il-piacere-di-incontrare-fisicamente-almeno-qualcuno-di-voi/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;ecco, l&#8217;ho fatto. Ho postato l&#8217;invito. Come tutti i piazzisti-scrittori. Il libro di cui chiacchiero l&#8217;ho scritto nel 1986, cioè nel secolo scorso. Ha rivisto le librerie in questi giorni. E&#8217; un buffo libretto. Molto diverso da tutti gli altri miei. E forse, in qualche sottotesto, simile&#8230; Nelle intenzioni d&#8217;epoca era un romanzo per signorine.<br />
Ma dato che le signorine non esistono più&#8230;</p>
<p>Mercoledì 1º febbraio 2012 alle 18<br />
MelBookStore<br />
via Nazionale 254, Roma<br />
È uscito da qualche giorno in libreria<br />
Lidia Ravera<br />
Bagna i fiori e aspettami<br />
L’autrice e il suo editore incontrano lettrici e lettori<br />
Si parla di pulp rosa, di Piccole donne, di come sono cambiate<br />
e di come l’ironia non sia incompatibile (forse)<br />
con la fede nell’amore romantico</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La sera, dopo una giornata fredda</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 15:34:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ravera</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un centinaio di donne. Un freddo bestiale. La fiaccole sporcavano i guanti di cera. Una cassetta di legno come palco. Un megafono al posto del microfono. Niente musica. La piazza sembrava così grande, così vuota. Sei poliziotti che scherzavano fra &#8230; <a href="http://www.lidiaravera.it/2012/01/27/la-sera-dopo-una-giornata-fredda/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un centinaio di donne. Un freddo bestiale. La fiaccole sporcavano i guanti di cera. Una cassetta di legno come palco. Un megafono al posto del microfono. Niente musica. La piazza sembrava così grande, così vuota. Sei poliziotti che scherzavano fra loro. Poche parole, nel megafono. Poche ragazze a parlare.<br />
Tutte un po&#8217; preparate, tutto un po&#8217; congelate.<br />
E la lettura del testo della ragazza morta assassinata. Che scriveva come se sapesse, e, nello stesso tempo,  non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe accaduto davvero, e a lei, e per mano del suo ragazzo. Chi sa immaginare la propria morte? E&#8217; impossibile anche da vecchi, anche da malati terminali&#8230;La vita, sembra sempre che non debba finire mai. Eppure, mantenerla, farla crescere, farla pulsare, darle un senso, un valore&#8230;è sempre più difficile. Sei lì, in una piazza sguarnita, in una notte fredda,poi sei casa, e cucini un risotto coi funghi secchi che erano lì perchè mica ci hai pensato a fare la spesa, e poi mangi con lui e poi crolli e per una sera non ti va di uscire e guardi un magnifico filmone di Otto Preminger su sky&#8230;mentre lui russa mansueto sul divano color ruggine del tuo studio&#8230;e poi sei a letto, dopo aver rispedito lui a casa sua al di là del pianerottolo, e non vuoi mollare la giornata anche se è quasi l&#8217;una e allora leggi il bellissimo romanzo di uno scrittore russo nato nel 1980 , Nicolai Lilin, e pensi&#8230;che forse il senso è nascosto lì, nell&#8217;incontro casuale con l&#8217;intelligenza degli altri&#8230;nelle manifestazioni senza seguito, senza rilievo, senza riflettori accesi&#8230;nel risotto dell&#8217;ultimo minuto&#8230;nella voglia che ti prende, nonostante tutto, di non dormire ancora, di non passare ancora all&#8217;indomani&#8230;</p>
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		<title>Fiaccole  per un lutto di festa</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 15:50:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ravera</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fra due ore, a Roma, a Piazza ss. Apostoli saremo in tante. E&#8217; un pomeriggio freddo e azzurro. Alle sette sarà buio, accenderemo le nostre fiaccole. Per ricordare Stefania Noce, 24 anni, femminista. Uccisa dal suo fidanzato studente psicologo. Che &#8230; <a href="http://www.lidiaravera.it/2012/01/26/fiaccole-per-un-lutto-di-festa/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fra due ore, a Roma, a Piazza ss. Apostoli saremo in tante. E&#8217; un pomeriggio freddo e azzurro. Alle sette sarà buio, accenderemo le nostre fiaccole. Per ricordare Stefania Noce, 24 anni, femminista. Uccisa dal suo fidanzato studente psicologo. Che non voleva essere lasciato. E&#8217; piantata  maledettamente profonda, la radice della violenza maschile contro il corpo e l&#8217;anima delle donne. Non è follia, non è eccezione. Certo, lo è anche, eccezione, ma  più importante è giardare la regola deviata che ci sta dietro. La regola: noi siamo funzioni del loro desiderio.<br />
Noi non siamo persone, non lo siamo ancora, non lo siamo nitidamente. Non abbastanza. Ha scritto Stefania prima di  morire: &#8220;Queste righe sono per le donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c&#8217;è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano state sufficienti, ma le dedico soprattutto a quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare. A coloro i quali pensano ancora che il &#8220;femminismo&#8221; sia l&#8217;estremo opposto del &#8220;maschilismo&#8221;: non risulta da nessuna parte che quest&#8217;ultimo sia mai stato un movimento culturale, nè, tantomeno, una forma di emancipazione&#8221;. E&#8217; vero. Il maschilismo è un comportamento deviante, una visione del mondo distorta, una patologia, una miopia, un&#8217; ignoranza&#8230;ma ha radici lontane, diffuse, intrecciate alla cultura dominante. E&#8217; l&#8217;effetto di quella pretesa universalità, che non riconosce due soggetti, che non accetta  la parzialità maschile, non la approfondisce, non la studia. Come noi abbiamo fatto con la nostra, con la parzialità femminile. Unendoci, riflettendo, scavando, imparando. Quando incomincerete a smarcarvi dai violenti dai vigliacchi e dagli stupidi, amici maschi? Quante altre ragazze devono morire, prima che un uomo impari ad accettare un &#8220;no&#8221;? Perchè la fine di un amore per le donne è dolore e per gli uomini rabbia?<br />
Saremo tante, questa sera, a tacere, ma anche a parlare. In lutto e in festa. Perchè la riscossa è incominciata. Qualche cosa dovrà cambiare. Finalmente.</p>
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		<title>Caro Ferruccio&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 18:51:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ravera</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un certo Ferruccio mi ha chiesto, con molta dolcezza, perchè non alimento più questo blog. Ha formulato l&#8217;ipotesi che fossi persa in altre imprese. E&#8217; un po&#8217; vero, visto che mi mantengo scrivendo. Ma non è il motivo principale. Certo &#8230; <a href="http://www.lidiaravera.it/2012/01/22/caro-ferruccio/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un certo Ferruccio mi ha chiesto, con molta dolcezza, perchè non alimento più questo blog. Ha formulato l&#8217;ipotesi che fossi persa in altre imprese. E&#8217; un po&#8217; vero, visto che mi mantengo scrivendo. Ma non è il motivo principale.<br />
Certo c&#8217;è il romanzo che mi inchioda ad un alto tasso di insoddisfazione, certo sto scrivendo un libro-dialogo con Nichi Vendola, il che è affascinante ma non facile, nè agevole. Certo, ci sono i pezzi per Il Fatto quotidiano, disciplina trisettimanale&#8230; Eppure il motivo è un altro: io non ci riesco proprio, in questo spazio, a non essere sincera. Per me, che sono cresciuta scrivendo su un quaderno, mettere un diario in rete, è comunque, innanzitutto, scrivere un diario. Cioè accettare, affrontare, scegliere, la dimensione di una spietata sincerità. Cose che penso. Cose che mi accadono. Cose che immagino. Cose di cui ho paura. Cose che spero. E&#8217; una scrittura privata, il diario. Magari, da ragazzina, lo lasciavo aperto sul letto sperando che qualcuno lo leggesse, e vedesse quanto era delicata la mia anima o suggestiva la mia malinconia&#8230;Ma, in sostanza, il diario era un rimedio segreto, una gioia intima, un fare i conti con me stessa. In rete, invece, il diario è  pubblico. Chiunque può leggere quello che scrivi. Allora devi pesare le parole. E quando i dubbi travolgono le certezze, ti chiedi quale beneficio può trarre &#8220;il lettore&#8221; dall&#8217;esibizione del testo. Potrei postare qui i moltissimi articoli che tiro giù per questo o quel giornale. Potrei raccontare che il 25 sarà in libreria un romanzo che ho scritto nel 1986 e che la casa editrice Et-al ha ripubblicato. Potrei dire che lo presenterò il primo febbraio a Roma e il sei febbraio a Milano&#8230; potrei dire che è il primo di due rosa-pulp per ragazzine, in cui mi sono divertita a re-inventare nel presente le &#8220;Piccole donne&#8221; della Alcott&#8230; potrei fare, cioè, un uso promozionale di questo luogo&#8230; quasi tutti gli scrittori lo fanno&#8230; Però a me non  piace tanto. La tentazione vera, per me, è sempre quella di condividere, con chi passa di qui, qualcosa di intimo, pensieri primitivi, ragionamenti da sviluppare, ricerche di senso, cattivi umori, dettagli, microscopiche felicità, momenti di essere. Insomma, il sommesso rumore della vita, con tutte le sue inevitabili dissonanze. Non sempre trovo il coraggio, l&#8217;allegria, la voglia. Così passano settimane. Caro Ferruccio&#8230; Oggi, per esempio, sono stata tutto il giorno chiusa in un albergo di Roma, ad ascoltare uomini e donne, che dicevano cose &#8220;di sinistra&#8221;( ecologia e libertà). Negli intervalli, andavo al banchetto di &#8220;Se non ora quando&#8221; a vendere magliette per pagare i debiti ( La manifestazioni dell&#8217; 11 dicembre è costata un botto) con Luisa, Roberta, Francesca, Rita&#8230; Oggi è stata una  giornata quasi buona, o almeno così mi pare. C&#8217;era questa sala piena. E tutti battevano le mani nei momenti in cui anche a me, veniva voglia di battere le mani. Ho sentito circolare un po&#8217; di appartenenza residuale, il nucleo di un possibile &#8220;noi&#8221;&#8230;Noi, il mio pronome preferito&#8230;</p>
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		<title>Perchè un po&#8217; di felicità è un obbiettivo legittimo</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 15:25:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ravera</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dieci buoni motivi per essere in piazza del Popolo, l’11 dicembre alle due di pomeriggio. 1) Perché c’ero il 13 febbraio e mi sono sentita, al di là del prevedibile, quasi perfettamente felice. 2) Perché il 13 febbraio ho manifestato &#8230; <a href="http://www.lidiaravera.it/2011/12/04/perche-un-po-di-felicita-e-un-obbiettivo-legittimo/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>  Dieci buoni motivi per essere in piazza del Popolo, l’11 dicembre alle due di pomeriggio.</p>
<p>1) Perché c’ero il 13 febbraio e mi sono sentita, al di là del prevedibile, quasi perfettamente felice.<br />
2) Perché il 13 febbraio ho manifestato per la dignità  delle donne e l’11 dicembre manifesterò per l’orgoglio: mai più senza di noi, mai più contro di noi.<br />
3) Perché sono stanca di subire i guasti di una gestione della cosa pubblica  a cui l’intelligenza delle  donne non ha potuto partecipare. Fuori i colpevoli, entrano le innocenti.<br />
4) Perché sono stanca di essere delusa, depressa, disincantata. Voglio la mia porzione di speranza. Voglio esserci. Voglio contare. Voglio farmi ascoltare.<br />
5) Perché sono stanca di essere sola. Con quattro amiche al bar. Arroccata in difesa. Voglio che siamo in tante. E all’attacco.<br />
6) Perché la crisi economica, la catastrofe  politica, l’emergenza etica che stiamo attraversando non devono essere alibi per imboccare la via del sacrificio e della rassegnazione, ma occasioni di rilancio, di lotta, di palingenesi. Perchè  sulle macerie del vecchio,si può costruire un ordine nuovo. Più giusto e migliore. Per esempio: una vera democrazia.<br />
7) Perché non c’è democrazia senza spartizione delle responsabilità e dei poteri, fra donne e uomini: 50 e 50. Senza deroghe, senza paternalismi, senza quote. Né rosa, né blu. <img src='http://www.lidiaravera.it/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8)' class='wp-smiley' /> Perché Berlusconi si è spostato un po’ più in là, ma il berlusconismo resta. Ed è meglio non abbassare la guardia. C’è tutto un tessuto di relazioni da ricostruire. A cominciare dalla gratuità dell’amore.<br />
9) Perché noi che siamo più vecchie, per troppi anni abbiamo permesso alle differenze di vincere sulle affinità, ci siamo frantumate e divise, rinchiuse e ammuffite, promosse e bocciate. Murate nelle nostre appartenenze anagrafiche o ideologiche. E abbiamo lasciato le più giovani da sole. Ad affrontare condizioni di esistenza e di lavoro peggiori di quelle di 30 anni fa.  E senza la gioia della politica, senza una dimensione collettiva. E’ ora di rimetterci insieme . Il 13 febbraio è successo, l’11 dicembre succederà di nuovo.<br />
10) Perché la qualità della vita di tutti, giovani e vecchi e bambini, femmine e maschi, è la nostra specialità, la nostra priorità, il nostro talento. E’ ora che tutti lo sappiano. E che ci lascino lavorare. Perché il prodotto interno lordo di felicità, in questi anni, è andato giù di brutto.</p>
<p>E ritorno al punto uno: sarò in piazza del Popolo l’11 dicembre, dalle due di pomeriggio, perché la musica, l’energia, l’allegria, il darsi valore a vicenda, l’ascolto, le voci, le canzoni, perché un po’ di ottimismo strappato a questi giorni di paura, è  tutto materiale prezioso, necessario, indispensabile. E’ un regalo che vogliamo fare al nostro Paese: SE NON LE DONNE CHI?</p>
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		<title>Tutte alla manifestazione dell&#8217;11 dicembre. Facciamoci notare.</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 15:05:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ravera</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 13 febbraio hanno riaffermato la dignità delle donne, calpestata dal sessismo berlusconista. L’11 dicembre si proporranno come forza politica, per guidare questo Paese fuori dall’agonia . Insieme agli uomini, certo. Ma questo vuol dire: 50% noi e 50% loro. &#8230; <a href="http://www.lidiaravera.it/2011/11/30/tutte-alla-manifestazione-dell11-dicembre-facciamoci-notare/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 13 febbraio hanno riaffermato la dignità delle donne, calpestata dal sessismo berlusconista. L’11 dicembre si proporranno come forza politica, per  guidare questo Paese fuori dall’agonia . Insieme agli uomini, certo. Ma questo vuol dire: 50% noi e 50% loro. Altro che quote rosa! Il grido era: “Se non ora quando?. Oggi è: “Se non le donne chi?”. Erano un comitato spontaneo, etergeneo, intergenerazionale e libero da appartenenze escludenti o servitù politiche. Dieci mesi dopo sono molte di più. Il 13 febbraio<br />
hanno mobilitato un milione di donne in tutta Italia. E a Roma, a Piazza del Popolo, è stata una festa da tutto esaurito. Sul palco c’erano monache e prostitute, poete e femministe, ragazze e donne e nonne. Storie politiche diverse e storie mai state politiche. Tante voci, lo stesso timbro. Una novità che ha segnato positivamente un anno fra i più terribili della storia pur travagliata di questo Paese. Va tutto male, ci dicevamo nei sottovoce della vita quotidiana, ma almeno sono tornate le donne. Una presenza imponente, come ai tempi dei movimenti di massa. E con quel magico avverbio che cancellava anni di relativo silenzio: “Adesso!”. L’urto è stato forte. E qualcosa s’è mosso: l’arcaica  inciviltà berlusconiana, che ci ha costrette ad arroccarci in difesa, ha sgombrato a favore di un Governo tecnico che non è perfetto ma almeno è decente. Un interlocutore. L’11dicembre, sempre in Piazza del Popolo, e  in tante piazze d’Italia, le donne  di “Snoq”, prenderanno  la parola di nuovo. Questa volta per proporsi-imporsi come una forza politica dalla quale non si può  prescindere: “Mai più contro di noi, mai più senza di noi” è lo slogan. La  sfida è spericolata: prodursi in una manifestazione  “pro” e non, come di consueto,  “contro”. Dal palco sarà snocciolata una serie di temi cruciali:il welfare collegato allo sviluppo del lavoro , il lavoro coniugato con la maternità perché a una donna non sia mai più chiesto di scegliere se diventare madre o fare carriera ( un’ alternativa diabolica che ridurrebbe ogni uomo sull’orlo di una crisi di nervi), lotta al precariato senza speranza delle giovani e dei giovani, controllo sulla rappresentazione del femminile  nella televisione, nella pubblicità, sui giornali (basta con la banalità  della deprimentissima medietà maschile arretrata). Il tutto argomentato e illustrato con leggi da abrogare o promulgare, risorse da spostare, investimenti da privilegiare perché le donne non siano più escluse, danneggiate, amareggiate. Perché le donne non debbano più pagare il conto di una cattiva gestione di cui non sono state mai , né responsabili né complici. Ma soprattutto perché i talenti, le competenze  e l’energia  delle donne siano riconosciuti finalmente per quello che sono: una chance per venir fuori dal pantano in cui stiamo affondando. Va da sé che, per essere  in condizione di decidere,  devono essere in tante. Non poche, non quote. Devono riversarsi ai piani alti della politica, nei consigli d’amministrazione, al vertice delle fondazioni e delle banche come un’onda travolgente ,  spinta dalla forza di tutte le altre. Tutte quelle che, raccontando disagio e fatica, condividendo speranze e parole, si riconoscono in questo movimento di collettivo risveglio. I “tecnici” del Governo attuale le ascolteranno ? E i politici in lotta per essere eletti, dopo? Una cosa è certa: ogni donna ha un voto da spendere. Perché dovrebbe darlo a chi non la ascolta? Perché votare “in cambio di niente”? L’11 dicembre, alle due di pomeriggio, sulle note di “Casta diva” e della “Carmen”, eseguite da un’ orchestra di 50 elementi, sul ritmo delle canzoni di Paola Turci e  Emma Marrone e  Erika Mou,   ricordando le operaie morte a Barletta, schierando  donne eccellenti, mescolando madri e figlie e destra e sinistra (perché sulle differenze si media e sulle somiglianze si cresce), le donne parleranno al Paese. Dobbiamo esserci in tanti.Donne e uomini. E incominciare a fare attenzione. Sul serio.</p>
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