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Gli ultimi, i penultimi e la politica della paura

Lidia Ravera | Lavori in corso | 14 Agosto 2008 | 1,453 letture

Due lunghe gambe nude, una sull’altra, sul pavimento. Sul pavimento anche una maglietta rossa, due braccia in una posizione innaturale. La testa non si vede, non si vedono i capelli, gli occhi. Tutta la ragazza, una nigeriana costretta a vendersi sulla via Emilia, così abbandonata, pare un sacco di stracci. Uno dei tanti rifiuti solidi urbani che circondano le fauci traboccanti dei cassonetti. La fotografia che ritrae questo corpo-spazzatura è stata scattata, a tradimento, nel Comando dei Vigili di Parma, in una cella, dopo un pestaggio “svolto nel rispetto dei diritti delle persone fermate” , parole dell’assessore alla sicurezza. La vittima è colpevole d’aver pianto, e d’aver reagito alla pattuglia di difensori dell’ordine e del decoro che l’hanno fermata, nel quadro della “lotta alla prostituzione”. Ha pianto e ha reagito perché giovane, perché straniera, perché spaventata dalle prevedibili vendette del suo sfruttatore: “ se perdo una serata si incavola”. Come sempre, invece di vergognarsi e chiedere scusa, quelli che hanno ridotto una ragazza a un sacco di carne buttata sul triste pavimento di una cella, se la prendono con chi ha fatto la fotografia, con chi ha voluto accendere un riflettore, grazie alla forza delle immagini, su uno dei piccoli crimini quotidiani che ammorbano il nostro Paese.
Da qualche mese? Da qualche settimana?
Ho perso il senso del tempo. Ogni giorno qualcuno degli “ultimi”, quelli che dovrebbero essere cari al Cielo e soccorsi dagli uomini di buona volontà, viene ferito, perseguitato, escluso, esiliato, fermato, represso, aggredito. Facciamo un elenco? Non si può più chiedere l’elemosina, perché la miseria fa disordine. Gli africani, dopo anni e anni di tradizionale commercio estivo, non possono più rivolgersi agli annoiati vacanzieri con il loro storico invito
“ vu cumprà?”. Se lo fanno, rischiano di essere buttati a mare da giovinastri che si godono la “caccia al diverso” assai più che lo shopping da spiaggia. Non si può più cercare ristoro sulle panchine o nei parchi, alla calura dell’estate, perché parchi e panchine sono gratuiti e se devi accontentarti di ciò che è gratuito, ricadi nel crimine numero uno, la già citata colpa di essere poveri. E tre poveri sono già un’adunata sediziosa. Non si può offrire sesso a pagamento, non sulle strade del nostro Paese. Prostituirsi per strada fa disordine. Meglio offrire via telefono cellulare la stessa merce a qualche cliente “ di qualità”, per i buoni uffici di qualche lenone abusivo, se ne trovano tanti, nei retrobottega della politica e delle televisioni. Non si può più fare un pic nic sui prati, se si è stranieri, vietato il barbecue. A Milano, naturalmente, avanguardia del movimento di selezione della razza italiana. Del resto: i lager ci sono già, ci stivano quelli che arrivano per mare, in attesa di rispedirli al mittente, indipendentemente dal motivo che li ha portati sui nostri lidi. Ah, che paese ospitale, questa Italia che non emigra più! Che continua a tirare la cinghia, e a fare una vita grama, ma preferisce restare a casa, barricata. E prendersela con chi sta peggio. Non è una bella soddisfazione? Si sentono più sicuri, gli italiani affetti in modo grave dalla patologia della paura, grazie a questo “ crescendo” di attività discriminatorie, in questo bel ritmo accelerato di divieti? Fa bene fare la faccia cattiva, ci si sente meglio dopo aver picchiato una ragazzina da marciapiede, dopo aver affogato un venditore di teli di spugna? Forse sì. In fondo le garanzie democratiche sono sempre saltate nei periodi di crisi. Intrattenere gli italiani sui loro falsi privilegi (non conto niente, non ho una lira, non ho un futuro, però sono nato a Parma, a Padova, a Milano e ho la pelle bianca senza essere nemmeno rumeno o albanese) consente di distrarli dall’aumento del prezzo di un pacco di pasta, di un litro di latte, dei libri di scuola. Non è così? Si gioca, ci si diverte. Si gioca a perseguitare gli ultimi così i penultimi si sentono primi a qualcuno. E’ un gioco vecchio. Così vecchio che non è divertente commentarlo. Sarebbe più saggio tacere, sarebbe più elegante, nel pieno del pubblico starnazzare. Peccato che sia anche un gioco pericoloso. E’ pericoloso fomentare la paura, usare l’insicurezza economica e l’ansia legittima di chi non riesce a garantire un futuro ai propri figli, per fini politici. Si esasperano gli animi. I penultimi scaricano l’angoscia sugli obbiettivi sbagliati, sui capri espiatori, sulle vittime sacrificali additate da chi non ha saputo garantire una ripresa economica, né costruire una cultura di solidarietà, per placare l’ira degli dei. Gli ultimi, prima o poi, si arrabbieranno davvero. E allora sì, il “problema della sicurezza”, da commedia virerà in tragedia.

www.lidiaravera.it

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