I can’t get no satisfaction… and I try, and I try, and I try…
“In giro ci sono un sacco di fessi che vogliono fare gli scrittori e io sono uno di loro, ma che bisogno ho di stare con della gente che ha il mio stesso sogno e che mi ricorda quanto sono mediocre, illuso, disilluso, geloso, coglione e patetico? M servirebbe a conoscere nuova ‘ggggente’, però io non ho bisogno di conoscere dei nuovi cazzoni, mignotte, isterici, noiosi, folli e bambini col pallino della scrittura… ci sarebbe, a dire la verità, un valido motivo per investire due mesi del mio tempo in un corso di scrittura. Una tipa con due gran belle poppe e un gran faccino da porca, ma in questa fase della mia vita sono così sfiduciato che non mi si alza nemmeno. Mi scusi la franchezza”. Così la folgorante prima lettera che Francesco Ceccamea, nato a Vetralla nel 1978, e lì rimasto nei successivi 30 anni, diplomato ragioniere dopo un paio di bocciature, studente universitario anomalo (frequenza: anni 4, esami: zero), segretario in un laboratorio di analisi e impiegato part time di un agenzia di pompe funebri, ha inviato a Massimo Onofri, docente di letteratura italiana contemporanea e critica letteraria all’Università di Sassari, critico letterario fra i più fini e appassionati ma, soprattutto, ex professore di lettere presso l’Istituto Commerciale Pietro Canonica di Cura di Vetralla dove il giovane Ceccamea ha vissuto la sua contorta esperienza scolastica.
Quando ha ricevuto quella prima lettera, l’ex professore, naturalmente, ha drizzato le antenne, un po’ perché, per dodici anni, ha indefessamente lavorato al rapporto con la scrittura di quello strano studente somaro (due in tutte le materie, dieci in italiano), ricevendo e “decostruendo” (parole sue) i molti racconti che gli inviava e un po’ perché ha l’istinto del critico d’arte di razza: riconoscere e far fruttare il talento degli altri.
Lì, in quella lettera, e nelle seguenti che compongono l’opera, (“Silenzi vietati”, Avagliano editore,220 pagine, 13 euro) talento ce n’è: una lingua asciutta e aggressiva, che mescola sapientemente la verità della comunicazione orale fra umani post-moderni all’ insostituibile, felice artificio della parola scritta. Precisa, evocativa, durevole. Ma non è la scoperta di un talento, pur importante data la pletora di giovani autori furbetti e melanconici, il solo motivo dell’interesse di Onofri (e anche del mio), c’è dell’altro. Si ha la sensazione, leggendo “Silenzi vietati” di trovarsi di fronte ad un nuovo genere: il “reality” letterario. La difinizione è di Onofri e vale la pena di spiegarla. Il romanzo, poiché di un romanzo si tratta, è composto interamente da “e-mail” inviate dall’autore, che non nasconde la sua identità dietro alcun paravento metaforico, all’ ex-professore, che è proprio lui, Massimo Onofri, completo di moglie e figlia, opere mestieri e pensieri. I personaggi che affollano la narrazione sono tutti davvero esistenti, tirati in ballo con nome e cognome: dal mediocre scrittore che impartisce lezioni di creative writing al preside Brescia, dalla nonna ai genitori dell’autore, dallo psicologo che lo cura per una sindrome ansiosa responsabile del blocco di ogni rapporto con l’altro sesso (a 28 anni il nostro è ancora vergine e i suoi monologhi sul perpetuo arrapamento dei timidi ricordano il Roth di “Portnoy’s complaint” e il Woody Allen degli esordi) alla ragazza più bella della scuola. Naturalmente, nel viterbese e massimamente a Vetralla, il libro va a ruba. Eppure, sottoposti allo sguardo disperato e desiderante di Francesco Ceccamea, i suoi interlocutori perdono, ad una ad una, come in una spoliazione naturale, tutte le loro caratteristiche particolari, per andare a incarnare l’universale concreto che nutre ogni buon personaggio di romanzo. La crudele sincerità dello scrittore rende “bigger than life”, (la famosa definizione del cinema) i malcapitati parenti e amici, li trasforma in attori nel teatro della vita di tutti, verissimi eppure illuminati dalla finzione, quotidiani eppure epici, parti di quell’inesauribile “bildung-roman” collettivo che, nelle buone opere prime, ci restituisce lo spirito di un tempo, e l’ansia di una generazione. E che cosa dice sulla sua generazione Francesco Ceccamea? Prima di tutto, lo stato di penuria in cui versa, la povertà di stimoli culturali che li rende affamati di incontrare la nostra, di generazione, quella degli adulti, più o meno realizzati, ma comunque insediati in un sistema di segni decifrabile, seduti su un qualche scranno di maestro, siano essi professori o guru, scrittori o allenatori della mente. E’ la fame di relazione, spesso, quella che li spinge ad affollare le scuole di scrittura, gli “stages” di giornalismo, i corsi di regia, le piccole accademie private per diventare attori o traduttori o sceneggiatori o poeti. Mi è capitato di coprire per anni l’ambiguo ruolo di “artigiano anziano” in qualche bottega che prometteva di insegnare a costruire un racconto o un romanzo. Mi ha sempre colpito la passione con cui gli apprendisti narratori attendevano, da me, una tavola delle regole che li rassicurasse sulla loro possibilità di esistere, di produrre un oggetto che li identificasse.
Erano “insicuri di sé” come una volta i giovani non sapevano essere.
Un’altra cosa che Ceccamea mostra con precisione, forse al di là dei suoi obbiettivi manifesti, è questa acuta percezione del limite, questa mancanza di fiducia nelle magnifiche sorti di se stessi e dell’umanità. Una diffusa consapevolezza che i giochi sono bloccati, le carte truccate, le aspirazioni ridicole, il futuro incerto, la vita lunga e pesante.
“Io penso che il solo modo di riuscire a essere presi in considerazione da una casa editrice, sia di infilare un manoscritto in un pacco e allegare un biglietto con questa frase: pacco bomba, aprire con cautela”, scrive Ceccamea al suo maestro. Scrive che leggere gli piace quasi quanto masturbarsi, e, come per la masturbazione, dopo “averlo fatto” si sente diverso “non so se migliore o peggiore, ma diverso… ho sempre desiderato essere un’altra cosa. Ho desiderato essere i miei amici, mio padre, uno dei cani da caccia di mio padre, una donna. Ho sperato tante volte di essere morto”. Anche questa cifra stilistica ci parla di una generazione (ho un figlio di 29 anni, pure lui scrittore malgrè soi, e li conosco bene), la spiritosa disperazione, l’ilare depressione, una sorta di “allegretto con rabbia”, che tiene sempre, in chiave, un ossimoro, come accidente e come sostanza.
La letteratura dice molto di più della politica e guarda più avanti della sociologia. Massimo Onofri ha paragonato “Silenzi vietati” a “Porci con le ali” e, visto che è un osservatore sottile (il suo ultimo libro “La ragione in contumacia, la critica militante ai tempi del fondamentalismo” mi è piaciuto moltissimo), mi sono chiesta come mai… Perché è spietatamente sincero e ossessivamente votato al parlar di sesso? Perché racconta l’adolescenza di oggi , tra i venti e i trenta, come i sedicenni Rocco e Antonia raccontavano l’adolescenza di trent’anni fa? O forse perché, attraverso la disamina dell’ impotenza e del desiderio di Ceccamea, del suo precariato disilluso, delle sue scuole di scrittura, delle implacabili sedute dallo psicologo e dell’amore necessario per un prof. capace d’ascolto, “affronta e descrive” cito dall’introduzione di Giuliano Zinconi all’ultima delle ri-edizioni, Corriere della sera ‘Grandi romanzi italiani’ “in modo emozionante un tema centrale e perenne. E’ il problema (non soltanto giovanile) cantato nel ritornello dei Rolling Stones, dieci anni prima di Rocco e Antonia: I can’t get no satisfaction… and I try, and I try, and I try…”



correva l’anno..
i poeti.
… caso mai è il mondo
che spiattella le sue pene
a Noi
che ci mancano novecento poesie
per essere poeti ..
il Mondo :
questa grossa palla
lampo giallo bianco
condannata in eterno ad essere
scema e faticosa ..
eppoi senza eppoi.
Approfitto della bella recensione di questo libro per segnalartene uno io.
Avrei preferito farlo con una mail privata, anche perche’ cosi’ mi sembra di fare spam, ma sul sito non la trovo.
Il libro, un romanzo, e’ un’opera prima. Scritto da un mio amico e compagno di arrampicate.
Titolo: “inutile e blu”
Autore: Andrea Ballotti
Ed. Manni editore
Dalla quarta di copertina:
Un romanzo di viaggio, tra montagne, alpinisti e terre verdi d’Irlanda.
Un antieroe scanzonato e malinconico alla ricerca de qualcosa in più.
Un amore inquieto per una donna che fugge anche da sè.
Una strada confusa e notturna che però chiarisce.
Un’attesa, alla fine, che diventa inizio.
Non aggiungo altro tanto non sarei capace di fare una recensione bella come la tua. Scrivere non e’ proprio il mio mestiere
De commenti e nemmeno uno che parli dell’articolo ( e quindi del libro) in questione
comunque, io il libro di ceccamea l’ho letto, l’ho comprato appena quest’articolo è uscito sull’unità.
E’ un libro schietto che ti porta lentamente ad immedesimarti e a voler conoscere meglio l’autore, che gioca con le sue manie e problemi ridendo e facendoci ridere, per poi alla fine, quando ormai ci siamo affezionati al personaggio, portarci nei meandri più oscuri della sua tristezza.
Si ride e si piange con “Silenzi Vietati”, si ride con le lacrime agli occhi e si piange col sorriso e ti tiene lì, incollata al libro per sapere come va a finire, senza pensare nè alla cena né ai panni da stirare.
L’ho finito in una giornata, e veramente mi ha regalato tanto.
A differenza di altri, non investirei un solo euro per questo autore. Semplicemente non credo che l’esordio di una lettera che definisce fesso chi scrive e cazzoni, mignotte, isterici, noiosi, folli e bambini col pallino della scrittura sia degno di plauso e ‘fine’ cultura.
Se questo è talento…vabbè, lasciamo perdere, è meglio.
Se un libro, una volta letto, non ti ha lasciato niente dentro… è stato un reato rubarlo?
Forse, a qusto punto, sarebbe persino un reato restituirlo!
Nell’incertezza meglio tenerlo, c’è sempre spazio per un pò di carta nel camino.
^________^
Per curiosità sono andato a leggermi il libro. Godibile, certo, come tanti marchingegni letterari, ma appunto marchingegno, lasciato fin troppo a nudo con le sue rotelle e ile sue leve. A metà libro ho cominciato a sentirmi felice di non saper scrivere, di non avere mai avuto la tentazione di iscrivermi a scuole di scrittura creativa, di non essere un buon artigiano delle parole e nemmeno un rozzo intagliatore delle stesse. Non ho letto mai nulla di Massimo Onofri, ma il paragone fra Silenzi vietati e Porci con le ali mi sembra abbastanza fuori bersaglio da ottenere il minimo dei punti o magari da scalfire la parete con desolata caduta di scagliola. Il primo è la punta dell’ago che punge una dimensione, il secondo la cruna dell’ago attraverso cui si condensano gli umori, gli errori di una generazione. La leggerezza rifiutata, l’impegno equivocato, la consapevolezza ostentata e impossibile, il gioco tra l’ego e l’amore. Una condizione che si fa mondo e non come in Silenzi Vietati un mondo che si restringe a condizione. E sono anche contento di avere abbastanza anni fa da sembrarmi assurdo correre a scrivere mail dopo essermi masturbato. Francamente preferisco il contrario.
“fesso chi scrive e cazzoni, mignotte, isterici, noiosi, folli e bambini col pallino della scrittura”
Credo che Ceccamea sia tutte queste cose e non guardi dall’alto in basso chi scrive, anzi Leggendo il libro capiresti che si tratta di pura ironia, verso se stesso e verso gli altri.
Riguardo al paragone con “Porci con le ali”, neanche io credo sia adatto.
Porci con le ali parla di una generazione attraverso i due protagonisti, attraverso il sesso e alla scoperta di se stessi. Silenzi Vietati parla di Ceccamea in prima persona, del sesso che non riesce a consumare e della ricerca di se stesso attraverso uno psicologo dalle capacità alquanto discutibili.
Riguardo alle scuole di scrittura creativa, i paragrafi dedicati da Ceccamea a queste fucine di poveri illusi, sono esilaranti.
Per il resto, forse ho potuto godere del libro perchè sono della sua stessa generazione e i suoi problemi sono i miei e quelli dei miei amici, perchè sento la verità che c’è nella provincia descritta.
Comunque un libro va letto prima di essere giudicato.
ho amato onfri sin da ingrati maestri..essendo anche io un suo ex allievo devo dire che la sua definzione di romanzo reality è la più infelice della sua carrierà…non solo per la superfetazione del termine reality che a dirla tutta ha declassato la già indeclassabile televisione..ma perchè come direbbe Di pietro “che c’azzecca?”… un reality è basato sulla realtà degli eventi ok..si ma degli eventi visti in diretta..in sincronia..e le e-mail lo sanno tutti sono una delle forme di comunicazione asincroniche per eccellenza..e lo stesso paragone con truman show fatto dal succitato onofri sulla stampa non regge..dato che nel film si è vero gli attori-amici-parenti-conoscenti fingevano attorno al protagonista convinto della veracità della realtà in cui viveva..ma qua in questo romanzo di vero ci sono solo i non-attori-amici-parenti-conoscenti e l’unico attore francesco che mette in scena le proprie manie fingendo di assurgere a ciò che nonè mai stato:un eroe…state rovinando questo ragazzo già problematico di suo..la stampa con il circolo dei critici creano mostri si sa…e il vostro cenacolo ne sta creando uno destinato a fallire ..avendo dato tutto in questo libro si eclisserà morendo per asfissia interna..attenti con le vostre penne conniventi ..fate danni
Caro Cyrano………..ho appena letto il tuo commento e ti devo dire che mi fa ridere davvero di gusto…..Nonostante tu cerchi di nasconderti dietro frasi ad effetto e paroloni SI VEDE CHIARAMENTE quanta invidia e quanta rabbia hai dentro,……i tuoi gomiti saranno così consumati che se ti appoggi con le braccia sul tavolo ti cade la faccia nel piatto..ahahahha!Povero te……..invece di vomitare fango su questo bel libro inizia a digerire il fatto che ormai questo libro c’è , è ormai una realtà…e anche se tu continuerai a sbattere i piedi per terra come un ragazzino il libro C’E'……e sta andando a ruba e purtroppo per te non solo a Vetralla, scendi da quel piedistallo che ti sei costruito da solo e cresci….Sai che c’è?Che dimostri di essere così pieno di te stesso che sembra quasi che non avremo altro Dio all’infuori di te…..di te? Apparte che sono atea….ma poi dimmi MA TU CHI SEI!!!!!
FRANCESCO HAI FATTO CENTRO…….Ti consiglio di allegare alla copertina del libro un bel foglio di carta vetrata per tutti quei lettori a cui potrebbe “RODERE IL POSTERIORE”…HAHHAHAHAHA
Un saluto e un grande “IN BOCCA AL LUPO ” dalla REPLAY