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i ragazzi del 2008

Lidia Ravera | Lavori in corso | 23 Ottobre 2008 | 1,575 letture

Leggo dal “Corriere della Sera” il seguente titolo: “Fuksas: come i ragazzi del ’68 hanno capito i veri problemi”. Sotto, una foto del famoso architetto come’è ora: bello, pelato, con folte sopracciglia soddisfatte e un giubbotto di pelle nera. Sotto ancora, una foto del famoso architetto com’era all’epoca: bello, ricciuto, bocca aperta a scandire slogan , in giacchetta e camicia bianca. Fra le righe, la solita pappa. E’ un nuovo sessantotto? Ci vuole un nuovo sessantotto? E’ meglio? E’ peggio? Tutte le volte che gli studenti escono dal letargo e, poichè il mondo in cui vivranno molto più a lungo di noi rotola rapido verso il disastro, decidono di far sentire la loro voce e di portare in piazza i loro corpi , i giornali partono con il ritornello del sessantotto.
Essendo, quest’anno, caduto il quarantesimo anniversario dell’evento, il richiamo rituale a quelle antiche giovinezze, a quelle manifestazioni, a quelle proteste, risulta particolarmente inflazionato, e quindi , oltrechè inutile, stucchevole. Non ne possono più i ragazzi del 2008 alle prese con una riforma della scuola draconianamente votata al peggio ( meno soldi, meno insegnanti, meno uguaglianza), con un futuro incerto, con un nepotismo castale che paralizza la meritocrazia e con una crisi economica generatrice di sintomi ansiosi. Non ne possono più i ragazzi “d’antan”costretti a rimirarsi nello specchio deformante di un passato ormai remoto e, da quella scomoda posizione, a impartire benedizioni, recriminazioni e “consigli per le lotte”. La domanda è: non si potrebbe smettere? Quella de “il nuovo sessantotto” sembra una maledizione : appena si riscontra una qualche storica somiglianza fra l’oggi e l’allora, le lotte d’oggi, certamente più utili delle commosse rimembranze , si sfarinano, tutti tornano a casa dalla mamma ( dalla nonna?) e il peggio continua ad avanzare, indisturbato.
Invece c’è davvero bisogno che le vittime di tutto questo furore controriformista, di tutta questa precarietà, di tutto questo neo-classismo da palude dei raccomandati, si ribellino con convinzione e continuità. C’è bisogno che prendano in mano il loro destino, salvando, per contiguità, anche il nostro. C’è bisogno che scendano in piazza e ci restino finchè è necessario, ma anche che decifrino la realtà com’è cambiata e impongano nuove parole alla politica. C’è bisogno che distruggano quello che non funziona, ma anche che propongano nuovi modelli per costruire altro, mondi migliori. Istintivamente, ho una gran fiducia in quella che è l’ultima generazione nata nel novecento. Anche per questo vorrei smettere di disturbarli, con il marchio del sessantotto e i suoi fantasmi.

E, a proposito di fantasmi, ne è rispuntato un altro che sembrava dissolto dalla fine del dopoguerra, almeno nella nostra verde Italia: la povertà. In una nuova conturbante forma: la crescita della diseguaglianza. Leggo da “Il manifesto”: “ le statistiche sono fredde come armi da taglio.Il rapporto dell’Ocse lo è fin dal titolo ‘growing unequal?’-crescere diseguali? E fotgrafa una tendenza in atto nei 30 paesi più industrializzati: l’aumento delle diseguaglianze di reddito fra le fasce più ricche e quelle più povere delle popolazioni”. I paesi meno squilibrati sono Svezia Danimarca e Lussemburgo, l’Italia è sesta fra i più diseguali: più poveri dei nostri poveri, con una maggior distanza dai pochissimi ricchi sempre più ricchi, ci sono soltanto i poveri di paesi campioni di democrazia come Turchia e Messico.
Una chicca: fra tutte le povertà, la peggiore è quella dei giovani “contenuta soltanto dal sostegno dei genitori e dei nonni”. Finchè durano, finchè gli regge la pompa. Del fatidico sessantotto, i ragazzi del duemilaotto non potranno certo riprodurre la contestazione generazionale. Niente guerra a mamma e papà. Hanno troppo bisogno di loro . I giovani hanno bisogno dei loro vecchi.

(wwwlidiaravera.it)

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