Il destino dell’ILVA

Il destino dell’Ilva di Taranto è ancora tutto da scrivere. Nonostante i pronunciamenti di vari tribunali, che vorrebbero chiudere e porre sotto sequestro gli impianti, e il controverso decreto emanato dal governo Monti, detto “salva Ilva”, propongano due strade opposte, quel che è certo è che la produzione di acciaio ha causato malattie e morti nella città di Taranto.

Domenica 14 aprile i cittadini della città pugliese sono stati chiamati ad esprimere il loro parere sulla questione Ilva con un referendum consultivo, la cui validità era legata a una partecipazione di almeno il 50% degli aventi diritto al voto. I quesiti erano due: chiusura totale e chiusura dell’area a caldo. Purtroppo il quorum non è stato raggiunto, ma già prima che si giungesse al voto le perplessità erano state tante, anche per via dei costi della consultazione, circa 400.000 euro che usciranno dalle casse comunali.

Le forze politiche si sono dimostrate sostanzialmente indifferenti al referendum, lasciando libertà di scelta. Il partito del Governatore Nichi Vendola, Sinistra, ecologia e Libertà, aveva suggerito di votare no al primo e sia al secondo. In ogni caso, aveva aggiunto che anche se si fosse arrivati al quorum, il risultato non sarebbe stato in ogni caso risolutivo.

Taranto, e con essa la Puglia, ha davanti a sé una serie di soluzioni, tutte di difficile realizzazione. L’Ilva era ed è il simbolo della città, un’industria che garantiva posti di lavoro, e pensare di chiuderla completamente significherebbe aggravare ancora di più la crisi occupazionale. Lasciarla aperta tuttavia non è praticabile, in quanto gli impianti sono ormai obsoleti e l’Europa ha posto il limite del 2016 per porre fine al grave inquinamento che hanno causato. La Puglia però non può permettersi da sola i costi della bonifica. Per ora, il risultato è un nulla di fatto.

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