Il miracolo della scrittura
Da ieri è in libreria “La guerra dei figli”. Incomincia nel 1967, finisce nel 1981.
Incomincia con questa frase: “Alle nove di sera la cucina è da considerarsi zona neutra, deserta come il teatro di una battaglia conclusa”. Finisce con questa frase, 300 pagine dopo: “Ha uno sguardo trionfante e grida, come un messaggero che deve far sentire il suo proclama a tutto il paese: “Mio papà è tornato dalla guerra!”.
Ho sempre scritto sulla spinta di un bisogno mio, di una mia personalissima necessità primaria, di sopportare il peso di un pensiero molesto, eventualmente di confutarlo. Ho scritto per consolarmi e per capire, per mettere ordine, per darmi speranza. Mentre lavoravo per me, mentre trovavo storie che animassero di ombre il buio davanti a me, rendendolo meno compatto, mentre cercavo di togliermi di dosso, scrivendo, l’unica sensazione per me intollerabile, quella dell’immobilità, dell’eterna ripetizione, dell’impotenza umana di fronte al destino/tempo, me ne sono accorta tanti anni fa, lavoravo anche per gli altri.
La condizione umana, subirla entrambi, tu che scrivi, chi ti legge, è una garanzia di comunicazione. L’autenticità, figlia del bisogno, diventa stile, ha un rintocco inequivocabile. Dall’altra parte lo sentono. I lettori, intendo. Ed ecco che il piccolo miracolo si compie. Curando te stessa, curi gli altri. Il che riduce, nei limiti del possibile, quella glassa di egocentrismo che si deposita su chi vive scrivendo. Ti dici che sei un tramite, un testimone, un metallo umile attraverso cui passa una sorta di energia esistenziale.
Ma è poi vero?



Bello! Sono solo a metà del libro che leggo come fosse acqua da bere, nutre, refrigera e la sera faccio anche dei bei sogni. Ti ascolterò lunedì su radio Faherenait (ore17,30).
Comprato in una libreria di Finale Ligure e divorato in tre giorni.
Mi è piaciuto molto, soprattutto la prima parte. E’ molto difficile scrivere sul fenomeno del terrorismo ed evitare luoghi comuni, ma questo libro ci riesce piu’ di tutti.
Gentile signora Ravera, nel suo libro, mi dica se sbaglio, vi ho letto l’amore per se stessi e la disperazione di non esserlo sempre, la sua vibrante umanità e la necessità di descriverla anche agli altri per quello che è. Non c’è niente di scontato nella sua scittura, ogni pagina, mi permetta di dirlo, è veramente unica e perfetta e solo a volte quando leggevo le lettere che Emma scrive a sua sorella mi sono distratta. E’ stato un viaggio lungo ed intenso all’interno del suo libro e forse anche della sua vita che in qualche modo vedevo riflessa. Questo mi lascia pienamente soddisfatta di averla incontrata come lettrice e perciò la ringrazio e le auguro di finire presto il nuovo libro (sull’amore, con l’amore). Ed è quando i personaggi che lei descrive, Emma, Bambino, Guido, la mamma cominciano in qualche modo a far parte anche della nostra vita che penso che il compito di uno scrittore possa dirsi davvero riuscito.
Cara Ravera,
sono davvero contento di aver letto il suo La guerra dei figli e la ringrazio per averlo scritto. Hanno ragione i recensori che lei cita qui sopra: anche a mio parere, è un libro di piena e definitiva maturità letteraria. In esso si compiono e si risolvono storie e personaggi che la sua scrittura aveva cominciato a inseguire e a restituire in tante sue narrazioni precedenti. Le lettere finali con cui le due sorelle si danno reciproca e piena “giustificazione”, sono un piccolo capolavoro di verità storica e psicologica. La paificazione, diversa, ma parallela, con la figura della Madre rappresenta la vera conclusione della loro storia e della Storia che le ha investite. E, forse, il suo Il dio zitto, poteva stare in un finale fuori-testo di questo romanzo. Insomma, non voglio sembrarle saccente o enfatico (a Casazza, de visu, mi spiegherò meglio), ma credo che lei abbia regalato qualcosa di molto importante a tutta la nostra generazione. Almeno a quella parte che ancora si sforza di pensare perché, in Italia, si sia arrivati qui. Ne sia felice. Spero di incontrarla presto. Saluti.
Gabrio V.