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Il miracolo della scrittura

Lidia Ravera | Lavori in corso | 11 Aprile 2009 | 1,237 letture

Da ieri è in libreria “La guerra dei figli”. Incomincia nel 1967, finisce nel 1981.
Incomincia con questa frase: “Alle nove di sera la cucina è da considerarsi zona neutra, deserta come il teatro di una battaglia conclusa”. Finisce con questa frase, 300 pagine dopo: “Ha uno sguardo trionfante e grida, come un messaggero che deve far sentire il suo proclama a tutto il paese: “Mio papà è tornato dalla guerra!”.
Ho sempre scritto sulla spinta di un bisogno mio, di una mia personalissima necessità primaria, di sopportare il peso di un pensiero molesto, eventualmente di confutarlo. Ho scritto per consolarmi e per capire, per mettere ordine, per darmi speranza. Mentre lavoravo per me, mentre trovavo storie che animassero di ombre il buio davanti a me, rendendolo meno compatto, mentre cercavo di togliermi di dosso, scrivendo, l’unica sensazione per me intollerabile, quella dell’immobilità, dell’eterna ripetizione, dell’impotenza umana di fronte al destino/tempo, me ne sono accorta tanti anni fa, lavoravo anche per gli altri.
La condizione umana, subirla entrambi, tu che scrivi, chi ti legge, è una garanzia di comunicazione. L’autenticità, figlia del bisogno, diventa stile, ha un rintocco inequivocabile. Dall’altra parte lo sentono. I lettori, intendo. Ed ecco che il piccolo miracolo si compie. Curando te stessa, curi gli altri. Il che riduce, nei limiti del possibile, quella glassa di egocentrismo che si deposita su chi vive scrivendo. Ti dici che sei un tramite, un testimone, un metallo umile attraverso cui passa una sorta di energia esistenziale.
Ma è poi vero?

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