Il processo sull’amianto

La giustizia ogni tanto trionfa, almeno nel caso del processo sull’amianto, riconosciuto come materiale nocivo per la salute. Il 3 giugno scorso la Corte d’Appello del Tribunale di Torino ha confermato la condanna in primo grado per Stephan Schmidheiny, miliardario svizzero. L’accusa è quella di disastro ambientale doloso. Due erano gli imputati, di cui però uno è deceduto all’età di 92 anni, pochi giorni prima della conclusione del processo d’appello. Il reato è stato dunque estinto.

I due ex manager di Eternit, multinazionale franco-svizzera, erano stati condannati già il 13 febbraio 2013 in primo grado per disastro ambientale doloso e rimozione di cautele. In tutto i due manager hanno sulla coscienza più di tremila vittime. L’amianto ha infatti provocato danni di salute agli operai degli stabilimenti di Casale Monferrato e Cavagnolo in provincia del capoluogo piemontese. Oltre agli operai anche tutta la popolazione del territorio limitrofo e delle tre province ha purtroppo riscontrato seri danni alla salute.

La Corte d’Appello di Torino ha condannato l’imprenditore elvetico in primo grado a diciotto anni scontandogli soltanto due anni dai venti richiesti dall’accusa per il reato di disastro ambientale doloso, con la caduta in prescrizione per l’omissione volontaria delle cautele antinfortunistiche. La sentenza include anche ai siti produttivi di Bagnoli in provincia di Napoli e Rubiera in provincia di Reggio Emilia.

A leggere la pesante sentenza è stato il pm Raffaele Guariniello. Secondo diverse fonti si tratta del più grande processo per disastro ambientale della storia in Europa con quasi 2.890 parti lese – tra lavoratori e cittadini – di cui più di 2.000 decedute e le restanti ammalatesi di gravi patologie.

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