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Nolita

admin | Articoli, l'Unità | 27 Settembre 2007 | 1,901 letture

Due grandi occhi azzurri, lineamenti regolari, un naso delicato, la fronte alta, i capelli biondi, la bocca ben disegnata, il collo fermo della piena giovinezza: è il viso di una ragazza molto bella, quello che fissa l’obbiettivo, ma il corpo sui cui sembra appoggiato è il corpo di una vecchia emaciata, di un’internata nei campi di sterminio, una di quelle per cui la liberazione è arrivata troppo tardi. I seni sono due piccole sacche vuote, le gambe non hanno muscoli, i glutei non hanno carne, il pube è glabro, il ventre magro, le mani e i piedi sproporzionati. L’immagine è sconvolgente per questo: è la bellezza orribile, un ossimoro.

Per un attimo, quello in cui Oliviero Toscani scatta la fotografia, la ragazza (una modella, che sa come si sta in posa) prova ancora a sedurre, subito dopo, è evidente nello sguardo sbigottito e già assente, nello stato di avanzato impoverimento della persona, subito dopo prevarrà il brutto, il malato, il decrepito. E sarà finita. L’ho vista, come tanti, in una doppia pagina centrale, su “La Repubblica”, l’ennesima opera “provoc-artistica” del noto fotografo. Sono rimasta ferma a guardarla, smettendo di leggere il giornale. L’ho guardata a lungo e mentre la guardavo, il fastidio, il disagio di avere sotto gli occhi una nudità deforme, diminuiva, mentre prevaleva l’ammirazione per la precisione chirurgica dell’aggressione alle nostre coscienze. “No, anorexia”, lo slogan scritto grande. “No-lita”, il marchio, che richiama l’eccitante adolescente “Lolita” e la umilia con la “no” di nonna.

Ho pensato a Giovanna Melandri e alla sua campagna contro la taglia 38. Ho pensato a una “pubblicità progresso” particolarmente azzeccata. Ho pensato: “bravo governo, soldi ben spesi”, se è il ministero dello sport e delle politiche giovanili che l’ha commissionata a Oliviero Toscani (che fosse lui l’autore materiale dello scatto non avevo dubbi, riconosci i suoi ritratti come riconosci un Van Gogh). Ho pensato: l’unica immagine che può scoraggiare le ragazze dal progetto di praticare la denutrizione per essere belle è mostrare una ragazza che la denutrizione ha reso brutta. Come dire: non è questa la strada, sorelle. Non fatelo. Ho pensato: vale più di qualsiasi reprimenda materna, di qualsiasi moralismo sul prevalere del progetto-bellezza a scapito di qualsiasi altro piano di studi per il futuro. Il messaggio è: non fatelo perché non funziona. Non è elegante, non è elevato, ma non importa. Insomma, ero contenta.

E sono rimasta contenta anche quando ho scoperto, guardando il giornale da vicino, una scritta piccolina, sul lato sinistro: Gruppo Flash&Partners spa. Con tanto di numero telefonico, oltre all’immancabile sito www.nolita.it. Ho pensato: dunque non è il Ministero, è un’ iniziativa privata, un’azienda che lavora nell’ambito della moda e che, dopo avere venduto per una vita i suoi prodotti mediante esibizione di anoressiche vestite, ne spoglia una… perché? Perchè pensa di venderli meglio? Perché l’ufficio furboni ha consigliato qualcosa di forte? Certo, siamo talmente bersagliati da immagini che per colpire la nostra attenzione assuefatta occorre aumentare la dose del dolore, dell’orrore, del grottesco. Che cosa venderà la Flash&Partners? Jeans o abiti da cerimonia? Felpe o falpalà? E’ una mascalzonata farsi conoscere dando pubblicità alla malattia? E’ cinismo usare una sacrosanta campagna contro i disordini alimentari per veicolare il proprio marchio? Tutte domande lecite. Resta il fatto che l’immagine è efficace, perché fa spavento.

Non importa se i modaioli fingono di avere i sensi di colpa, perché sono le loro supermagre mannequin ad aver dato il cattivo esempio alle ragazze, e invece ne hanno così pochi che, dopo aver fatto il danno, lo esibiscono pure. Non importa se hanno appeso per trent’anni i loro costosi stracci su corpi femminili ridotti a ossute grucce, boicottando pane e carboidrati, latte formaggio e torte alla panna, riducendo centinaia di citrulle in fin di vita, spingendo le loro madri a liposucchairsi, perché per le donne non c’è rispetto, non c’è rispetto per la loro persona, devono sempre assomigliare a qualcun’altra, a qualcos’altro… non importa. Importa soltanto il risultato. Strappare una ragazza al suo delirio. Mostrarle che cosa rischia. Farle paura.

l’Unità, 27.09.07

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