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Non circoli ma Case della Democrazia

Lidia Ravera | Articoli, l'Unità | 22 Novembre 2007 | 2,223 letture

“La parola circoli preesisteva a Michela Brambilla e sopravviverà a Michela Brambilla”, dice con ironia Andrea Orlando, il giovane responsabile dell’organizzazione Pd. Vero, ma l’etimo non viene in soccorso all’infelice scelta di tempi con cui il partitone ha annunciato la nascita dei primi ottomila circoli in Italia”. L’ho letto su “Il Manifesto”, nel corpo di un articolo intitolato “Anche Veltroni spara: 8 mila circoli”.
Ha ragione il compagno Orlando (l’amico?): il Pd è altra cosa dal PdP, Veltroni ha fatto posto a 1400 donne, indipendentemente dal loro look, non ha scelto Miss Coscialunga e madama Coccodè, perché femmine si, ma bbone se no non sappiamo che cosa farcene. Nelle organizzazioni territoriali del Pd, spero, si parlerà di politica, si eserciterà l’intelligenza e la critica, non saranno “barsport” militanti, dove si va per tifoseria. Resta il fatto che le parole non sono neutre, e , purtroppo, “circolo”, non fa venire in mente Dickens (Pickwick), ma il golf, il bridge, la nobiltà, gli ufficiali. E Berlusconi.

A me piacevano di più “le sezioni”, semmai i “comitati”, perfino le più neutre “sedi”, oppure i “centri sociali”, o, magari, “le case”, non più “del popolo” perché anche quello, poverino, ha fatto una brutta fine (se l’è accaparrato il bulimico Silvio) ed è diventato una parola indicibile (insulsa, insopportabile).
D’accordo: il Partito Democratico è nuovo e deve essere tutto nuovo, non si può alludere alla storia di uno dei due partiti che lo compongono. Non può avere né “case” né “parrocchie”, però, allora, bisognerebbe fare un sforzo di immaginazione. Convergere sui nomi della breve e trombona tradizione forzitaliota  non è un buon segno. Il linguaggio non è un dettaglio irrilevante, è la spia dell’anima, racconta come pensiamo noi stessi, come ci vediamo.
Ci vediamo divisi per circoli o per centurie? Per Falangi o per comitati? Per società a responsabilità limitata o per drappelli?
Ad un partito nuovo, nuove parole.
“Apriremo, fra breve, ottomila Case della Democrazia.”, potrebbe dire Veltroni.
Perché no? Come la casa del cinema e la casa del jazz.
Una casa è un luogo dove ci si rifugia, dove si sta fra amici, in intimità, a proprio agio. Una casa è un luogo da abitare, dove portare le proprie cose, un luogo da difendere e da tenere pulito. Un luogo dove togliersi le scarpe, bandire le forme rigide, mettersi comodi.
A me piace immaginare l’Italia disseminata di case della democrazia dove i cittadini si esercitano e   imparano l’uno dall’altro e insegnano ai più giovani, a prendersi cura di questa parola così abusata e così impegnativa, democrazia, potere del popolo. Cioè di tutti… o almeno di tutti quelli che se lo meritano: quelli che si sforzano di capire e di vivere da giusti e di fare il bene della collettività. Quelli che a mettere da parte i loro interessi particolari almeno ci provano.
Predisposizione, quest’ultima, che taglia fuori la bella famiglia Savoia in quanto, leggo su “La Stampa”, “ha fatto causa alla Repubblica per i danni morali dell’esilio, chiedendo 260 milioni di euro, più gli interessi e la restituzione dei beni confiscati”. I parassitari discendenti della tracotante dinastia , come nota l’ottimo Gramellini, sono sul punto di “precipitare nel ridicolo l’unico straccio di storia patria che abbiamo ricevuto in dotazione”.
Vogliamo restituirli alla Svizzera in cambio di un orologio e una scatola di cioccolattini (anche piccola) o preferiamo provare a rieducarli?
Magari c’è una delle ottomila case della democrazia che si offre…No? Beh, allora possiamo passare l’incarico ai Circoli del Partito del Popolo. Le Loro Maestà si troveranno più a loro agio. E’ un ambiente più distinto.

l’Unità, 21.11.07

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