HOME | BIOGRAFIA | IMMAGINI | SEZIONI | SCRIVIMI



Per Roberta

Lidia Ravera | Lavori in corso | 15 Aprile 2009 | 1,625 letture

“A Lidia dalla vagabonda del ‘900. Con affetto. Roberta”. Questa era la dedica. La data: 6 novembre 1998. Il libro si intitolava: “Uomini di piacere”. Sottotitolo: donne che li pagano. Di Roberta Tatafiore.
Era così Roberta Tatafiore, una che intuiva ogni slittamento dei rapporti erotici, delle relazioni fra i generi. Scriveva libri con case editrici marginali. E di quei libri tutti discutevano. Io, per quel libro, scrissi la prefazione. Insieme scrivemmo una prefazione-dialogo ad un libro sulla pornografia (mi pare). Insieme inventammo una rivista sulla mezz’età. Doveva chiamarsi “Zenit”, perché nella mezz’età il sole è alto come a mezzogiorno, c’è una luce implacabile. E vedi tutto, anche quello che non vorresti vedere. Io avevo poco più di 40 anni, lei poco più di 50. Insieme, preparammo lo schema, perfino il menabò dei primi numeri. Insieme andammo a parlarne con Rizzoli, Mondadori, Rusconi. Insieme aspettammo le risposte (dopo aver incamerato tanti inutili complimenti). Volevamo offrire un servizio, partivamo dal presupposto che i figli del boom demografico continuavano a essere la maggioranza della popolazione italiana, e quella maggioranza non era più giovane, aveva potere d’acquisto e voglia di non uscire di scena. La rivista poi non si fece. Diventò un libro “Né giovani né vecchi”, che contiene una bellissima intervista a lei, a Roberta. Volevamo lavorare per tutti, ma anche per noi stesse. Volevamo tematizzare politicamente il problema del tempo, il problema del tempo per le donne. Stavamo sempre insieme. Parlavamo per ore. Lei, 10 anni avanti a me, mi raccontava sensazioni e sentimenti, che poi avrei provato di persona. Era, la nostra, un’amicizia battagliera e tessuta di discussioni infinite. Ci si consolava dicendo. Anche le confidenze più crude, più crudeli, alla fine, ci buttavano addosso un’allegria da monelle… dicevamo cose terribili e alla fine ridevamo.
Io non lo so esattamente perché, a un certo punto, ci siamo allontanate. Lei inclinava verso il centrodestra. Io non riuscivo a spiegarmi perché. Lei diceva che io non capivo un cazzo di politica. E può darsi che sia vero. Io non capivo che cosa ci trovava, lei, in quelle compagini di ipocriti farneticanti. Lei, una delle persone più intelligenti che ho conosciuto nella mia vita…
Questa mattina, quando ho saputo che si era uccisa, ho provato un dolore acuto, come per un colpo contundente, come se mi avessero conficcato qualcosa di acuminato in qualche parte molle, di quelle che non riescono a far altro che sanguinare e sanguinare. Stupidamente.
Si è uccisa con cura, Roberta. Con premeditazione. E io non riesco a smettere di chiedermi dov’ero io, dov’era il nostro “noi”, mentre lei attingeva a quella solitudine assoluta.
Subito, si è messa al lavoro, dentro di me, contro di me, la nostalgia. E so che sarà questa la punizione. Un senso terribile di spreco. Di occasioni perse. Di possibilità diventate impossibili.
Succede sempre così, davanti alla morte. Bisognerebbe pensarci prima, non lasciar andar via le persone a cui tieni. Trattenerle.

10 commenti

Lascia un commento

RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI