Quelli che hanno fatto la resistenza: dei vecchi
Vado a fare visita a mia madre tutte le volte che ritorno nella città dove sono nato. Arrivo trafelato alla Casa del Buon Riposo. E’ un villino del millenovecentotrenta, immerso in un piccolo parco, un’ austerità borghese, nebbiosa, spenta. Non ci vado volentieri, ma non sopporto il tono con cui mia sorella dice: “Non sei andato da mammina”. A mia madre voglio bene, è una donna minuta e dignitosa, soddisfatta del suo passato. Verso di lei non provo, non ho mai provato, il fastidio che provo verso mia sorella.
“Non sei andato da mammina”
“Se sei una figlia tanto perfetta perché l’hai messa all’ospizio”.
Ho sempre voglia di pronunciare proprio la parola ospizio, per alludere a quella soluzione pulita e costosa, attuata di comune accordo.
Non lo dico mai. Non gliel’ho detto neanche questa volta. Ho comperato, come sempre, dei cioccolattini al rhum che si chiamano “baci di dama”, ho preso la vecchia automobile che mia madre non guida più da dieci anni e mi sono diretto verso la collina.
Ho parcheggiato fuori dal cancello, ho suonato e, come sempre, ho aspettato. Il cancello si è aperto con un lamento di ferro.
Mia madre è lì, proprio davanti a me, sulla sua sedia a rotelle. Ha un’ espressione che non le vedevo da tempo: gli occhi castani accesi da cupi bagliori di battaglia, le mani guantate che stringono una minuscola borsetta. L’ho baciata piegandomi sulle ginocchia, mi ha baciato sbrigativamente. E’ acchittata in un giacchino di tweed da nobildonna inglese, ha una coperta sulle gambe inerti e i capelli candidi sollevati con cura in una crocchia da cui sfuggono riccioli quasi azzurri.
La contemplo per un attimo, cercando di capire che cosa c’è in lei di diverso. Una cupa determinazione, un respiro pesante.
“Che eleganza, mammina!”, azzardo, con la falsa allegria cui ricorriamo sempre per rivolgerci ai vecchi, ”Devo dedurne che hai voglia di essere portata a spasso?”.
“Non scherzare, ho voglia di essere portata via di qui. Subito. La mia valigia è già pronta, ho detto a una di quelle mezze calzette di portarla sulla macchina, ma lei niente, ha detto che devono prima parlare con te, quindi parlaci e andiamo che non mi va di arrivare col buio”.
Arrivare dove? Non oso chiederlo, infatti lei non me lo dice.
La stanza della direttrice è sovraccarica di ninnoli ricordo, cartoline ricordo sono infilate nelle cornici di quadrucci a olio che raffigurano montagne innevate e mari in tempesta. Sono entrato senza bussare, dopo aver parcheggiato la sedia a rotelle sotto un castagno (“non ho nessuna intenzione di rientrare lì dentro, non voglio vedere una persona”).
“Vorrei sapere che cosa è successo, mia madre …”.
La direttrice mi squadra sforzando una cortesia che non le viene naturale. E’ una donna imponente, ben costruita, grossa, con mani dalle dita nodose e una voce nasale.
“Niente di grave. Domani se ne sarà dimenticata”
“Se è grave o no, vorrei deciderlo io.”
Dopo aver tergiversato con qualche abbozzo di teoria sulla terza e quarta età, sulle passioni mai spente, sulla demenza che induce ciclotimie umorali, la direttrice chiama Floricica, una robusta fanciulla rumena, con una bella e onesta faccia rotonda, lunghi capelli arrotolati intorno alla testa e un giovanile sorriso incapsulato di metallo. Fra quelle figure stinte, metà infermiere e metà inservienti, che si occupavano dei ricoverati è l’unica che piace a mia madre. La sola che non chiami con spregio “mezza calzetta”.
E’ lei a parlarmi di Gino Musso.
E’ arrivato pochi giorni fa, un uomo di 94 anni, con una gamba amputata per una gravissima forma di diabete, anche lui obbligato su una sedia a rotelle da cui deborda, un omone, che le ragazze fanno fatica a cacciarlo nel letto e a tirarlo su.
Quando, nella sala dove si consumano i pasti, è stato presentato a tutti, mia madre ha cacciato, lei che parla sempre a bassa voce, un grido di sgomento.
“Musso Gino di Dogliani? O basta là…”
La direttrice ha accolto con favore quel riconoscimento, essendo, quella di far socializzare gli internati, una delle idee fisse, dei progetti guida, di chi è chiamato a gestire la solitudine finale degli esseri viventi.
Nessuna ha capito perché mia madre, con gli occhi che le brillavano di lacrime, si è fatta riportare in camera, rinunciando alla cena.
E’ stata Floricica a consolarla, la sera, portandole una tazza di brodo e con lei mia madre ha parlato.
“Dovete mandarlo via. Anzi no. Chiamate i carabinieri. Quello lì è un farabutto”
“E’ uomo molto malato e molto vecchio.”, ha detto Floricica.
E mia madre:
“Se non volete mandarlo via, chiamate mia figlia, che mi porta via a me.”
Le era perfino venuta la febbre, ieri sera.
Per questo hanno chiamato mia sorella (dei vecchi si considera soltanto il corpo con i suoi problemi, non la tristezza o la rabbia, non la malinconia) e mia sorella ha cercato di farla ragionare, non ottenendo che un attacco di brutale sincerità dei suoi.
“Non voglio venire a casa tua, stai tranquilla, basta che mi cambi ospizio. Ce ne saranno degli altri, no? dici sempre che questo è troppo caro… beh, mandami in un posto dei poveri, di quelli dell’assistenza pubblica, mangio pane e niente, ma nello stesso posto con Gino Musso non ci sto”.
A Floricica dico:
“Ma si può sapere chi è questo Gino Musso?”
“Un uomo che ha conosciuto nella gioventù”
Torno da mia madre. E’ stata riaccompagnata in camera, perché in giardino incomincia a rinfrescare , tiene ancora la borsetta fra le mani e la giacchetta abbottonata, ha rifiutato di farsi mettere a letto.
“Allora, ce ne andiamo?”, ha un tono perentorio e una tremore in fondo alla voce, come di chi voglia tenere a freno il pianto.
“Quest’oggi non si può, se vuoi disdico e in una quindicina di giorni…”
Prima che abbia finito la frase mia madre scoppia in lacrime.
Quando i vecchi diventano completamente bambini è più facile abbracciarli, cessa la ripugnanza. Mi piego sulla sedia e la stringo forte, come quella figlia che non ho mai avuto e che mi sono dimenticato di desiderare.
“Mamma, non fare così… non è da te. Cercherò di venirti incontro, ma non posso fare l’impossibile”.
La sollevo e la sdraio sul letto, non pesa più di 40 chili . Le faccio bere un po’ d’acqua.
Parla con gli occhi chiusi.
“Era uno della repubblica. Ma io come facevo a saperlo? Faceva le finte così bene. E’ arrivato alla cascina stracciato, con la divisa a brandelli, i piedi gonfi… ha detto che era disertore. Ne ho portati su già tanti, gli davo una tazza di caffelatte e se volevano andare in montagna a unirsi ai nostri ce li portavo. Era proprio uguale a quegli altri. Era come tutti. Lo stesso odore… diceva le stesse cose. Un badogliano.”
Trema, le lacrime scendono sotto le palpebre chiuse.
Vorrei calmarla. Provo a scherzare.
“A te non ti sono mai piaciuti tanto i badogliani, preferivi i garibaldini, no?”
Si agita, si tira su a sedere, mi guarda come se non mi riconoscesse.
“Se ti dico che è uno della repubblica, un fascista, un fascista e un traditore!”
“Mi vuoi raccontare? Ti ascolto, ma non arrabbiarti”
Le accarezzo i capelli sfuggiti alla croccia, ha la fronte sudata. Mi toglie le mano con un gesto imperioso.
“Sandor mi ha creduto, ma Lupo no… e te nemmeno, ci scommetto. Te non mi credi, perché te non l’hai visto, voi non l’avete visto quando è arrivato, come si presentava, le cose che diceva, e com’era ridotto… tutti su eravate, a diventar scemi con le carte e il vino, tanto nevicava e non saliva neanche un cane”
“Chi ha detto che non ti credo, mammina. Certo che ti credo”
“Avete votato! Io stavo sola in un angolo, mentre voi votavate se ero una spia o non ero una spia… se ero soltanto… una che si era fatta infinocchiare”
“Io non c’ero mamma, io sono nato nel 1955… era già tutto finito”
“Io avevo 19 anni e te ne avevi 30 e anche Musso Gino ne aveva 30… ma non era facile, non ero ingenua o fessa. Ha recitato bene la parte. L’ho portato io. Su, su fino agli Ablèt.Poi sono tornata che era già buio, tenevo gli occhi sbarrati a distinguere le ombre che se la strada non l’avessi avuta nelle gambe sarei finita nel fosso. Mia mamma quando mi ha vista arrivare ha soffiato sulle candele. Tutte le volte che andavo su a portare ordini, a portare roba, a portare qualcuno, poi quando tornavo lei spegneva le candele che aveva acceso davanti al quadro della Vergine. Te non lo sai, te non ci tornavi mai a casa… ma le accendeva anche per te le candele e non le lasciava mai spegnere… che pensava che se si spegnavano eri morto”.
Mi ha di nuovo scambiato per suo fratello. Partigiano come lei. Più grande. Il famoso zio Pietro (Peru). Morto dodici anni fa, con un cancro alla prostata.
“E adesso… devi andare a denunciarlo, quel porco bastardo. Se non vai tu vado io”
Mi afferra le mani, trema, e io prometto.
Poi resto seduto accanto a lei che dorme agitata, finchè Floricica non viene a darmi il cambio.
Mia madre era una ragazza graziosa, ho visto le fotografie. Era piccolina e svelta, con scarpe da maschio e calzoni larghi. Si muoveva per le colline attorno a Alba con la sicurezza dei figli dei contadini. Mio nonno era il farmacista, lì, in paese, ma lei, l’estate, quando tornava dal collegio dove la tenevano a studiare, a Torino, scompariva per le vigne e per i campi coi figli dei mezzadri. Non c’era sentiero, anfratto, pozzo o roveto che non conoscesse. Per questo suo istinto diventò la staffetta più popolare della valle. Alice, il suo nome di battaglia, Alice delle Meraviglie. Aveva diciannove anni, era così minuta che ne dimostrava dodici. Era perfetta. Meno di chiunque altro rischiava di essere fermata, sospettata, interrogata. Una bambina a spasso per i boschi. Una volta un ufficiale tedesco le regalò una armonica a bocca, “e adesso tu dai bacio a me”. Glielo diede, mia madre. O almeno così narrano le storie. Così mi ha raccontato lei. Centinaia di volte, senza mai dimenticare di aggiungere: “sulla guancia, né? Mica sulla bocca”.
Nella sala comune c’è un televisore a cristalli liquidi. E’ molto grande. Non ho mai visto un televisiore così grande. E’ sempre acceso, ma nessuno lo ascolta. Lo guardano, con quello sguardo apatico che hanno i vecchi. C’è anche lui, Musso Gino, fra i lemuri che fissano lo schermo. Un concorrente risponde alle domande di un quiz, mentre in sovrimpressione scorrono le cifre del danaro vinto.
Lo guardo e lui non se ne accorge.
Ha un viso color vino, una pelle spessa e porosa deborda dai lineamenti, il mento appoggia su un anello di carne, eppure le spalle larghe gli conferiscono un aspetto sportivo. Sembra un decrepito ex campione di footbal americano, con i capelli bianchi ancora tagliati a spazzola e quella tuta da jogging con una gamba vuota.
Vorrei attirare la sua attenzione, ma l’attenzione dei vecchi non esiste. Sono tutti finestre murate.
Me ne vado senza essere riuscito a capire se è veramente lui.
Era il 22 settembre del 1944 quando un plotone di nazifascisti accerchiò gli Ablèt, una cascina abbandonata, dove aveva fatto il nido la brigata. Erano 20. Il più giovane aveva 14 anni, lo chiamavano “Carnera” per quanto era gracile. E anche perché, dicevano i più ruvidi, si era unito ai partigiani per “mangiare carne tutti giorni”, che a casa sua la mangiava soltanto una volta al mese. Anche Carnera fu ammazzato. La sera, prima della notte dell’incursione, Musso Gino, nome di battaglia Ivan, mentre era di guardia al sonno degli altri, lasciò gli Ablèt.
Non era stata Alice delle Meraviglie da sola a decidere di portarlo lì, due mesi prima, c’era anche suo fratello, lo zio Peru.
E Musso Gino, poi, ingannò tutti per bene. Lo consideravano uno di loro, veniva da un paese neanche trenta chilometri da lì. Disse che l’otto settembre, stufo marcio di una guerra che aveva subito come tutti, come tanti, aveva deciso di tornare a piedi verso casa. Disse di aver attraversato mezza Italia. Quattrocentosettanta chilometri. Mostrò i piedi rovinati.
Le stigmate del fuggiasco, vesciche e geloni.
“Tutti ci sono cascati, mammina”, vorrei dirglielo, ma adesso dorme.
Me ne vado, pensando che tornerò domani.
Non sono tornato. Né il giorno dopo, né quello dopo ancora. Un appuntamento anticipato, Milano, Padova. I traffici della vita. Scadenze, riunioni, telefonate. Con il consueto sollievo ho lasciato, in anticipo sulla data prevista, la città dove sono nato.
Sono passati cinque mesi. E’ estate, agosto pieno. Vado sempre a trovare mia madre prima di partire per le ferie (quest’anno mi sbatto fino in California, a fare rafting, con la donna che sto cercando di lasciare). Non sono sereno, mi sento un po’ in colpa. Non ho trovato i “baci di dama”.
Ho preso un mazzo di fiori, ma a mia madre i fiori non piacciono.
Il cancello si apre prima che io abbia il tempo di suonare. Un furgone delle pompe funebri affaccia il suo lucido cofano nero, cedo il passo. Chissà da dove mi viene l’impulso di segnarmi con una croce.
Una donna vestita con un abito scuro, troppo caldo per la stagione, coglie il mio gesto. Sorride timidamente. Ha corti capelli biondi , gli occhi celesti sono sottolineati dalla mattita nera. Un pallore gonfio, stropicciato. Mi tende la mano.
“Lei è il figlio della signora Alice, io sono la figlia di Gino Musso… mio padre è morto”.
Ha un leggero accento, non proprio straniero, piuttosto straniato, come di chi non è abituata a parlare una lingua che pure conosce bene.
La mano è molle, fredda, la stringo.
“Condiglianze”.
“Sua madre è stata tanto cara con me… mi ha raccontato, mentre ero qui… sono stata sempre qui gli ultimi giorni… mi ha raccontato di quando erano partigiani insieme, lei e mio padre. Che il nome per la battaglia di lui era Ivan. Io non lo sapevo… i miei genitori si sono separati quando ero molto piccola. Io sono andata a vivere con mia madre a Stoccolma. Mia madre è svedese, mio padre lo vedevo una volta ogni tanto… ma sono contenta di essere venuta. Se non fossi venuta non avrei mai saputo che mio padre era… Ivan”
Non so che cosa dire, dietro alla donna si profila mia madre, la sedia a rotelle procede veloce verso di noi. Ha un’espressione raggiante. Furba. Quasi monella.
“Vi siete conosciuti”, dice.
Mi chino a baciarla, si è spruzzata una quantità di profumo sul collo, ha un odore dolce e forte , come di fiori pestati in un mortaio.
“Stavo proprio dicendo a suo figlio che i suoi racconti mi hanno fatta felice, signora Alice”.
Mia madre piega appena la testa di lato, come contemplando il tempo trascorso, guarda un punto lontano, al di là del cancello, sulla strada. Noi rispettiamo il suo silenzio.
“Tuo padre ….”, dice, spostando lentamente gli occhi sulla donna bionda vestita di scuro, “era un eroe”.




Buongiorno Signora Ravera,
ho letto il racconto e mi è piaciuto: anche se mi permetto, con presunzione, di aggiungere che è come se la fine mi abbia lasciato ancora prima che il racconto finisse. Le confesso: avrei desiderato che continuasse (non so se la voglia di scriverlo abbia ceduto il passo a qualcos’altro).
Cordiali saluti