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tutti a casa?

Lidia Ravera | Lavori in corso | 18 Luglio 2008 | 1,456 letture

“Il re delle cliniche Vincenzo Angelini, la gola profonda che ha azzerato la giunta Del Turco in Abbruzzo, in numerosi interrogatori parla dei politici di destra e di sinistra definendoli dei roditori. Sì, dei topi famelici che sono saliti sulla sua imbarcazione per dare fastidio a lui che è un magnifico nocchiero”. L’ho letta su “Il Corriere della Sera” questa frase e ne ho lette anche altre, che ho sottolineato con l’evidenziatore, non so neanch’io perché, forse per ricordarmi di non dimenticarle. “Al Bolognese, ove ho sempre mangiato pesante, quando ci andavo io pagavo io, e che scherzi?”, ha detto Angelini. La consorte di Ottaviano del Turco è la proprietaria del celebre ristorante di Piazza del Popolo, il Bolognese, ma il signor Angelini, pur smazzettando il marito, non scroccava il bollito misto alla moglie. E che scherzi?. Il signor Cesarone, intimava al signor Angelini: “consegna mezzo milione a Del Turco: o paghi o non riusciamo a contenere le ispezioni”. Immagino che quei soldi andassero spartiti: un tot per ogni supplica di utente inevasa, per ogni occhio chiuso, per ogni mano che lava l’altra mano, per ogni mancata difesa dei diritti di un malato, di un vecchio. Ho sottilineato quest’altra frase: “ la loro organizzazione ( ndr: i partiti si centrosinistra) sono arrivati al potere però fanno politica e quindi hanno dei costi rilevanti”. Che significa quell’ “e quindi”? Non lo capisco, dev’essere perché non ho mai fatto politica. Almeno non lì, non nella istituzioni, con il potere e tutto il resto. La dove si dice:“Guarda che io la posso chiedere a qualcun altro la casa, se non me la vuoi dare tu…però poi finisce un’amiciza”. Ottaviano del Turco,presidente della regione Abruzzo, al signor Angelini, imprenditore. “Devi parlare con Del Turco, portagli 100 mila euro”, Camillo Cesarone, capogruppo del Pattito Democratico alla regione Abbruzzo, al signor Angelini, imprenditore. Cioè: tu sei incasinato, ti intercettano le telefonate, sei braccato dalla procura, dalla finanza, dai nas, se tu ci dai molti soldi, sempre più soldi, noi ti teniamo al riparo da ulteriori indagini, non sarai beccato, perchè noi possiamo insabbiare e nascondere, spostare l’attenzione altrove, convogliare il malanimo verso qualche mascalzone non pagante. Paga e sarai protetto. Tu e le tue cliniche, dove potrai fare il cavolo che vuoi…Ne ho sottolineate anche altre, di perle, ve le risparmio. Sento che non c’è niente da aggiungere. Non c’è più niente da dire. E non ho voglia di sapere se Ottaviano del Turco è tranquillo, se ha dormito, se quell’altro è sereno, se tizio ha fiducia nella magistratura, e Caio si interroga su che cosa vuol dire imbarcare personaggi della antica nomenclatura socialista. Sono, come la maggior parte di voi, lettori dell’Unità, stanca, disgustata e stanca di essere disgustata. I tempi in cui militare in un partito di sinistra voleva dire adeguarsi allo stile di vita, al livello economico, ai consumi della classe operaia mi sembrano lontani non trent’anni ma tre secoli. Che la politica sia, prima di tutto, un mezzo per fare quattrini, coprendo grazie alla propria avidità soddisfatta, l’avidità di imprenditori e faccendieri, ormai sembra un dato acquisito.
E noi, che ci ostiniamo a considerare l’onestà una precondizione necessaria per coprire qualsiasi carica pubblica, noi che paghiamo le tasse contenti di pagarle, noi che non consideriamo il far soldi l’unica aspirazione possibile, l’unico desiderio conosciuto, l’unica avventura per cui vale la pena di stare al mondo, noi, che cosa dobbiamo fare? Che cosa dobbiamo dire? Tacere e smettere di votarli? Mandare a casa i peggiori e stanare i migliori dalle retrovie in cui, probabilmente, i peggiori li hanno retrocessi? Abbandonare le nostre professioni e buttarci in politica con l’intento di dimostrare che gestire la cosa pubblica senza approfittarsi del proprio ruolo è possibile? Accendere un cero davanti al ritratto di Enrico Berlinguer e rifugiarci nel misticismo? Emigrare verso paesi migliori del nostro o uguali ma almeno “stranieri”? Non lo so, non so più che dire, dello scenario partitico dei nostri giorni. E allora va bene, d’accordo, parliamo d’amore.
Leggo su “L’Espresso” che il celebre sentimento, oggi, è considerato “ un’ alterazione chimica del cervello. Un’ alterazione non fatale, visto che dura, secondo i dati scientifici, dai 18 a un massimo di 36 mesi”. E dopo i 36 mesi? Ci si butta a mare l’un l’altro? La natura, pare, non ha previsto il matrimonio. Finita la scarica del desiderio, prodotto il numero di accoppiamenti necessari a far rimanere incinta la femmina della specie, è tutto finito. “Nella preistoria la speranza di vita era di 25 anni”. Cioè: dopo la riproduzione morivi.
E adesso che campiamo 90 e più anni? Dobbiamo diventare dei “monogami seriali”, collezionando almeno “tre vite di coppia”. Ce la faremo? Ho paura soprattutto per la terza fase: avrò ancora la taglia 42 a settantacinque anni? E, soprattutto, l’ottantenne dei miei tardi sogni non preferirà, a me vecchietta, la figlia di mia figlia?
Ah, che fatica ! Con la politica ridotta a affare di pochi e l’amore da rilanciare fino all’ospizio, scrivessi “Porci con le ali da grandi”, diario sessuopolitico di due ragazzi di mezz’età, sarebbe un horror coi fiocchi.

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