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Una di noi

Lidia Ravera | Articoli, l'Unità | 30 Agosto 2007 | 1,650 letture

diana110.jpgAvrebbe potuto diventare ambasciatrice per i diritti umani nel mondo. Ci contava, l’aveva detto agli intimi, festeggiando l’incoronazione di Tony Blair primo ministro, pochi mesi prima di morire. Se fosse ancora viva oggi, avrebbe “concretizzato il suo potenziale filantropico” in qualche grande impresa, come sostiene Tina Brown, già direttrice del “Newyorker” e autrice de “The Diana Chronicles”. Magari avrebbe salvato dall’indifferenza il Darfur, dramma poco telegenico, terra grama dove si muore senza far rumore. Certamente avrebbe sbalordito l’audience globale con la sua intelligenza applicata al buon cuore, se l’era ripromesso, come ha detto l’amica scrittrice Shirley Conran: voleva dedicare la sua vita “adulta” alla carriera. Avrebbe dimostrato a tutti che non era soltanto una bionda abbastanza affascinante da farsi sposare da un principe, ma non abbastanza da riuscire a tenerselo, facendogli dimenticare quella simpatica cammellona di Camilla Parker Bowles. C’è da giurarci che ci sarebbe riuscita, altro che “Principessa del popolo”!

Lady Diana era una donnina sveglia e abile, con un istinto sicuro per la recitazione del femminile. Come tutti ben sapete, basta nascere donne per essere spinte, da subito, a far pratica di recitazione: belline e dolci, mansuete e perverse, seduttive e subalterne, fatali e avventuriere, fragili e masochiste, materne e potenti, cazzute e psicolabili,  …si può scegliere, ormai, fra un certo numero di opzioni (e questo è già un bel passo avanti), ma il diritto di non indossare una maschera, lo si paga ancora abbastanza caro.

Per esempio con conquiste poco remunerative sul territorio della caccia al marito, ci si guadagna in indipendenza, certo, ma si subiscono sostanziose quote di solitudine e tocca in genere mantenersi da sè. E’ molto difficile, per dirla proprio chiara, che il rifiuto della mascherata “femminile” ti porti a sposare il Principe, a consolarti della sua freddezza con un cardiochirurgo pachistano (Hasnat Khan, pare bellissimo) e quindi a rifugiarti, col cuore spezzato, fra le braccia del figlio di uno degli uomini più ricchi del mondo (Dodi Al Fayed, anche lui niente male).

Diana Spencer, certamente, era una brava attrice, e una splendida manipolatrice di sé stessa. Era una donna inquieta e fallibile, ed è riuscita a diventare un’icona intoccabile, una delle statuine più pregiate del presepe mediatico. Germaine Greer, “aggressiva e femminista”(se vogliamo infilare anche a lei una delle maschere del teatro delle donne), incurante dell’approssimarsi del decimo anniversario della sua morte, ha osato dire che Lady D. non era “una santa” e che, anzi, le pareva un tantino nevrotica e incapace. Si sussurra che abbia addirittura usato il termine “scema”. Mi permetto di dubitarne. Una donna che riesce a trasformare l’umiliazione di una reiterata storia di corna, la tragedia ridicola di un marito che ti sposa senza mollare la sua ex, anzi, continuando a preferirla, in una bomba mediatica, da cui uscire trionfante, è un genio, una Madame de Stael del postmoderno, una grande tessitrice di trame vincenti, in quel megasalotto che è la tele-visione globale.

Non era affatto inadatta a fare la Principessa, anzi, era, forse senza saperlo, l’unica ad aver capito, come si deve essere principesse oggi. Bisogna essere carine, ovvio, e carine secondo i canoni nazional-popolari: se si è inglesi, bisogna essere alte, bionde, un po’ legnose, con grandi occhi azzurri e pelle chiara, come si addice a chi è cresciuta in un clima freddo-umido, con poco pallido sole. Bisogna essere sfarzose nelle nozze ma tristi subito dopo, per farsi notare. Se no si è una delle tante.

Se la Regina Madre eccede, da secoli, nell’esercizio della discrezione, bisogna sfogarsi in pubblico. Dichiarare, come Diana ha dichiarato: “Nel nostro matrimonio siamo stati sempre in tre”. Bisogna fare invidia, ma subito dopo bisogna fare pena, perché il popolo ti ama se soffri. Ha ricevuto, il popolo, un modello preciso dalla televsione. Dallas, Dynasty, Beautiful fanno vedere donne bellissime, uomini ricchissimi e potentissimi, ma poi ti raccontano che questo ha il cancro, quell’altra là è frigida, questa le muore il figlio, quella perde l’amore. Allora va bene. Allora io, impiegata dalla vita malinconica e ripetitiva, mi identifico per la parte sfigata e mi innamoro per la parte glamour. Diana l’aveva capito. E ha eseguito le figure di danza richieste con una grazia e una verosimiglianza ammirevoli. Era caritatevole, sensibile, impegnata: ma lo era sempre col favore di una o più telecamere. Abbracciava il bambino malato di aids, carezzava l’appestato, attraversava il campo minato non ancora sminato fino in fondo, ma c’erano i giornalisti al seguito, a dar conto del suo coraggio. Era falsa? No, non credo, credo che veramente volesse mettere la sua notorietà al servizio delle tragedie e del dolore di questo mondo. E aveva ragione a farlo. La notorietà è quasi l’unica moneta che ancora si può spendere contro l’indifferenza planetaria. Ma, nello stesso tempo, era una narcisista che godeva carnalmente delle belle figure che faceva fare a sé stessa. Anche in questo era molto moderna.

Chi di noi può dire di essere del tutto esente da questa umanissima ambiguità? Quale bel gesto, quale buona azione, non ha anche il dolce retrogusto retorico della generale approvazione? Quando ci si esibisce su un palco per raccogliere fondi a favore della ricerca contro qualche morbo crudele, non ci si esibisce, innanzitutto, sopra un palco, esposti alla altrui ammirazione? Bene, Diana era una di noi. Se fosse vissuta ancora, la sua icona si sarebbe prima rafforzata e poi appannata, avrebbe commesso qualche errore, e , anche se non ne avesse commessi, sarebbe venuta a noia, col tempo, come chiunque. La durata non si addice alle stelle. Morire a 36 anni è il modo migliore per diventare una leggenda. Dieci anni fa, sotto il “ponte dell’anima”, Lady D. ha celebrato il suo capolavoro. Anche se stava scappando in Mercedes con un play boy e non saltando su una mina antiuomo

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