Ventotene of my mind
Distesa sulla calda pietra grigia, avendo rifiutato il conforto banale del telo di spugna, provò a percepire il presente,questo tempo difficile da corrompere con illusioni o proponimenti, questo nemico dei sogni. La brezza, il sussurro rassicurante delle onde che scavano lente fra i ciotoli, la schiuma che si ritira sempre con lo stesso abito bianco, il profumo, così acuto sull’isola, del sale secco e dei bassi fiori selvatici.
Bisogna imparare a godere, pensò, sentendosi pronta a sorride. Sorrise, sicura di non essere vista. La persistente tristezza che l’aveva decisa a partire, da sola, si stava dissipando. Era soltanto condensa, non vera nebbia. Era quella stanchezza ciclica che la assaliva quando le telefonate di Alessandro diventavano persecutorie, un chiamare per non dire nulla, un nulla che si colorava di aggressività quande lei incominciava a tacere inquadrando la giaculatoria dei “quando ci vediamo” e degli “oggi non posso” nella sobria cornice di un silenzio eloquente. Era il susseguirsi grottesco delle sedute di terapia di coppia, la terapeuta con quel visetto stinto, i lineamenti incerti, la bocca molle. Alessandro che attaccava sé stesso partendo dall’infanzia, caricando di colpe tutti i parenti fino alla terza generazione, per giustificare il male che aveva fatto a lei. Non tanto l’averla iterativamente illusa (che avrebbe lasciato sua moglie, che si sarebbero completati, come si dice gli uomini debbano fare con le donne), quanto il non averle mai concesso di staccarsi dalla vischiosità del suo malessere. Per sette anni era stata “l’amante”, i suoi lineamenti graziosi e un po’ infantili, erano avvizziti sotto quella maschera inadeguata. Si alzò a sedere. Doveva allontanare il pensiero ossessivo, zittire il refrain, per questo era partita da sola, per questo aveva lasciato a Roma il telefono cellulare, per questo aveva scelto Ventotene. Non un qualunque bel posticino di mare, ma quest’isola scossa dai venti e nuda, solitaria nonostante il turismo di massa, l’isola del domicilio coatto , una sorta di prigione a cielo aperto, bella e straziante. Non un viaggio o una villeggiatura, ma un ritorno. A Ventotene era iniziata la sua carriera, se di carriera si può parlare, quando resti al servizio delle Unità Sanitarie Locali tutta la vita: sette mesi di guardia medica. A Ventotene era stata felice e infelice, ma mai stanca.
Cercando l’immagina di sé stessa venticinquenne provò a rimettersi sdraiata. I capelli più lunghi, i fianchi più magri, come un pittore incerto procedeva per successive cancellazioni, sovrapponeva i lineamenti. Provò con l’anima, visto che il corpo non le veniva: riuscì soltanto ad immaginare un uccellino tremante ma ancora vivo chiuso nel pugno chiuso di un bambino. Era timida, tremava di tutto, aveva sempre paura di sbagliare. Con un impeto d’orrore (davvero la vita è così? Quando smetti di soffrire d’insicurezza incominci ad annoiarti?) aprì gli occhi. Si accorse, allora, di non essere sola. Un uomo, smilzo, curvo, dallo scoglio contiguo, la fissava, impudicamente. Non leggeva, non pescava, non prendeva il sole, la guardava, non faceva nient’altro che guardarla. Si gettò in mare, per sottrarsi a quello sguardo. Restò il più possibile sott’acqua,emettendo perfetti gusci d’aria, bolle di vuoto, iridescenti. Non ho più paura, pensò, eppure ancora scappo. Adesso la mia anima è un grosso corvo gracchiante, un avvoltoio minaccioso, un’aquila, che vola al di sopra dei detriti della vita. Eppure ancora scappo. Non voleva controllare, se l’uomo la stava ancora guardando. Con un vigore salvifico, nuotava. E non sentiva la stanchezza. Oltrepassò un primo isolotto che dalla riva le era parso irraggiungibile e ancora non sentiva le gambe pesanti. Venticinque anni, quarantacinque. In mezzo: una matrimonio fallito, un amore infelice. L’avrei mai immaginato, mentre celebravo la fase dell’ apprendistato, a Ventotene, che avrei imparato soltanto a soffrire? Era un mondo di malattie leggibili e brevi, gli isolani usavano il corpo per lavorare e questo li metteva al riparo dai guasti più frequenti, quelli che la testa comanda. Anche quella mezza bambina che lei era stata sapeva decifrare segni tanto eclatanti.
Provò di nuovo a incontrare sé stessa: il camicie bianco sotto il viso infantile la faceva sembrare una scolara col grembiale. I bambini nel suo ambulatorio non piangevano, i vecchi non si fidavano. Ma non era grave. C’era soltanto lei sull’isola. Mica potevano scegliere. Soltanto una volta, aveva rischiato di sbagliare. Il ricordo bloccò il ritmo naturale del nuoto… Seymour… ecco chi era l’uomo. Cercò con gli occhi lo scoglio: non c’era più nessuno. Immobile, nella posizione del morto, s’accorse d’essere spossata, esausta. Il cuore rimbombava, le gocce distillate dalle ciglia bruciavano i bulbi oculari, la bocca, per aver ricevuto e ributtato l’acqua salata, era secca e la gola assetata chiudeva il fiato in una morsa. Il corpo pulsava un bisogno assoluto d’uscire dall’elemento che, prima, l’aveva accolta con tutta la magnificenza riservata ai pellegrini, e che adesso, come per un improvviso voltafacccia, la rifiutava. Si sentì molle, fragile, la spina dorsale come fango intriso di pioggia, le ossa come pane umido. Sarebbe crollata, niente sosteneva la sua carne gonfia. Il panico, ecco cosa. Brava scema, disse, ma non aveva voce. Come un pesce si sentì, dal silenzio, condannata a nuotare. Ma non riusciva a muoversi. Comandava, ma nessuna parte materiale di sè pareva intenzionata ad obbedire. Provò con l’anima. Devo essermelo meritato, pensò. Pensò: sono venuta a morire da sola, come le balene. O erano i cani. No, i gatti. Sono i gatti che vanno a morire da soli. E improvvisamente capì, inutilmente e improvvisamente. La luce fa di questi scherzi.
Tutta la vita a perseguire sogni inadeguati e, poi, quando la grande madre nera sta per ghermirti e infilarti nella sua saccoccia di buio, quando tutto ormai è inutile, tutto diventa chiaro. Seymour, con le mani bendate e le braccia scarnificate dal fuoco, con le labbra tumefatte e la carne delle gambe esposta come la polpa di un crostaceo, le aveva detto: lasciami andare. Giacque per un momento accanto a lei. Provò a toccarlo, ma la mano non si muoveva. Lo chiamò, ma non sentiva. Ti ricordi, pensò, poiché riusciva soltanto a pensare. Eri qui a scontare la tua condanna e avevi il passo di tutti prigioneri. Camminavi come se la strada fosse un cortile circoscritto. E a me che ti salutavo rispondevi con un cenno del capo. Pensò al fuoco appiccato per distrazione o per desiderio di dissoluzione, dalla sigaretta sul materasso di crine. Le fiamme lei non le aveva viste. L’avevano chiamata, poi, proprio i carabinieri, incaricati di sorvegliare il confinato, che non doveva morire, ma vivere, un’ esistenza coatta. Fui io, col mio camicie grembiale, a impormi, perché non volevano trasportarti in elicottero, fuori dalla tua isola di condannato, sulla terra ferma , all’ospedale. Gridavo che saresti morto,e proprio perché ero sempre stata più simile a un uccellino ferito che a uno sperviero, vinsi. Un onda forte le riempì di salsedine il respiro. Il mare si stava alzando. Sentiva il suo corpo manovrato dalla forza delle correnti. Ti ho salvato e invece avevi ragione. Sorrise, un onda le riempì la gola d’acqua. Non oppose più resistenza.
“Vito”, disse l’uomo, “Vito Scognamiglio. Vito, non Alessandro”
“E Alessandro dov’è?” , chiese la donna, con la voce ancora bagnata.
“Non lo so, stavi affogando da sola”
La donna mosse una mano. Sabbia. Era su una mezzaluna di spiaggia, in secca c’era una barca a remi. Cinque e o sei bambini neri come catrame la guardavano.
“Ha sputato cento litri d’acqua di mare”, disse uno, gli altri risero.
“Se non era per Vito morivi”
“Vito…”, mormorò la donna.
L’uomo stava rimettendo in mare la barca, anche se piccole creste candide, sulla cima di onde sempre più alte, come corone di vetro, si frangevano, si riformavano, vertiginose.
“Vito”, disse la donna, con la voce più forte.
L’uomo si voltò. La donna vide l’occhio semichiuso e la pelle della guancia sinistra , rappresa in un sussegurisi di piaghe , una macchia chiara nel viso abbronzato. Vide i segni delle ustioni sulle gambe muscolose, nude sotto i calzoncini corti.
L’uomo le fece un cenno con la mano, la bocca sorrideva sempre, fissa com’era, a scoprire i denti, senza labbra.
Poi saltò sulla barca, che prese il mare di punta, alzando fiocchi di schiuma nel vento caldo.
“Non rassomiglia più a Seymour”, disse la donna ai bambini, che la guardavano attratti e spaventati
“Era il protagonista di un libro”
“Di che parlava”, chiese il bambino più piccolo, accucciandosi accanto alla donna.
“Di un tizio triste, uno che gli piaceva stare da solo”
“Anche Vito sta sempre da solo”, disse la bambina, dopo una pausa in cui aveva allineato parecchie conchiglie.
“Quello perché è brutto”, disse un bambino, uno dei più grandi. Poi scapparono tutti via, ridendo. La donna provò a dormire.



In un momento di navigazione , su consiglio di un amica ,approdo in questo sito e trovo Lidia. Una sua foto e questo suo racconto. Mi incuriosisce e lo leggo… Complimenti Lidia , mi sembra un piccolo affresco con qualcosa di magico.
C’è un uso degli aggettivi sapiente. Li per li sembrano fuori luogo ed invece sono appropriati.
Il racconto è leggero e pregnante allo stesso tempo.
Per un pò la mia navigazione ha trovato un porto sicuro. Penso che mi fermerò a lungo cara Lidia: voglio leggere tutto quanto posso scovare in questo bel sito.
A presto.
condivido in pieno ciò che hai espresso riguardo al problema dei giovani di
oggi.
una volta una cara persona mi disse questa frase : nell’arridità la vita
non cresce.
ecco : siccome nessuno da delle passioni in cui credere a questi giovani
l’aridità prende il sopravvento. il non senso coinvolge le loro vite e i
loro animi in uno spaventoso nichilismo che si esprime con gli atti a cui
assistiamo.
sono attanagliato da una grane sofferenza. mi fa soffrire vedere questa
gioventù senza sogni e aspirazioni. mi fa soffrire vedere anche le
istituzioni, le quali si litano a parlare del problema, ma non attuano una
vera inversione di rotta per recuperare i veri valori della vita